Energia

Cop23: a Bonn si cerca strategia per attuare accordi di Parigi

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A Bonn gli Stati che hanno aderito a Cop21 cercano una stratefgia per attuare accordi di Parigi

 

Come task-force è decisamente numerosa, anche se il suo compito è di salvare il mondo dalle conseguenze del surriscaldamento climatico. I 23.000 partecipanti alla Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sul clima di Bonn resteranno riuniti fino al 17 novembre, con l’obiettivo di redigere la road map per concretizzare gli ambiziosi obiettivi dell’accordo sul clima siglato ormai quasi due anni fa, nel dicembre 2015, a Parigi. Primo su tutti, lo sforzo di contenere al di sotto dei 2 gradi centigradi (meglio a 1,5) l’aumento della temperatura globale rispetto ai valori dell’era preindustriale: una misura da raggiungere accelerando la riduzione delle emissioni dei gas a effetto serra. L’obiettivo è chiaro, il problema è come.

bonnLa conferenza prende il nome di COP 23. L’acronimo sta per Conference of the Parties, e vi prendono parte gli Stati che nel 1992 siglarono a Rio de Janeiro la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (gli Accordi di Rio). Il 23 è il numero progressivo dei vertici che da allora si sono succeduti. Parallelamente, dal 2005 partecipano alle conferenze anche i paesi che hanno ratificato i Protocolli di Kyoto e dal 2016 coloro che hanno firmato l’Accordo di Parigi. In tutto, i 25.000 partecipanti rappresentano 197 nazioni.
Ufficialmente la presidenza della conferenza spetta alle Isole Fiji, i tedeschi svolgono solo l’assistenza tecnica. La scelta di Bonn è dovuta al fatto che lo Stato delle isole del Pacifico non possiede la capacità logistica di ospitare un evento così grande: e ogni volta che questo accade, il compito di organizzare il vertice viene assunto dall’ex capitale tedesca, nella quale risiede il segretariato dell’Onu per il clima. Così, per dieci giorni, quella che John Le Carrè definì in una sua spy-story “una piccola città di provincia” torna ad essere una capitale mondiale.

Il vertice di Bonn dovrebbe rivestire un ruolo decisivo sulla strada della lotta ai cambiamenti climatici, giacché il suo compito è di mettere nero su bianco le misure che ciascun Stato dovrà adottare per mettere in pratica l’Accordo di Parigi. Il protocollo di Parigi, come successore dei Protocolli di Kyoto, ha fissato l’obiettivo di contenere al di sotto dei 2 gradi centigradi l’aumento della temperatura globale rispetto ai valori dell’era preindustriale.

Il vertice di Bonn sarà un successo se ci si accorderà su un codice, un brogliaccio di norme e tempistiche, che unisca le promesse dei singoli Stati sui rispettivi obiettivi nazionali alle modalità di controllo e verifica: una road map da perfezionare ogni cinque anni che dovrà poi essere varata nel prossimo vertice sul clima, il COP 24, in programma il prossimo anno a Katowice, in Polonia. “Si tratta di definire i piccoli ma essenziali dettagli, i commi di una Costituzione per la difesa del clima”, ha detto nei giorni scorsi Karsten Sach, direttore del dipartimento sul clima del ministero dell’Ambiente tedesco.

Ma il primo ostacolo con cui si dovranno confrontare conferenzieri ed esperti, leader politici e consiglieri, sherpa e negoziatori, è la constatazione che l’obiettivo di Parigi è già diventato un’utopia, a soli due anni dall’accordo. Un’analisi del Guardian sulla base dei dati resi noti il 30 ottobre dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), ha evidenziato come la concentrazione di CO2 abbia raggiunto nel 2016 livelli record e che i limiti stabiliti nel vertice di Parigi saranno irraggiungibili se dovesse proseguire l’attuale tendenza di emissioni di gas serra. “Senza un rapido taglio delle emissioni di CO2 e degli altri gas serra (come metano, biossido di azoto e altri)”, ha spiegato Petteri Taalas, segretario generale dell’Wmo, “andremo verso pericolosi incrementi delle temperature entro la fine di questo secolo, ben sopra i limiti dell’Accordo di Parigi. Le generazione future erediteranno un pianeta molto più inospitale”. Le stime più allarmistiche indicano che l’aumento di temperatura sulla Terra sia avviato a raggiungere i 3 gradi.

Per invertire la rotta la Conferenza di Bonn dovrebbe approvare un piano di irrigidimento rispetto agli obiettivi fissati a Parigi che dovrebbe prodursi a lungo termine. Quello originario prevedeva l’avvio delle misure di riduzione delle emissioni di CO2 dal 2018 e la prima verifica a 5 anni, cioè nel 2023. Gli ecologisti sostengono che i tagli dovrebbero essere già ora maggiori e che la data della prima verifica sia troppo lontana.

cambiamento climaticoA questo si aggiunge che lo scorso giugno il presidente americano Donald Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, sostenendo che le condizioni previste danneggerebbero l’industria e l’economia Usa. Washington potrà uscire dall’accordo non prima di tre anni, dal 4 novembre 2020. Dunque i suoi rappresentanti sono presenti a Bonn, siederanno al tavolo delle trattative e gli osservatori non escludono che il loro ruolo potrebbe essere quello di ammorbidire o impedire decisioni più drastiche. Ma se gli Usa hanno assunto apertamente il ruolo di bastian contrario, gli stessi padroni di casa della conferenza – i tedeschi – rischiano di mancare il proposito che il loro stesso governo si era dato, nell’ambizione di interpretare il ruolo di capofila nella lotta ai cambiamenti climatici. Secondo le stesse stime elaborate dal ministero dell’Ambiente, invece del taglio entro il 2020 del 40% le emissioni nocive rispetto al 1990, sarà raggiunto un più modesto risultato compreso fra il 31,7% e il 32,5%.

Gli ecologisti puntano a indirizzare la road map di Bonn verso una più accelerata fuoriuscita dal carbone. “Chiediamo a tutti i governi, città, aziende, banche e investitori di accelerare gli sforzi per abbandonare il carbone prima della COP24 che si terrà in Polonia nel 2018”, ha detto Kathrin Gutmann, direttrice della campagna Europe Beyond Coal, “e la Conferenza di Bonn è un’eccellente opportunità per ulteriori e più ambiziosi impegni da parte di tutti i paesi”. I governi di Paesi Bassi, Gran Bretagna, Finlandia, Francia, Portogallo e Italia si sono impegnati ad abbandonare il carbone entro il 2025 o il 2030. La richiesta è che questi annunci si trasformino immediatamente in azioni, accelerando così la chiusura delle 293 centrali rimanenti.

Ma, a partire da Berlino, le resistenze sono forti, come dimostra la dichiarazione dell’ancora ministro degli Esteri Sigmar Gabriel (Spd) che sulla Bild, proprio alla vigilia della Conferenza, ha auspicato “un’ambiziosa politica sul clima che non sia a svantaggio dei posti di lavoro e dell’industria”. E anche nelle trattative per il nuovo governo tedesco in corso, le ambizioni dei Verdi su un’accelerata fuoriuscita dal carbone, vengono puntualmente frustrate da liberali e Cdu. La strada, dunque, appare in salita.

 

Pierluigi Mennitti

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