Energia

Come cambierà l’industria del petrolio dopo il coronavirus?

di

Opec

In Europa si cerca di dirottare gli stimoli finanziari verso il settore ‘green’ mentre negli Usa cominciano a manifestarsi i primi fallimenti e disoccupati nel settore del petrolio

Malgrado le performance negative del prezzo del petrolio l’idea che l’industria di settore possa andare incontro al declino è esagerata. I progressisti, osserva Axios, guardano a questo momento come un segno della fine, un punto di svolta nel solco della lotta ai cambiamenti climatici. Ma se da un lato il coronavirus sta gettando l’industria dell’Oil&Gas nella peggiore crisi di sempre, che porterà al fallimento molte società e alla disoccupazione migliaia di lavoratori, “le fondamenta strutturali della nostra società che si basano sul petrolio non sono cambiate e questo diventerà chiaro a lungo termine, una volta superata la crisi”.

I TRE FATTORI POSITIVI PER L’INDUSTRIA DEGLI IDROCARBURI

Sono soprattutto tre fattori che suggeriscono che le prospettive saranno positive per l’industria, e poi tre che potrebbero cambiare le cose, secondo Axios. Innanzitutto le recessioni mettono in secondo piano le preoccupazioni ambientali. “Quello che mi preoccupa di più è che la storia suggerisce che quando l’economia soffre, il ritmo dell’ambizione della politica ambientale diminuisce”, ha detto Jason Bordoff, un ex funzionario dell’energia di Obama, ora alla guida del Center on Global Energy Policy della Columbia University.

In secondo luogo, crescita economica è da sempre sinonimo di crescita della domanda petrolifera. Infine, c’è la questione di politiche governative invariate: “Proprio come una dieta di successo si ottiene con il tempo e il graduale passaggio a cibi più sani e meno calorie, lo stesso accade per passare dal petrolio a fonti più pulite”, sottolinea Axios.

I TRE FATTORI CHE POTREBBERO CAMBIARE LE COSE

A poter modificare il settore potrebbero essere invece i cambiamenti guidati dalla pandemia “con potenziali tendenze ad aumentare il nostro consumo di petrolio (utilizzando più plastica) o a diminuirlo (volando meno). In ogni caso, stanno tutti armeggiando ai margini di un massiccio mercato del petrolio”. Poi entrano in gioco i piani di stimolo monetario che molti paesi potrebbero indirizzare a favore delle energie pulite. Infine, c’è la possibile vittoria alle presidenziali Usa di Joe Biden che potrebbe stimolare il settore ‘green’.

AZIENDE IN FALLIMENTO E DISOCCUPAZIONE: L’EFFETTO PANDEMIA SUGLI USA

In ogni caso gli effetti attuali della pandemia stanno cominciando a manifestarsi, soprattutto negli Stati Uniti, in particolare su aziende e lavoro. La Diamond Offshore Drilling, una grande società appaltatrice con sede a Houston, ad esempio, ha presentato domanda di fallimento, citando eventi “senza precedenti” su prezzi e sviluppi della pandemia, sottolinea Axios.

“La grande chiusura petrolifera del Texas è iniziata”, ha infatti scritto lo Houston Chronicle. Mentre la società di servizi petroliferi Baker Hughes nel suo conteggio settimanale, ha riferito che le piattaforme di trivellazione che operano negli Stati Uniti sono crollate di 60 unità la scorsa settimana, raggiungendo il numero di 387 rispetto agli 805 impianti attivi di perforazione di un anno fa. L’Eia, il braccio statistico del Dipartimento dell’Energia, ha previsto all’inizio di questo mese che la produzione americana sarebbe scesa di circa 2 milioni di barili al giorno, anche se il ministro dell’energia americano Dan Brouillette vede potenzialmente cali molto più ampi. E non è tutto: la BW Research Partnership stima che quasi 50.000 lavoratori statunitensi nei giacimenti di petrolio e gas hanno perso il lavoro a marzo.

IN EUROPA SI GUARDA A PACCHETTI DI STIMOLO PER L’INDUSTRIA ‘GREEN’

Di tutt’altro tenore il discorso in Europa: “Le norme dell’Unione Europea che richiedono che gli investimenti siano in linea con la politica climatica e dovrebbero essere usati per guidare le misure di ripresa economica dopo la pandemia di coronavirus, nonostante non siano ancora legge”, hanno detto i consulenti esperti europei, secondo quanto riferito da Reuters parlando delle crescenti richieste di orientare gli enormi pacchetti di stimolo finanziario verso le industrie a basse emissioni di carbonio.

La scorsa settimana l’Agenzia Internazionale per l’Energia e la Danimarca hanno ospitato un incontro virtuale sul tema che ha coinvolto funzionari dei paesi europei, dell’India, del Canada, dell’Indonesia e di altre nazioni. E questa settimana, l’incontro annuale dei ministri dell’ambiente di oltre 30 paesi, intitolato ‘Dialogo sul clima’, si concentrerà su “come organizzare una ripresa economica ‘verde’ dopo la fase acuta della pandemia”, ha riferito la BBC.

L’ULTIMO OSTACOLO PER IL PETROLIO ARTICO: LE BANCHE

A conferma di come il settore petrolifero sia tutt’altro che morto c’è il tema delle trivellazioni artiche, l’ultima frontiera delle riserve mondiali. Il colosso bancario Morgan Stanley la scorsa settimana ha aggiornato la sua politica ambientale garantendo che non finanzierà “direttamente la ricerca e lo sviluppo di nuovo petrolio e gas nell’Artico”. Secondo Bloomberg, si tratta della quinta grande banca statunitense a dire stop alle trivellazioni nella regione. Ma se da un lato si tratta dell’ennesimo ostacolo per l’amministrazione Trump che da tempo punta ad aprire allo sviluppo di petrolio e gas l’Arctic National Wildlife Refuge, sempre Bloomberg ammette che “c’è un limite ai voti delle banche, che generalmente escludono solo i finanziamenti legati a singoli progetti, come la sottoscrizione di una specifica impresa di trivellazione nell’Artico. Gli impegni non ostacolerebbero una banca che fornisca, ad esempio ampi finanziamenti alle compagnie petrolifere che operano per lo più in Alaska o nell’Artico”.

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