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Dove scava l’australiana Altamin, alla ricerca di litio nel Lazio e di altri minerali in tutta Italia

Litio Roma Materie Prime

Vanno avanti le ricerche nel Lazio dei minerali essenziali per lo sviluppo di batterie. Altamin, la società che porta avanti le ispezioni, è molto attiva in tutta la penisola

Con l’arrivo delle auto EV sulle nostre strade, accelerato dalla road map tracciata a Bruxelles, minerali e terre rare indispensabili per il funzionamento delle batterie diverranno sempre più preziosi, tanto più se l’Europa mira a evitare una sudditanza dalla Cina, che nel settore è il player incontrollato. Ecco perché ci sono diverse società a spasso per il nostro Paese alla ricerca di giacimenti.

SONO AUSTRALIANI I CACCIATORI DI VECCHIE MINIERE

Non abbiamo un sottosuolo particolarmente ricco, ma ci sono comunque alcune miniere che potrebbero non avere ancora esaurito il proprio potenziale, sia perché per motivi politici si decise in tempi passati di abbandonarle anzitempo, sia perché non c’era la tecnologia utile a scovare o raggiungere nuovi filoni. Questa è la scommessa che sempre più società minerarie australiane in cerca di litio stanno facendo in Italia. Di Vulcan Energy, con sede a Perth, in Australia, Start Magazine ne aveva già parlato. Ora si aggiunge anche Altamin che, scrive Il Sole 24 Ore, ha chiesto e ottenuto la prima di due licenze esplorative in Italia per estrarre il litio da salamoie geotermiche.

 

Le zone di interesse, appunto, sono due. “La concessione Campagnano, 1.200 ettari attorno alla frazione Baccano, comprende un pozzo di prova e confina con la concessione Cesano già data alla Vulcan. Un’altra concessione vicina, chiamata Galeria, circa 2.040 ettari, si estende a sud di Cesano e comprende un pozzo geotermico e due di prova”, si legge sul quotidiano di Confindustria. Altamin è già presente in Italia nelle antiche miniere bergamasche di Gorno, zinco e piombo. In più la realtà australiana «ha ricevuto dalla Regione Lazio l’esclusione dallo Studio di Impatto Ambientale per Ferento, con la seconda e ultima fase una valutazione da parte della stessa Regione, che avrà inizio immediato».

COME MAI TANTO INTERESSE PER QUELL’AREA?

Da quanto si apprende, le analisi preliminari hanno individuato nel 1975 campioni di “salamoia calda” con un elevato contenuto di litio, stimato tra 350 e 380 milligrammi per litro. Una vera e propria miniera d’oro nel sottosuolo laziale, dato che per produrre le auto del futuro serviranno immense quantità di litio. «Le salamoie geotermiche ricche di litio rappresentano una risorsa non sfruttata che può essere potenzialmente trasformata in una preziosa materia prima europea – annuncia l’azienda nel report periodico -. Le tecniche di produzione per l’estrazione del Litio dalle salamoie geotermiche si stanno evolvendo rapidamente verso la commercializzazione e gli elevati gradienti geotermici presenti nelle aree del progetto possono aiutare a soddisfare in parte o in tutto il fabbisogno energetico per questo processo».

La stessa Vulcan, dopo aver esaminato i risultati storici, sostiene che potremmo trovarci per le mani (o meglio, sotto i piedi), uno dei gradi di litio più elevati a livello mondiale mai registrati in un ambiente geotermico con falda acquifera confinata. E sarebbe stata proprio l’attività geotermica nel sottosuolo di Cesano a permettere una produzione in grande quantità di litio, proprio alle porte di Roma. Tant’è che Vulcan parla già di risultati “molto incoraggianti” anche per le condizioni favorevoli del luogo che permetterebbero il recupero del minerale “senza alcun trattamento preventivo” e a “velocità di recupero molto elevate”.

LA REGOLAMENTAZIONE ITALIANA

Un permesso di ricerca, come fa intuire il nome, sebbene spesso allarmi le popolazioni del luogo, non è sinonimo di apertura di una miniera, dato che ha lo scopo di sondare un’area ben delimitata per definire l’esistenza di un giacimento che risulti, come si dice in gergo, coltivabile economicamente.

COSA SUCCEDE SE IL SITO È DI INTERESSE?

Nemmeno nel caso in cui i carotaggi dessero segnali positivi arriverebbero immediatamente ruspe ed escavatori pronti a trivellare e grattugiare il terreno, dato che l’ok rilasciato dalle autorità non dà automaticamente diritto alla estrazione del minerale.

L’attività mineraria italiana è regolata dal Regio Decreto N° 1443 del 1927, successivamente modificato in modo da includere, tra gli anni ottanta e novanta, le Regioni che, con la sola eccezione del petrolifero ancora sotto la giurisdizione dello Stato centrale, controllano l’assegnazione dei permessi di ricerca e quelli di coltivazione dei minerali di prima categoria – metalli base, preziosi ed energetici – e di quelli di seconda categoria, generalmente in cave, che comprendono materiali per costruzioni edilizie come tufi, stradali come inerti e industriali come zeoliti.

Per proseguire occorre ottenere il permesso di coltivazione. Ma servono prima una lunga serie di controlli che garantiscano un basso impatto ambientale e sulle popolazioni locali: si applicano in merito legislazioni nazionali ma anche comunitarie, tra le più severe al mondo in fatto di tutela ambientale.

TUTTE LE OPERAZIONI ALTAMIN IN ITALIA

Altamin, azienda mineraria che porta avanti pochi progetti mirati – soprattutto ricerche, rilievi –, è presente in Italia da parecchio tempo, anche attraverso le controllate Strategic Minerals Italia Srl ed Energia Minerals Srl. Quest’ultima si sta recentemente scontrando con le popolazioni delle valli dell’estremo levante ligure Graveglia, Gromolo, Petronio e Vara, fermamente contrarie alle attività di ricerca di rame, piombo, manganese, zinco, argento, oro, cobalto, nickel e minerali associati in diversi siti della zona, tanto da aver spinto la Regione Liguria a sedersi a un tavolo coi sindaci interessati.

altamin

CONTRO ALTAMIN IL COMITATO LIGURE “NO A NUOVE MINIERE”

A Roma però la pensano diversamente: c’è fame di materie prime e, almeno il passato governo guidato da Mario Draghi, non sembrava troppo disposto ad ascoltare le istanze locali. Tant’è che la procedura di valutazione di impatto ambientale, arrivata il 17 gennaio, ha sentenziato che le operazioni di ricerca, previste per tre anni ma che potranno durare anche cinque, così come sono state presentate nel progetto non avranno strascichi per il territorio e relative conseguenze ambientali e paesaggistiche.

L’area interessata dalla ricerca è molto vasta, circa 8 mila ettari, e interseca i territori dei comuni di Sestri Levante, Né, Casarza Ligure e Castiglione Chiavarese: non si scaverà in questa fase, viene sottolineato nel progetto, ma si partirà da una valutazione “storica” delle vecchie miniere, circa una decina, già presenti nell’area, a cui si aggiungeranno campioni di rocce affioranti, acque dei torrenti e sondaggi elettromagnetici capaci di fornire una “ecografia” delle rocce in profondità.

Del resto è ancora forte, nel ricordo delle persone della zona, quando il sito minerario di Libiola, attivo sino al 1960 a nord est di Sestri Levante, era in funzione e si teme che l’estrazione torni a deturpare quelle vallate; parimenti a Roma ricordano quando, da quel sottile lembo di terra stretto tra Liguria e Toscana proveniva una quantità di rame che copriva il 20 per cento del fabbisogno nazionale.

IN LOMBARDIA SI CERCANO PIOMBO E ZINCO; IN PIEMONTE COBALTO

Attraverso le consociate Energia Minerals Italia e Strategic Minerals Italia, l’azienda, dal saldo di cassa da 4,836 milioni di dollari al 30 giugno 2022, sta poi portando avanti il Progetto Gorno per il riavvio della miniera di piombo e zinco in Lombardia e un piano per la ricerca di cobalto in Piemonte a Usseglio. Quanto al primo, localizzato a pochi chilometri da Bergamo, fa sapere il Gruppo australiano, beneficia di un forte sostegno locale, di un’eccellente metallurgia e di un’infrastruttura consolidata. “Quanto all’epoca in cui questi giacimenti vennero scoperti e se ne iniziò la escavazione, non si hanno notizie sicure: c’è chi afferma che la coltivazione di queste miniere risalga addirittura all’epoca preromana, chi asserisce che non rimonti oltre l’epoca longobarda; e chi invece sostiene, e con ottimi argomenti, che risalga all’epoca romana”, scriveva, nel 1940, Giovanni Rinaldi in un saggio sull’argomento.

Il nuovo corso delle miniere di Gorno che comprendono due concessioni minerarie denominate Val Seriana e Val Brembana, il cui giacimento è costituito prevalentemente di minerali di piombo e di zinco nelle forme solfuri ed ossidati, aperte in anni ben più recenti dalla società inglese Crown-Spelter cui subentrarono la belga Vielle Montagne, dal 1940 l’Ammi e infine la SAMIM (una società di proprietà dello Stato e parte dell’ENI in cui lavorò proprio Marcello De Angelis, oggi numero 1 delle sussidiarie italiane di Altamin), pare promettente dato che fu abbandonata a seguito della decisione unilaterale di chiudere tutte le miniere di metalli di proprietà della SAMIM in Italia per concentrarsi esclusivamente su petrolio e gas, nonostante rimanessero riserve minerarie cospicue e intatte. A supporto dell’attività di esplorazione la società ha anche coinvolto i dipartimenti di scienze geologiche delle università di Torino e Napoli, allo scopo di studiare alcuni aspetti giacimentologici dei corpi minerari.

LE RICERCHE NEL CUORE DELLE ALPI

Il Progetto Punta Corna ha invece radici in Piemonte, in un luogo storicamente noto per le estrazioni di cobalto, nichel, rame e argento. I recenti campionamenti di Alta, fanno sapere dal Gruppo, hanno restituito saggi di alto grado su una lunghezza di oltre 2 km da vene multiple sub-parallele, con un buon potenziale per la scoperta di ulteriori vene mineralizzate e una significativa estensione in profondità.

Qui la speranza sarebbe trovare soprattutto cobalto, dato che quasi tre quarti della produzione mondiale avviene nella Repubblica democratica del Congo dove Amnesty International e altre associazioni denunciano le condizioni critiche in cui, nelle miniere a conduzione locale (il più è invece in mani cinesi) sono costretti a lavorare i minatori, spesso minori, trattati a stregua di schiavi. Anche qui Altamin si muove su basi storiche: il minerale veniva estratto in queste zone già nel Settecento e usato come pigmento per stoffe e opere d’arte. Pure qui, come in Liguria, le popolazioni interessate, di Balme e Usseglio, sono in allarme. Ma sono 300 persone in tutto.

In realtà il Comune di Usseglio è meglio disposto e, quando l’azienda australiana ha bussato alle porte del sindaco, ha avanzato e ottenuto il rispetto di alcune condizioni: la presenza di un archeologo durante le rilevazioni per preservare il patrimonio artistico del luogo, la manutenzione di alcuni sentieri della zona da parte di Altamin e la costruzione del campo-base per i ricercatori in aree che non rovinino il paesaggio. La multinazionale ha accettato tutto, tranne la sottoscrizione di una polizza fideiussoria di almeno un milione di euro nel caso in cui non avesse ripristinato il territorio dopo le ricerche. Infine, Altamin ha presentato domanda di autorizzazione per il Monte Bianco e il Corchia (Toscana), i due distretti minerari storici più importanti d’Italia, ricchi di rame, cobalto e manganese.

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