Energia

Coronavirus, la pandemia e l’inquinamento. Studio Sima

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smog inquinamento Covid-19

I risultati di uno studio della Sima (Società italiana di medicina ambientale) con le Università di Bari e di Bologna che ha correlato i dati delle Agenzie regionali per la protezione ambientale con il Coronavirus

Chi lo confermerà per primo? Gli italiani, gli olandesi, gli americani , i cinesi?

Da quando è scoppiata l’emergenza coronavirus in Italia, non si è smesso di cercare e consultare fonti accreditate alla ricerca di una qualche relazione tra l’epidemia da Covid-19 e impatti ambientali, cambiamenti climatici, fonti inquinanti, rifiuti e via dicendo. Tutto ciò che chiamiamo green.

Fino a ieri ci avevano confortato soltanto le parole sapienti di Roberto Burioni e Ilaria Capua, il meglio della cultura scientifica italiana sulla virologia. “La nostra salute dipende per il 20% dalla predisposizione genetica e dall’80% dai fattori ambientali. Epidemie come il coronavirus derivano dalle azioni dell’uomo sull’ambiente”. Aveva detto la Capua (peraltro venti giorni fa) in base a studi precedenti riconosciuti a livello internazionale.

Da ieri la domanda, se e in che misura i fattori ambientali agiscano sulla pandemia, ha iniziato a circolare nelle discussioni degli esperti. Molti centri di ricerca in diversi Paesi in questi giorni sono al lavoro per confermare o smentire, se il Covid-19 ha a che fare con le alterazioni climatiche e ambientali.

Io, pur senza certezze scientifiche, ho scritto nei giorni scorsi, tenendo a mente i principali fattori climalteranti dell’Italia. Un panorama purtroppo vasto e triste, aggravato da un ceto politico che parla di un new green deal, ma che non riesce a sanare nessuna delle ferite storiche del Paese. Nazione dal cuore grande, capace di gestire le emergenze, ma che sulle cure, sulla prevenzione, ha molto da imparare. Da Roma alla periferia non si vede ancora l’indispensabile attenzione al territorio, agli scarichi tossici, alle discariche, allo smog da viabilità. In sostanza alla cura circolare della salute pubblica.

C’è in Europa un’organizzazione che studia i macro effetti climatici sulla salute dei cittadini. È l’Epha che ieri  – rivalutando una ricerca del 2003 sulle vittime della Sars – ha detto che le persone residenti nelle zone con elevati livelli di inquinamento avevano, al tempo, l’84% di probabilità in più di morire rispetto ai residenti nelle aree con basso inquinamento atmosferico. Lombardia, Veneto e le province dell’area padana hanno storicamente alti livelli di inquinamento da CO2.

In queste settimane registrano il numero più alto di decessi per coronavirus con molti pazienti affetti da patologie connesse ai fattori climatici. È qualcosa in più di un sospetto che deve far riflettere e rimediare.

Ma sempre ieri Sima (Società italiana di medicina ambientale) con le Università di Bari e di Bologna, ha correlato i dati delle Agenzie regionali per la protezione ambientale con il fenomeno coronavirus.

Nello studio è stata trovata una forte relazione tra l’eccesso di polveri sottili Pm10 e il contagio da Covid-19. I dati regionali costituiscono un solo universo statistico rispetto ai livelli di tossicità ambientale. I ricercatori hanno studiato i dati fino al 3 marzo con una speciale attenzione ai 14 giorni di incubazione nelle persone.

Insomma, gli studi che ci fanno passare dai sospetti alle evidenze non ci lasciano sereni.

Supereremo questa emergenza, ma il carico di lutti, purtroppo, sarà pesante. Ma nessuno d’ora in avanti potrà più voltarsi dall’altra parte, ignorare che ambiente, salute, economia, diritti, stanno insieme, se si dà il giusto spazio ai competenti, alla scienza, ai volontari, alla ricerca. È una lezione – tragica – per tutti coloro che ingannano i cittadini con teorie scellerate, in fondo autoingannandosi.

Due autorità sanitarie stanno spostando l’attenzione su fenomeni pregressi, non affatto neutrali nella diffusione di epidemie globali, accompagnate da colpevoli azioni umane. Non si tratta di demonizzare la globalizzazione, piuttosto riconoscere che spesso ci fa pagare prezzi altissimi.

Proprio come quel battito d’ali di farfalla della giungla amazzonica che può provocare un uragano sull’Europa, per dirla con il meteorologo Edward Lorenz che non conosceva il Covid-19.

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