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Covid-19 Usa: Trump va alla guerra contro Oms e governatori (ma seduce Corporate America)

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donald trump

Tutte le ultime mosse di Trump, e le ultime polemiche, su come uscire dall’emergenza Covid-19 negli Usa. Il Punto di Marco Orioles

Nel Paese più colpito al mondo dal Covid-19, gli Stati Uniti d’America, continuano ad alternarsi scene da tregenda e da operetta.

Sul primo fronte, c’è davvero poco da dire a proposito della situazione tragica di New York, dove ieri i decessi comunicati dal Dipartimento municipale della Salute hanno toccato la cifra record di 3.700 unità, portando il totale dei morti da Coronavirus registrati nella sola metropoli oltre quota 10 mila.

Ma a dare la cifra del momento in America non è solo il bilancio di un’epidemia che, come ha rivelato ieri il Centers for Disease Control and Prevention  ha precipitato nell’inferno del contagio più di 9 mila operatori sanitari, 27 dei quali passati a miglior vita.

Un indicatore altrettanto inquietante è quello segnalato ieri dal New York Times: le code chilometriche di americani indigenti, spesso con tutta la famiglia al seguito, per ricevere aiuti alimentari.

Le storie raccolte dal NYT in giro per gli States – emblematica quella delle 10 mila famiglie di San Antonio presentatesi sin prima dell’alba in un piazzale dove si distribuiva della carne – rivelano il drammatico dilemma degli americani cui il virus ha spazzato via in un batter di ciglia tutte le certezze a partire dal posto di lavoro: restare a casa al sicuro, ma con la pancia vuota, o arrischiarsi mettendosi in coda per un pezzo di pane?

In questo contesto che complicato è dir poco, anche la politica finisce per essere disfunzionale.

Lo dimostrano le risse continue tra il presidente, il Congresso e i governatori degli Stati, tutti a puntare l’indice nella ricerca del capro espiatorio cui addossare le colpe del disastro.

Disastro che secondo la Speaker della Camera Nancy Pelosi non può che essere imputato al presidente, vale a dire a quel “leader debole” da lei indicato nella lettera spedita ai colleghi democratici come colui la cui insipienza e incapacità di ascoltare i consigli ha causato “morti non necessarie e disastro economico”.

Dal canto suo, Donald Trump ieri è tornato alla carica contro l’entità che secondo lui porta le più atroci responsabilità: l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Rinfocolando una polemica cominciata la settimana scorsa contro un’organizzazione accusata di aver fallito nella prova di contenere la pandemia Covid-19 e, soprattutto, di aver coperto le nequizie del governo cinese, The Donald si è tolto nuovamente i guanti.

Così, ricordando anche la famosa critica avanzata dall’Oms alla Casa Bianca quando questa a fine gennaio decise di chiudere i collegamenti aerei con la Cina, il presidente ha sottolineato che “tantissimi morti sono stati causati” da una “pessima gestione” della crisi ben evidenziata dal silenzio assordante (“covering up”) sui misfatti cinesi.

Per Trump, i morti da Covid-19 nel mondo sarebbero stati addirittura “venti volte” di meno se l’Oms avesse fatto il suo dovere anziché “combatterci” (come fece al tempo della famosa direttiva presidenziale sui voli dalla Cina) e commettere gli errori più imperdonabili di tutti, ossia “prendere per buone le rassicurazioni della Cina” e veicolare la sua “disinformazione”.

La conclusione di Trump è la stessa cui era giunto in occasione della stoccata precedente, ossia che l’America valuterà che fare con i fondi che il Tesoro destina ogni anno – stiamo parlando di circa mezzo miliardi di dollari su un bilancio complessivo di 6 – ad un’organizzazione così “sino-centrica”.

La polemica che ha scandito i giorni successivi alla Pasqua è stata tuttavia un’altra e ha visto di nuovo The Donald sfidare a singolar tenzone i governatori, e viceversa.

Tutto ha inizio lunedì quando durante il consueto briefing del pomeriggio Trump fa sapere che a suo avviso “numerosi articoli” della Costituzione pongono in capo a lui la scelta di porre fine ai lockdown attuati nei 50 Stati d’America – cosa che, se dipendesse solo da lui, succederebbe entro la fine del mese.

“Quando qualcuno è il presidente degli Stati Uniti”, è stata la spiegazione costituzionale dell’inquilino della Casa Bianca subito sfidata dalle opposizioni e dai media, “l’autorità è totale”.

Sono bastati pochi minuti perché scattasse l’insurrezione, che ha innescato anche un nuovo scazzo tra il presidente e un leader democratico che gli ha dato del filo da torcere sin dall’alba di questa crisi, ossia il governatore di New York Andrew Cuomo.

Approfittando della sua presenza tra gli ospiti della trasmissione “Morning Joe” di MSNBC , Cuomo non ha potuto fare a meno di sottolineare come il presidente si sia “fondamentalmente dichiarato Re Trump”, accendendo così la miccia di “una crisi costituzionale come non si è mai vista da decenni”.

Per esprimere lo stesso concetto, il governatore dello Stato di Washington, Jay Inslee, ha pensato bene invece di spandere un po’ di veleno paragonando la lezione di diritto del presidente al compitino mediocre di un alunno delle scuole medie.

Dal canto suo, il collega del Maryland Larry Hogan chiariva dalle frequenze della CNN che quella del presidente “non è la mia interpretazione della Costituzione”.

Anziché limitarsi ad agire isolatamente e soprattutto solo verbalmente, stavolta alcuni governatori capitanati hanno concertato una risposta collettiva alle minacce della Casa Bianca, annunciando la formazione di una task force regionale – cui faranno parteNEW York, New Jersey, Pennsylvania, Connecticut, Rhode Island, Delaware e Massachusetts .  che avrà il compito di valutare il quando, come e perché della riapertura.

Poche ore dopo, anche California, Oregon e Washington annunciavano di voler fare altrettanto.

Il risultato di cotanta offensiva si è visto ieri sotto la forma dei toni più concilianti del presidente, per il quale le riaperture saranno ora decise Stato per Stato “in un tempo e in una maniera appropriati”.

Ma dietro le parole soffici si celava la stessa convinzione di sempre, ossia che “quel giorno è molto vicino” e che i governatori (i quali, ha aggiunto maliziosamente, “alla fine saranno molto, molto rispettosi della presidenza”) “sanno che è ormai ora di riaprire”.

Lui, del resto, a quell’obiettivo ci sta lavorando a testa bassa e in grande stile, come dimostra l’annuncio della formazione di una task force (che si riunirà però solo in teleconferenza) dal nome programmatico “Aprire il Paese” che abbina la presenza di “grandi medici” a quella di “grandi uomini d’affari”.

Arricchito dalla presenza del vicepresidente Pence, dal chief of staff del presidente Mark Meadows, dal Segretario al Tesoro Steven Mnuchin, dal direttore del Consiglio Economico Nazionale Larry Kudlow (ma non ci saranno, ha chiarito Trump, il suo genero Jared Kushner e la figlia Ivanka), questo Gran Consiglio potrà contare sui buoni consigli di personaggi del calibro di Marck Zuckerberg e Tim Cook (CEO di Facebook e Apple) o Jamie Dimon e Stephen A. Schwarzman (CEO di  JPMorgan Chase e Blackstone).

Ma come chiarirà un documento diffuso nel pomeriggio di ieri dalla Casa Bianca, la lista degli illustri rappresentanti della Corporate America chiamati a sviluppare col governo una strategia per il post-emergenza è lunghissima e include mezza Big Tech (Google, Microsoft, Oracle, Intel, IBM, Cisco) ed entità di spicco del settore bancario e finanziario (Morgan Stanley, Goldman Sachs, Visa, Mastercard), della Difesa (Lockheed Martin, Northrop Grumman, Raytheon, General Dynamics) e dell’energia (ExxonMobil, Chevron, ConocoPhillips).

Ma ci sono due nomi nell’elenco che hanno fatto strabuzzare gli occhi a più di qualcuno ieri: sono quelli di Amazon e del suo patron Jeff Bezos, che di Trump non vanta né l’amicizia né la simpatia.

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