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Perché critico la direttiva Ue sulle case green

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La direttiva europea sulle case green non ha nulla a che vedere con la sostenibilità: basta guardare ai dati della Cina. L’analisi di Sergio Giraldo

Rieccola. La direttiva europea sull’efficienza energetica degli edifici, Energy Performance of Building Directive (EPBD), che da anni naviga nello stagno di Bruxelles, ricompare nelle cronache.

IL PIANO (PATERNALISTICO) DELLA COMMISSIONE EUROPEA

La Commissione europea, con i toni paternalistici che le sono connaturati, ha presentato tempo fa, ad opera del vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans, un esteso piano di rinnovo energetico dello stock di edifici presente sul suo territorio. L’ha chiamato “ondata di ristrutturazioni” (Renovation Wave) e ha proposto che tutti gli edifici residenziali, entro il 2030, debbano rientrare come minimo nella classe energetica F ed entro il 2033 entro la classe E. Per edifici pubblici e commerciali è tutto anticipato di tre anni. Il Consiglio europeo dei ministri dell’energia del 21 ottobre scorso ha proposto una regola ancora più stringente, cioè che tutti gli edifici residenziali si trovino in classe D entro il 1° gennaio 2033.

Il tutto condito con passaporto di ristrutturazione (sic), censimento degli immobili, certificazioni varie e tutto l’armamentario burocratico tipico del Leviatano di Bruxelles. L’obiettivo è quello di ridurre le emissioni di CO2 legate agli edifici, le cosiddette emissioni operative, riducendo i consumi energetici. Non sono le costruzioni ad emettere CO2 (anzi, addirittura lo stock di cemento esistente ha discrete proprietà assorbenti): è la conduzione degli edifici a comportare emissioni. In altri termini, l’attività umana chiamata “abitare” comporta un consumo di energia, che provoca emissioni di CO2. La Commissione europea intende abbassare i consumi energetici delle case per ridurre le emissioni operative, in attesa che tutta la produzione di energia diventi ad emissioni zero al 2050.

LA SITUAZIONE IN ITALIA RISPETTO ALLA DIRETTIVA “CASE GREEN”

In Italia, nel 2021 il 34% degli immobili era in classe G, il 24% in classe F e il 16% in classe E. Circa il 75% degli edifici residenziali, pari a oltre nove milioni di strutture, dovrebbe dunque salire in classe energetica D entro il 2033 (dati ISTAT e ANCE)

Secondo alcune stime, la spesa necessaria in Italia sarebbe attorno ai 1.400 miliardi di euro. Potremmo dire che il tutto ci costerebbe circa un anno di PIL. Con questa spesa si ridurrebbe il consumo energetico degli edifici di circa il 40% e, con un rapporto uno a uno con le emissioni, queste si ridurrebbero nella stessa misura.

Riguardo alle emissioni di CO2, utilizziamo i dati del Global Carbon Project (Global Carbon Budget 2022), che calcola le emissioni mondiali antropogeniche di CO2, cioè quelle generate dalle attività umane. Secondo il GCB, nel 2022 l’Ue è stata responsabile del 7,5% delle emissioni antropogeniche mondiali di CO2, cioè 2,8 miliardi di tonnellate su un totale di circa 37,5.

Il settore dell’edilizia nel complesso è responsabile del 36% di tutte le emissioni di CO2. Le emissioni operative rappresentano il 25%, mentre il restante 11% proviene dalle emissioni cosiddette incorporate, cioè quelle legate ai materiali e ai processi di costruzione e demolizione.

L’Italia emette in totale (dato ISPRA, stima 2021) poco più di 410 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, pari all’1,1% di quelle mondiali. Applicando le percentuali, la riduzione delle emissioni operative in Italia sarebbe di 41 milioni tonnellate all’anno, pari allo 0,11% delle emissioni globali. In pratica, stiamo parlando del nulla. Un nulla che però ci costerebbe 1.500 miliardi di euro.

IL CONFRONTO CON LA CINA

Guardiamo ora alle proporzioni. La Cina, da sola, emette 11,4 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. Il grande paese asiatico con le sue centrali a carbone emette annualmente quasi 5 miliardi di tonnellate di CO2. Il totale delle emissioni italiane rappresenta il 9% di quelle derivanti dalle centrali termoelettriche a carbone cinesi. Le emissioni operative degli edifici italiani che verrebbero abbattute dall’operazione di efficientamento imposta dalla direttiva EPBD rappresenterebbero lo 0,88% di tali emissioni. Lo stesso effetto di riduzione delle emissioni si avrebbe chiudendo centrali a carbone cinesi per circa 9.000 MW.

Se sembra tanto, si tenga conto che nel solo 2021 la Cina ha installato 179.080 MW di nuova potenza (dato ufficiale China Electricity Council), tra rinnovabile, nucleare, gas e carbone, cioè 20 volte tanto. In un solo anno! I 9.000 MW di potenza equivalgono a 6 centrali da 1.500 MW: un’inezia, da quelle parti.

Il paragone con la Cina serve solo ad illustrare la mostruosità di programmi come quello europeo, che non tengono minimamente conto del buon senso, perché sono in realtà frutto di scelte ideologiche. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha detto che “sarà il governo italiano e nessun altro a decidere tempi e modi per rendere sostenibile il patrimonio immobiliare del nostro Paese”. È vero, così come è vero che “la Direttiva è uno strumento con ampi margini di elasticità”, come ha proseguito il ministro. Ma l’obiettivo rimane. Come sempre, quando si tratta di Unione europea il tema è la cappa di dirigismo imposta da Bruxelles, che nulla ha a che fare con il libero mercato tanto invocato e tantomeno con la sostenibilità, che, come dimostrano i numeri qui esposti, non è minimamente in gioco.

Non si pensa mai, invece, a politiche che aumentino il potere d’acquisto di salari e stipendi, per mettere i cittadini nelle condizioni di potersi permettere di fare interventi migliorativi sulle proprie case, se lo ritengono. Invece, si impone dall’alto una scelta politica, portata avanti ad obblighi e finanziamenti (quindi a debito), dimenticando che nessun incentivo funziona meglio di libertà e prosperità.

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