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Cosa fanno Turchia e Russia in Libia

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Libia

Libia: l’accordo Turchia-Qatar, il ruolo della Russia e la posizione degli Stati Uniti. Conversazione con Gaetano Sabatini, direttore dell’ISEM-CNR, Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea, e professore ordinario di Storia economica presso l’Università degli Studi Roma Tre, dove ha insegnato anche Geopolitica economica

 

Il 17 agosto 2020 c’è stato l’accordo tripartito di Tripoli tra Libia, Turchia e Qatar.

Il responsabile della difesa turco Hulusi Akar e quello del Qatar Khalid bin Mohammad al-Attiyah hanno firmato un accordo con il premier di Tripoli Fayez al-Serraj (a capo del GNA, il Governo di accordo nazionale) grazie al quale parte del porto libico di al-Khums verrà trasformato in una base navale turca con una concessione di 99 anni.

In base allo stesso accordo, l’aviazione militare turca potrà utilizzare la base aerea di al-Watya nella Tripolitania Occidentale.

Il Qatar, invece, gestirà la ricostruzione e la riabilitazione di tutti i centri di sicurezza di Tripoli distrutti o danneggiati durante l’ultima guerra – inclusa la riorganizzazione dell’esercito -in collaborazione con le forze turche.

Ma qual è la posizione di Turchia e Russia? E cosa fanno gli Stati Uniti in Libia?

Risponde Gaetano Sabatini direttore dell’ISEM-CNR (Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea), e professore ordinario di Storia economica presso l’Università degli Studi Roma Tre, dove ha insegnato anche Geopolitica economica: “Partiamo dal presupposto che nel Mediterraneo la Russia e la Turchia non seguono una stessa strategia e non sono necessariamente sempre degli alleati: sono alleati su qualche fronte, cobelligeranti in alti, avversari in altri ancora. La Russia è impegnata da circa dieci anni in un processo di recupero del suo ruolo internazionale, perso dal principio degli anni ’90 con la fine dell’URSS. Questo processo ha avuto avvio nel 2011, con l’arrivo della cosiddetta primavera araba in Siria: il sostegno intransigente a quello che era stato l’alleato di acciaio dell’Unione Sovietica, la Siria degli Assad, è stato il punto di partenza della riaffermazione del ruolo della Russia nel Mediterraneo. Una strategia che, evidentemente, ha avuto successo: gli Assad stanno consolidando il loro controllo su gran parte della Siria, sulle cui coste la Russia dispone della base navale di Latakia. Anche la Turchia ha fatto di tutto negli ultimi anni per recuperare un suo ruolo geopolitico, ma per farlo è dovuta venire a patti con la Russia e laddove c’è stata convergenza tra Russia e Turchia, è stata solo per effetto di una reciproca convenienza, non in forza di una stessa strategia. Quindi il primo aspetto da considerare per capire cosa sta succedendo nel Mediterraneo in questo momento è che Mosca e Ankara non sono alleati”.

La Turchia, fin dall’inizio della guerra civile, che ha causato la caduta di Gheddafi, ha da sempre appoggiato i gruppi libici vicini ai Fratelli musulmani, e poi il GNA. “Le affinità di natura religiosa sono un elemento fondamentale di cui tenere conto nell’analisi delle scelte della Turchia, che rivendica uno legame storico con le varie organizzazioni locali che si ispirano al movimento dei Fratelli Musulmane” sottolinea Sabatini. “Il sostegno a Khalifa Haftar proviene invece dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Egitto, che, com’è noto, considerano i Fratelli Musulmani la più forte minaccia alla loro stabilità. Ma dalla parte di Haftar, in questo strano giro di alleanze nel Mediterraneo e in Medio Oriente, c’è anche la Russia che, dopo essersi posizionata in Siria, può ora contare su una notevole capacità di movimento nello scacchiere mediterraneo. Dalla stessa parte c’è anche la Francia. Mentre l’Italia, come sappiamo, in Libia è allineata con il GNA e con la Turchia”.

E gli Stati Uniti? “Non solo con Obama ma anche con Trump, sono stati accomunati all’Unione europea in un atteggiamento cauto al limite della passività nei confronti della Libia – risponde Sabatini – Questo modo di agire ha lasciato campo libero alle azioni della Turchia, non solo in Libia ma anche nei confronti della Grecia. In realtà, le azioni aggressive della Turchia, che nelle ultime settimane stanno aumentando la tensione nel Mediterraneo orientale, nascondono due gravi problemi che affliggono il governo di Ankara. Il primo è la profonda crisi economica che la Turchia sta vivendo e che cerca di nascondere con azioni dal profumo nazionalista, sia in patria che nel Mediterraneo. Il secondo è la paura di essere a sua volta oggetto di azioni aggressive, che spingono Ankara ad attaccare per prima. Pensiamo a cosa accadde nel 1974, quando la Turchia invase Cipro per giocare d’anticipo e battere sul tempo i colonnelli greci, che cercavano di uscire dalla crisi politica ed economica giocando la carta nazionalista della riunificazione con Cipro. Allora la Turchia invase Cipro prima che lo facesse la Grecia, oggi la Turchia si getta a fare prospezioni nel Mediterraneo prima che gli accordi internazionali firmati da altri paesi rivieraschi la costringano a subire le prospezioni altrui. In questo senso, il fallito referendum promosso dall’ONU nel 2004 per la riunificazione di Cipro è un altro evento chiave per capire l’attualità e le azioni turche nel Mediterraneo: la Turchia appoggiò il referendum per la riunificazione dell’isola e il voto approvò il piano nella parte turca, ma per il fiacco sostegno dell’Ue e per il palese remare contro della Grecia, il referendum non passò nella parte greca. Se oggi Cipro fosse unificata sarebbe un’altra storia. Ma questo ci insegna ancora una volta che gli errori di politica estera si pagano, anche anni dopo, ma si pagano sempre”.

 

(Estratto di un articolo pubblicato su policymakermag.it; qui la versione integrale)

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