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Che succederà ai fertilizzanti con la guerra nel Golfo?

La crisi a Hormuz minaccia le forniture agricole e apre a effetti “non lineari” sull’economia mondiale. Estratto da Appunti di Stefano Feltri.

Ormai è chiaro che Donald Trump non è una fonte affidabile per capire quali sono gli sviluppi che dobbiamo aspettarci in Iran: ora promette distensione e trattative, ora minaccia di colpire le infrastrutture energetiche dell’Iran peggiorando la crisi in corso, ora pondera l’invasione di terra con migliaia di soldati, comunque troppo pochi per un Paese da 90 milioni di abitanti.

Dunque, l’unica cosa che ha senso fare per ragionare su quanto ci attende è analizzare la dinamica della possibile evoluzione delle conseguenze economiche di una guerra che, dopo tre settimane di combattimenti, non sarebbe più classificabile come breve anche se finisse domani.

La stima dell’Ocse per il Pil dell’Italia è di una crescita dello 0,4 per cento del Pil con petrolio a 100 dollari e uno shock sui prezzi che si riassorbe in sei mesi, ma a seconda dell’istituto che fa le previsioni si hanno risultati molto diversi.

“Queste incongruenze tra previsori sono il sintomo dell’alta incertezza”, osserva l’economista Sergio De Nardis nella newsletter In Più. E in effetti l’indicatore che misura l’incertezza sui mercati – il cosiddetto “indice della paura” Vix – è sopra i 30 punti, in drastico aumento ma comunque molto lontano dai picchi intorno a 60 che raggiungeva nei giorni iniziali della guerra in Ucraina nel 2022.

Il parallelo con la crisi energetica di cinque anni fa, infatti, serve sempre a ridimensionare la portata di quella attuale.

La Banca centrale europea ha un indice del prezzo dell’energia che è una media ponderata di quelli di gas e petrolio. Anche nello scenario peggiore, di un aumento sostenuto e duraturo del prezzo del greggio e dei suoi derivati per la chiusura dello stretto di Hormuz, arriverebbe a poco più della metà del livello 2021-2022.

Una recente presentazione del capo economista della BCE, Philip Lane, aiuta a capire come ragionano a Francoforte: lo scenario peggiore è quello di una crisi relativamente rapida, che non ha implicazioni durature come quella del 2022 quando l’intera Europa dovette cambiare fornitori di gas e petrolio dopo aver deciso di interrompere i rapporti con la Russia.

I problemi sono nello scenario più negativo quando prezzi sostenuti per molto tempo possono generare “effetti non lineari” di secondo grado, cioè i rincari e la scarsità di alcuni beni primari possono creare colli di bottiglia nelle forniture che creano conseguenze molto serie.

Un conto è pagare un po’ di più l’energia, un altro è trovarsi completamente sprovvisti di prodotti essenziali, qualunque sia il loro prezzo.

Il settore in cui potrebbero materializzarsi questi effetti “non lineari” è quello dei fertilizzanti. Ne ha scritto anche l’economista premio Nobel Paul Krugman:

“Il motivo per cui stiamo importando fertilizzanti, soprattutto dal Qatar, è che questi fertilizzanti — in particolare l’urea e altri prodotti — sono realizzati a partire dal gas naturale. Il gas naturale può essere esportato, e infatti lo è, in grandi quantità dal Golfo Persico — o almeno lo era prima dell’inizio di questa guerra.

Si tratta però di un processo costoso: il gas deve essere super-raffreddato, liquefatto e trasportato tramite terminal e navi specializzate.

Certo, è una procedura fattibile ed è diventata cruciale per una larga parte del mondo. Ma c’è anche un’altra possibilità: il gas naturale disponibile nell’area del Golfo Persico può essere trasformato direttamente in fertilizzanti, che sono molto più facili da trasportare.

Per questo una quota rilevante dei fertilizzanti globali proviene proprio da quella regione e, in condizioni normali, viene spedita attraverso lo stretto di Hormuz”.

Questi mesi di primavera sono, in molte parti del globo, il momento della semina, dopo la quale serve avere i fertilizzanti. E se questi vengono meno?

Gli agricoltori di solito – come avviene per quasi tutta la materia prima – si cautelano da oscillazioni di prezzo con acquisti a lungo termine e contratti derivati che sterilizzano le fluttuazioni, ma che succede se al momento di ottenere il fertilizzante questo manca perché le navi che dovevano trasportarlo non sono mai passate da Hormuz, bloccato dall’Iran?

Se i fertilizzanti arrivano anche soltanto con tre mesi di ritardo, il danno può essere gigantesco, perché l’evoluzione delle stagioni non si ferma, e se il ciclo di vita della pianta richiede che il terreno venga fertilizzato in maggio e invece il fertilizzante arriva a ottobre, la produttività sarà molto più bassa. Insomma, al momento del raccolto ci sarà meno produzione.

Il Kiel Institute, uno dei think tank più seri sulle implicazioni economiche delle tensioni geopolitiche, ha scritto che alcuni dei prodotti che transitano da Hormuz semplicemente non hanno sostituti possibili:

“La produzione petrolchimica del Qatar richiede decenni di investimenti infrastrutturali. Il ruolo degli Emirati Arabi Uniti come hub per il commercio di diamanti e oro si basa su ecosistemi regolatori e logistici che non possono essere replicati dall’oggi al domani”.

Sia l’Iran che il Qatar ospitano alcuni tra i principali siti al mondo per la trasformazione di gas naturale in fertilizzanti che servono a rendere più produttivo il terreno e a sfamare miliardi di persone.

Il 2022 rovesciato

Anche per quanto riguarda i fertilizzanti, il confronto con il 2022 può portare a conclusioni sbagliate. Quattro anni fa, lo shock aveva colpito i prezzi dell’energia in Europa e le esportazioni di mais, frumento e olio di girasole dall’Ucraina, un tempo nota appunto come “granaio d’Europa” per l’importanza della sua produzione ceralicola.

Oggi l’impatto della crisi è molto diverso: i ricchi Paesi del Golfo sono importatori importanti di prodotti agricoli che non riescono a coltivare, ma sono esportatori cruciali di fertilizzanti e gas naturale liquefatto, oltre che di petrolio.

Come osserva la FAO, l’agenzia dell’Onu che si occupa di cibo, “l’attuale conflitto nella regione del Golfo sta generando uno shock di entità simile a quella del 2022, o forse persino maggiore, sui mercati dell’energia e dei fertilizzanti. Tuttavia, le dinamiche del mercato alimentare risultano completamente invertite”.

Paesi agricoli di rilevanza globale come il Brasile oggi si ritrovano con un’eccedenza di cibo da esportare – perché la domanda è diminuita a causa della guerra – ma con il rischio di una carenza di fertilizzanti decisivi per i prossimi raccolti. Due fattori che potrebbero spingere a ridurre la produzione, con ripercussioni per tutto il resto del mondo.

India e Cina dipendono dal Golfo per circa il 20 per cento del loro fabbisogno di fertilizzanti, il Pakistan attinge tutto il gas naturale liquefatto che importa dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti.

Paesi africani poveri e tormentati, privi di un’economia industriale sviluppata e prossimi alla sussistenza, sono anch’essi dipendenti dal Golfo per i fertilizzanti: il Sudan, che già sconta una guerra civile sanguinosa, importa il 54 per cento dei suoi fertilizzanti dal Golfo, il Kenya il 40 per cento, e importa pure il 90 per cento del grano che consuma, dunque è esposto sia a shock di prezzo sui beni intermedi che a shock sui prodotti finiti.

La Somalia importa praticamente la totalità dei fertilizzanti dal Golfo, verso cui esporta la totalità della sua produzione agricola per l’estero.

E questi non sono neppure i Paesi più a rischio, secondo l’analisi della FAO. Il Bangladesh, che ha tassi di povertà ancora molto elevati, dipende per il 53,3 per cento dei suoi fertilizzanti dal Golfo che usa nella misura di 170,35 chili di azoto per ettaro, e dipende dal Qatar per i due terzi del suo consumo di gas naturale liquefatto.

Anche la Thailandia usa molti fertilizzanti, 120 chili di azoto per ettaro, e dipende dal Golfo per il 35 per cento.

Quello che può succedere – nell’analisi della FAO – è che Paesi già molto poveri si trovino ad avere costi più alti dell’energia e a non avere i fertilizzanti necessari quando serve per sostenere la produttività dei terreni, col risultato che gli agricoltori si impoveriranno, produrranno meno e dovranno vendere a prezzi più alti.

Anche perché, ovviamente, se sul mercato ci sono pochi fertilizzanti saranno i Paesi più ricchi e con maggiore capacità di spesa a potersi accaparrare quelli disponibili.

L’unica speranza sembra essere quindi che la guerra finisca presto e che tutto torni alla normalità. Ma più passano i giorni, più diventa chiaro che la nuova normalità potrebbe essere molto diversa dal passato.

Come osserva Gideon Rachman sul Financial Times, è già chiaro che l’Iran potrebbe uscire rafforzato dal conflitto, qualunque sia il regime interno: ha dimostrato che può attuare la minaccia di soffocare l’economia mondiale chiudendo lo stretto di Hormuz e che può anche aprire al transito dei Paesi che fanno accordi vantaggiosi o che pagano cifre consistenti.

A quanto risulta, al momento l’Iran chiede 2 milioni di dollari di pedaggio a ciascuna nave che attraversa lo stretto. Si fa presto a fare il calcolo, con 50 navi al giorno per 30 giorni al mese fanno potenzialmente 3 miliardi di dollari al mese, 36 miliardi all’anno, una cifra enorme per un Paese che ha un gettito fiscale annuo equivalente a 14 miliardi di dollari, pagati peraltro nella valuta locale, lo svalutato rial.

Come la crisi del 2022 ha riempito le casse della Russia, almeno nel breve periodo, grazie all’impennata del prezzo di gas e petrolio, così l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran potrebbe tradursi in una fonte di gettito insperata per l’agonizzante regime degli ayatollah. Un gettito che deriva da una tassa sull’economia mondiale, in particolare appunto su petrolio, gas e fertilizzanti che devono per forza transitare da Hormuz.

I danni a lungo termine dell’attacco di Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu, insomma, potrebbero rivelarsi molto maggiori di quanto oggi viene previsto.

(Estratto da Appunti)

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