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Ecco cause e conseguenze della crisi energetica in Cina

Cina Crisi Energetica

La crisi energetica in Cina potrebbe ripercuotersi sulla crescita del paese e sui prezzi delle materie prime. Fatti, numeri e scenari

La crisi energetica in Cina, dovuta principalmente a una carenza di carbone, sta causando interruzioni alle attività industriali e razionamenti dell’elettricità ai cittadini, soprattutto a quelli che vivono nella parte nordorientale del paese.

LA SITUAZIONE IN CINA

Le autorità della provincia del Liaoning hanno fatto sapere che i livelli di generazione energetica sono diminuiti notevolmente da luglio. La settimana scorsa hanno dovuto estendere le interruzioni di corrente anche alle utenze domestiche e non soltanto alle industrie; hanno anche raccomandato ai cittadini di non utilizzare elettrodomestici dall’alto consumo energetico (come i forni a microonde) nelle ore di picco della domanda.

Alcuni abitanti della provincia del Heilongjiang hanno raccontato a Reuters che molti negozi stanno chiudendo prima dell’orario previsto per mancanza di elettricità; altri ricorrono alle candele per l’illuminazione. Tra le città colpite ci sono anche Dalian e Shenyang, che contano complessivamente oltre 13 milioni di abitanti.

LE CONSEGUENZE PER L’ECONOMIA E LA PRODUZIONE INDUSTRIALE

Oltre che un problema sociale – nel nord le temperature notturne si sono peraltro abbassate parecchio -, la crisi energetica è anche una minaccia all’economia cinese. E potrebbe ripercuotersi sulle catene di approvvigionamento di Apple, ad esempio, visto che molte aziende che forniscono componenti o assemblano gli iPhone si trovano in Cina. Prezzi dell’energia più alti, poi, potrebbero far salire l’inflazione.

IL PARERE DI MORGAN STANLEY

Stando a Morgan Stanley, circa il 7 per cento della capacità produttiva cinese di alluminio è stata sospesa (i prezzi del metallo erano già molto alti) e il 29 per cento della produzione nazionale di cemento sta riscontrando problemi.

La banca sostiene che, se i tagli produttivi dovessero durare a lungo, la crescita del PIL cinese nel quarto trimestre dell’anno potrebbe risentirne di un punto percentuale in meno.

LA STIMA DI GOLDMAN SACHS

Goldman Sachs stima che le carenze energetiche abbiano interessato fino al 44 per cento dell’attività industriale cinese e potrebbero causare il calo di un punto percentuale nel PIL per il terzo trimestre dell’anno e di due punti percentuali nel periodo ottobre-dicembre.

La banca d’affari ha rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita del PIL della Cina, passate dal +8,2 al +7,8 per cento.

LE CAUSE

La crisi affonda principalmente nella carenza di carbone, il combustibile nettamente più utilizzato nel paese per la generazione elettrica: possiede una quota del 70 per cento nel mix nazionale. L’estrazione del carbone è però stata scoraggiata dalle politiche climatiche del presidente Xi Jinping: allineandosi alla tendenza globale, la Cina si è impegnata a ridurre le proprie emissioni di gas serra (attualmente è il paese con i livelli più alti) fino ad arrivare al loro azzeramento netto entro il 2060.

Oltre a questo, c’è l’impatto della pandemia di coronavirus sulla produzione industriale, che sta facendo fatica a tenere il passo con una domanda che aumenta e diminuisce in maniera poco prevedibile (varia a seconda delle riaperture e delle chiusure, determinate a loro volta dall’andamento dei contagi). Negli ultimi mesi le società energetiche cinesi non sono riuscite a rispondere alla maggiore richiesta di energia proveniente dalle fabbriche, che hanno aumentato la produzione in risposta alla crescita della domanda estera di beni e materie prime.

I PREZZI DEL CARBONE

Le scorte di carbone in alcune zone della Cina settentrionale sono ora basse, e c’è bisogno di riempirle in previsione della stagione fredda, ormai vicina.

D’altra parte, le utility stanno facendo fatica ad aumentare l’output energetico perché i prezzi del carbone sono cresciuti moltissimo: i contratti cinesi per il carbone termico (quello utilizzato per produrre elettricità) sono arrivati al record di 1324 yuan (circa 205 dollari) per tonnellata.

I CONTRASTI CON L’AUSTRALIA

La Cina non può nemmeno fare troppo affidamento sulle importazioni per via della crisi politica con l’Australia, che ha spinto Pechino a sospendere gli acquisti di carbone da Canberra: ma quello australiano – il Newcastle – è un combustibile di qualità, dall’alta efficienza energetica. La Cina ha trovato un’alternativa nell’Indonesia, ma sta faticando a trovare altre forniture sufficienti, vista la richiesta proveniente dalle nazioni del Sud-est asiatico.

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