Energia

Cosa pensa Eni delle tensioni fra Turchia e Grecia (e non solo)

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Che cosa succede nel Mediterraneo orientale (in primis fra Turchia e Grecia) secondo Lapo Pistelli, già Executive Vice President International Affairs di Eni e dall’1 gennaio di quest’anno è Director of Public Affairs di Eni, autore di un saggio sull’ultimo numero di Limes

In questi mesi in cui il Mediterraneo Orientale è tornato a ribollire per le contese incrociate tra gli attori interni ed esterni alla regione, si è avviato anche un ripensamento generalizzato sulle prospettive dello sfruttamento delle sue risorse energetiche.

L’irrisolto conflitto libico, o le contestate trivellazioni che Ankara sta conducendo in zone che la Grecia considera un proprio possesso, hanno come messo temporaneamente in soffitta gli entusiasmi di un tempo per le potenzialità di questa regione come potenziale fonte di approvvigionamento di gas naturale per l’Europa energivora.

Nel saggio che Lapo Pistelli, già Executive Vice President International Affairs di Eni e dall’1 gennaio di quest’anno è Director of Public Affairs di Eni, ha scritto per Limes, Pistelli riconosce anzitutto che “necessariamente, i colori pastello della tavolozza (mediterranea) devono lasciare spazio a tinte decisamente più scure: quelle delle dispute vecchie e nuove fra i paesi della regione”.

A monte di ogni potenziale progetto di cooperazione in essere o in divenire tutti gli attori della regione si sono accorti che bisogna fare i conti con vari  conflitti irrisolti A cominciare, scrive Pistelli, dal “conflitto fra Israele e Libano, che ha anche una sua proiezione energetica nel disaccordo sul confine marittimo fra i due paesi e dunque sui propri blocchi esplorativi”. Per non dimenticare “quello fra Cipro e Turchia sul destino della comunità turco-cipriota di cui Ankara è protecting power con ampie ripercussioni sulle attività esplorative nell’area”. E senza dimenticare anche “quello fra Egitto e Turchia rispetto al ruolo di protagonista regionale con un sottotesto più recente centrato sulla declinazione dell’islam politico, il ruolo della Fratellanza musulmana, i sostegni forniti da Erdoğan ai partiti fratelli della sponda nordafricana all’indomani delle primavere arabe del 2011”. Ai questi tre ambiti si aggiunge naturalmente la polveriera libica, dove la situazione al momento è in stallo.

Fondamentale qui è capire il ruolo della Turchia. Pistelli non ha esitazioni a scrivere che Ankara “sarebbe un partner naturale del bacino, con una posizione di hub di transito, 327 società autorizzate operanti lungo tutta la catena del valore del gas e un consumo medio di 50 miliardi di metri cubi annui”.

A questi rilevanti vantaggi, si aggiunge il fatto che “negli ultimi anni, Ankara ha installato o quasi finalizzato quattro impianti di rigassificazione, diversamente localizzati sulla costa per poter trarre vantaggio dai costi competitivi del mercato spot del gas liquefatto (gnl)”.

Nonostante questi sviluppi, Pistelli è costretto a constatare un’altra verità, ossia che “la Turchia resta invece tra i principali clienti di Mosca, che soddisfa oltre il 50% della domanda turca tramite contratti di fornitura di lungo termine via tubo”.

Una dipendenza, quella di Ankara dal gas di Mosca, in cui Pistelli intravede elementi di irrazionalità, considerato che “i contratti, in scadenza fra quest’anno e il 2022, hanno fatto pagare in alcune circostanze il gas russo due volte e mezzo in più del prezzo sul mercato spot, alimentando una forte dipendenza energetica e una bolletta decisamente salata”.

Tutto questo lascia intendere quale sarebbero i passi convenienti per Ankara secondo Pistelli; sia “per acquisire una profondità strategica nel proprio Sud che per alleggerire il peso di Mosca e per soddisfare in modo economico i propri fabbisogni, sarebbe stato razionale un processo di integrazione con gli altri paesi del Levante”.

Ma questo processo di integrazione non ha mai visto la luce, a causa dell’aggravarsi delle crisi sul fronte greco-cipriota e su quello egiziano. Al posto di cercare un dialogo costruttivo, insomma, “Erdoğan ha invece dato il via a una escalation di mosse che hanno concretamente dimezzato il potenziale dell’hub e ipotecato alcune delle soluzioni infrastrutturali che erano allo studio”.

Agendo anzitutto come protecting power della comunità turco-cipriota, osserva Pistelli, “Ankara ha impedito alle compagnie internazionali (fra cui Eni) di compiere esplorazioni nei blocchi contesi con Cipro Nord, dispiegando la propria Marina militare”.

È cominciato poi il duello con la Grecia e Cipro sulle Zee. E qui Pistelli ricorda che, “nonostante qualche timido round di sanzioni europee verso alcuni dipendenti della compagnia turca Tpao, la Turchia ha allargato il perimetro di attività compiendo proprie esplorazioni a più riprese in acque ricadenti nella Zona economica esclusiva di Nicosia. Per la sesta volta in meno di un anno, nella notte tra il 21 e il 22 aprile, la Turchia è entrata nuovamente nei blocchi 6 e 7: il Navtex (servizio internazionale per l’invio di avvisi di navigazione) che ha accompagnato la nave Yavuz e la sismografica Oruç Reis, annunciava il diritto di operare tra il 20 aprile e il 20 luglio 2020”.

Il comportamento di Ankara naturalmente non è del tutto irrazionale, ma ha una giustificazione che Pistelli coglie in queste considerazioni; la Turchia, scrive il top manager Eni che dal 2013 al 2015 è stato viceministro degli Esteri, “interpreta geopoliticamente il diritto internazionale del mare e ritiene che le isole, in certe condizioni, non generino automaticamente Zone economiche esclusive (questa lettura ha una ricaduta energetica nel caso della Zee di Cipro ma ha ovvie implicazioni nella altrimenti limitata libertà di navigazione turca nell’Egeo in presenza della miriade di isole greche). Al contrario, essa invoca l’esistenza di una propria piattaforma continentale che la renderebbe direttamente confinante con l’Egitto e con la Libia”.

È questo che spiega il contesto della mossa più incendiaria di tutti da parte di Ankara: la firma, lo scorso novembre, degli accordi di delimitazione marittima tra Ankara e il Governo di accordo nazionale di Tripoli. “In cambio del sostegno militare”, ricorda Pistelli, “Erdoğan si è ritagliato uno specchio di mare che incide sulla piattaforma continentale greca e sulle isole di Creta, Kasos, Karpathos e Rodi”.

Erdogan non ha atteso molti per passare ai fatti: “A partire dal 1° giugno 2020”, sottolinea Pistelli,  “sulla Gazzetta Ufficiale turca è stata pubblicata la richiesta di Tpao di effettuare attività esplorative in 7 blocchi ricadenti nella porzione marittima delineata con il governo di Tripoli. Al momento non è stata diffusa alcuna mappa dei blocchi, ma solo l’arco temporale di inizio delle attività preliminari, da avviarsi entro questo agosto-settembre”.

Le mosse turche hanno dunque una conseguenza inesorabile: di rendere, prosegue l’ex parlamentare italiano ed europeo, “ulteriormente problematica l’ipotesi di una gas pipeline che colleghi i campi israeliani alla Grecia e all’Europa”. Questo perché, “già costosa e tecnicamente impegnativa, l’EastMed oggi attraverserebbe acque «turche» con tutte le conseguenze del caso”.

Chi ha pagato il conto più salato di tutti in questo contesto è Cipro. “L’epidemia del Covid”, scrive il top manager Eni, “ha costretto sia Exxon che il consorzio Total-Eni a ritardare di un anno la propria campagna esplorativa. Inoltre, i conti economici della prima grande scoperta del 2011, il giacimento Aphrodite non ancora sviluppato, sembrano in bilico e una sea-line di 400 km che colleghi il giacimento con l’impianto di Idkū in Egitto non sembra al momento realizzabile, impattando così sulle risorse già scoperte. Da ultimo, nonostante le ripetute condanne politiche espresse da Bruxelles in vari formati sulle attività turche nella Zee di Nicosia, la postura di Ankara non è mutata, anzi”.

Dinanzi  alle tensioni tra Grecia, Turchia e Cipro, la Germania – rimarca Pistelli – ha tentato di assumere il ruolo di honest broker, stando attenta a usare toni moderati con Ankara per via del ben noto ricatto migratorio.  Il risultato è che, almeno a parole, Turchia e Grecia sono pronte a parlarsi. Il problema è capire a quale prezzo Ankara sarà disposta a rinunciare alle proprie posizioni.

Conclusione di Pistelli: “Il posizionamento aggressivo turco, per quanto criticato e criticabile, sembra decisamente pagare”.

A tal propositi pesa molto – secondo il Director of Public Affairs di Eni – il ruolo degli Usa, che negli ultimi mesi sembrano aver rivalutato i cambiamenti del posizionamento turco nel Mediterraneo. “Orientati al disimpegno da teatri non più ritenuti vitali”, scrive il manager, “inchiodati al tweet di sostegno del presidente Trump in favore del generale Ḥaftar e alla minaccia di «annichilire» l’economia turca in caso di comportamenti sgraditi, gli Stati Uniti stanno operando un deciso ripensamento. Nel confronto tradizionale con la Russia e in quello strategico con la Cina, lasciare sguarnito il Mediterraneo sarebbe in fondo un errore; meglio dunque mantenervi un certo equilibrio. Così, se nell’aprile 2019 Washington aveva rafforzato il dialogo strategico con Atene e Nicosia, ritenuti possibili balancers dell’attivismo turco e anche il Congresso si era mosso, ipotizzando sostegni politico-militari a Cipro, la preponderanza della Turchia sul campo, seconda forza militare della Nato, ha fatto riflettere il Dipartimento di Stato sul possibile vantaggio di avere un alleato come azionista di maggioranza sia nel teatro libico che in quello siriano, principalmente in funzione antirussa”.

La Turchia non ha mancato di approfittare della situazione per, scrive Pistelli, “destreggiarsi in un equilibrismo diplomatico, non irritando la Russia e non lacerando i rapporti con gli Stati Uniti e gli alleati occidentali”. Ecco dunque il ritardo nell’attivazione del sistema S-400 (pensato, scrive Pistelli “nella speranza di ottenere uno swap deal con la Federal Reserve”), ma anche la «diplomazia sanitaria» attivata dalla Turchia in occasione della pandemia inviando equipaggiamento medico a Stati Uniti, Spagna, Italia e Regno Unito, nel nome della solidarietà Nato.

A detta di Pistelli, insomma, potrebbe anche darsi che “l’allineamento di alcuni interessi comuni, come l’avversione alle azioni iraniane e dei suoi clienti nella Mezzaluna sciita, potrebbe portare per ora a un riavvicinamento tattico, in attesa di segnali ancora più concreti”.

Insomma, se è stato impossibile nel Mediterraneo orientale escogitare una formula win-win che accontentasse gli appetiti di tutti, per Pistelli la priorità ora è di scongiurarne una lose-lose, che potrebbe benissimo scaturire da un’improvvisa escalation in Libia che andasse fuori controllo, o da mosse avventate sul quadrante cipriota.

Il resto verrà dalle mosse che tutti gli attori, chi più in sordina chi più visibilmente, metteranno in campo nelle prossime settimane.

E se la Turchia persiste nei comportamenti destabilizzanti, i suoi rivali non se ne sono stati con le mani in mano; al ministero del Petrolio egiziano lo scorso 22 settembre è andata in scena la cerimonia della firma in video-conferenza dell’East Mediterranean Gas Forum (Emgf), un’organizzazione regionale formata da Egitto, Cipro, Grecia, Israele, Italia, Giordania e Autorità nazionale palestinese, a cui dovrebbe presto aggiungersi la Francia più gli Usa e l’Ue con lo status di osservatori.

Il fronte è in movimento, e tutti gli scenari sono aperti nel Mediterraneo orientale.

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