Chiamiamolo l’assioma Airbus. Ogni volta che i politici europei sognano di creare un campione industriale globale, il loro punto di riferimento è il gigante aerospaziale guidato da Francia e Germania. Airbus è infatti una storia di successo della politica industriale geopolitica europea, nata in un’epoca in cui la geopolitica era più un oggetto di studio accademico che una forza trainante della politica europea. Il che porta a chiedersi: perché gli autori dei discorsi di Ursula von der Leyen non hanno inserito un “Airbus nucleare” nel discorso che la presidente della Commissione ha pronunciato martedì al Summit sul nucleare di Parigi?
L’AMBIZIONE NUCLEARE DELLA COMMISSIONE EUROPEA
“L’Europa dovrebbe diventare un hub globale per l’energia nucleare di nuova generazione”, ha dichiarato von der Leyen a Parigi. “La corsa alla tecnologia nucleare è iniziata. Ma sappiamo che l’Europa ha tutto ciò che serve per guidarla”, ha aggiunto. “Ora abbiamo l’ambizione di muoverci con velocità e su larga scala affinché l’Europa diventi un hub globale dell’energia nucleare di nuova generazione”.
UNA STRATEGIA PER I PICCOLI REATTORI MODULARI
A questo scopo, la Commissione ha presentato una strategia per lo sviluppo e la diffusione dei piccoli reattori nucleari modulari. Questi sono progettati per essere rapidamente ampliati o ridotti a seconda delle necessità. A differenza delle centrali nucleari convenzionali, dovrebbero essere prodotti in fabbrica. Questi mini-reattori sono destinati a soddisfare la crescente domanda di elettricità dei data center, fornire teleriscaldamento alle comunità ed elettrificare siti industriali difficili da raggiungere.
La Commissione menziona anche di sfuggita gli usi militari, cosa non sorprendente se si considera che le origini di questa tecnologia risalgono agli anni Cinquanta e all’inizio dei lavori sui sistemi di propulsione nucleare per sottomarini.
UN OBIETTIVO TROPPO AMBIZIOSO?
La Commissione – o piuttosto la ristretta maggioranza di Stati membri che già utilizzano l’energia nucleare o intendono farlo – si è posta un obiettivo ambizioso: i primi piccoli reattori modulari costruiti nell’Ue dovrebbero entrare in funzione all’inizio degli anni 2030. È tra appena cinque anni, un traguardo piuttosto ambizioso, dal momento che solo Russia e Cina gestiscono attualmente reattori di questo tipo. Resta tuttavia da vedere se forniranno davvero l’elettricità a basso costo che la Commissione spera.
SBUROCRATIZZAZIONE
In ogni caso, la Commissione intende rimuovere tutti gli ostacoli normativi e alla concorrenza per creare una potente industria europea dei mini-reattori modulari. Il successo del loro dispiegamento dipenderà “dalla creazione di una forte domanda di mercato e da un contesto imprenditoriale favorevole”, secondo la strategia della Commissione. Già nel 2024 è stata lanciata un’Alleanza industriale europea per i piccoli reattori modulari. L’elenco dei suoi membri occupa nove pagine. Nove progetti di piccoli reattori sono già in fase di sviluppo, spiega la Commissione.
IL SOSTEGNO PUBBLICO AL NUCLEARE INNOVATIVO
A Bruxelles la speranza generale è di sostenere politicamente la creazione di produttori competitivi a livello globale. A tal fine, la Commissione intende anche destinare, entro il 2028, altri 200 milioni di euro dal programma di finanziamento InvestEU per lo sviluppo delle prime unità commercialmente sostenibili di tecnologia nucleare innovativa. Questo denaro proviene dalle entrate generate dal sistema di scambio delle emissioni ETS. Un funzionario della Commissione ha sottolineato che è la prima volta che fondi del bilancio dell’Ue sono disponibili per lo sviluppo di nuove tecnologie nucleari.
LA FRANCIA FESTEGGIA
Questo cambiamento nella politica energetica è molto gradito alla Francia. Il paese gestisce il più grande parco nucleare d’Europa, con 57 reattori in 18 siti, e da anni spinge per una politica nucleare europea più attiva. Il disastro di Fukushima, esattamente quindici anni fa, e l’“uscita dal nucleare” annunciata tre giorni dopo dall’allora cancelliera tedesca, Angela Merkel, hanno però complicato i piani di Parigi. Il ministro tedesco del Lavoro e degli Affari sociali di allora, tra l’altro, era Ursula von der Leyen.
I tempi sono cambiati. Merkel è in pensione. Fukushima è un ricordo lontano. Persino il Giappone sta aumentando la produzione di energia nucleare. E anche la geopolitica rafforza la posizione pro-nucleare della Francia. La Russia ha trasformato la dipendenza europea dal gas in un’arma nella sua guerra contro l’Ucraina. La risposta dell’Iran alla guerra lanciata da Stati Uniti e Israele ha provocato un nuovo aumento dei prezzi del petrolio e del gas. La dipendenza dagli idrocarburi può “diventare uno strumento di pressione o destabilizzazione”, ha avvertito il presidente Emmanuel Macron al Summit sul nucleare.
Macron spinge per regole europee che incoraggino banche e assicurazioni a investire di più nel nucleare. Un “Airbus del nucleare” sarebbe molto di suo gradimento. “Abbiamo bisogno di un grande progetto europeo di interesse comune per l’energia nucleare”, ha detto Macron.
LA CONCORRENZA INTERNAZIONALE
L’iniziativa per rafforzare i piccoli reattori modulari avrà successo? La concorrenza è forte. Oltre a Cina e Russia, la competizione arriva soprattutto da Stati Uniti, Canada e Regno Unito.
A dicembre il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha stanziato 900 milioni di dollari (773 milioni di euro) per lo sviluppo di piccoli reattori modulari. Altri 450 milioni di dollari sono stati destinati al sostegno delle procedure di autorizzazione della tecnologia necessaria. La provincia canadese dell’Ontario sta investendo un miliardo di dollari canadesi (633 milioni di euro) in questa tecnologia, e il governo britannico 385 milioni di sterline (445 milioni di euro).
I DUBBI
Resta da vedere se tutti questi investimenti avranno successo. L’Ufficio federale tedesco per la sicurezza della gestione delle scorie nucleari, piuttosto critico nei confronti dell’energia nucleare, ha affermato in uno studio pubblicato nell’ottobre 2025 che un’analisi dei costi di produzione – “tenendo conto delle economie di scala, della produzione di massa e delle lezioni apprese dall’industria nucleare” – suggerisce che in media dovrebbero essere prodotti circa 3.000 piccoli reattori modulari prima di poter costruire un modello economicamente sostenibile. In altre parole, i governi dovrebbero fornire enormi garanzie politiche – e finanziarie.
E poi c’è il costo dell’ampliamento del parco tradizionale di centrali nucleari. Nonostante l’entusiasmo per i piccoli reattori modulari, sarà il parco nucleare tradizionale, ormai invecchiato, a sostenere gran parte del peso nel percorso verso la decarbonizzazione. Greenpeace stima in un nuovo studio che il nuovo programma energetico pluriennale del governo francese comporterà costi per il nucleare compresi tra 380 e 650 miliardi di euro entro il 2035.
Greenpeace non è certo particolarmente favorevole all’energia nucleare, per usare un eufemismo. Ma le cifre sono vicine alle stime della Corte dei conti francese: 460 miliardi di euro entro il 2040. A questi costi si aggiunge la spinosa questione della dipendenza dal combustibile proveniente da paesi terzi politicamente problematici. Nel 2023 il 23 per cento dell’uranio naturale e il 38 per cento dell’uranio arricchito utilizzati nelle centrali nucleari europee provenivano dalla Russia. E rimane poi aperta la questione di come e dove immagazzinare in sicurezza i rifiuti radioattivi.
Il nucleare, ormai è chiaro, gode del sostegno di Bruxelles per diventare una parte importante del mix energetico europeo decarbonizzato. Ma è altrettanto chiaro che questo comporterà un prezzo politico e finanziario. Al momento non è chiaro chi dovrà pagarlo.
(Estratto dal Mattinale europeo)







