Due dei più grandi impianti di lavorazione dei combustibili fossili al mondo – il complesso di Ras Laffan in Qatar e la raffineria di Ras Tanura in Arabia Saudita – sono stati chiusi dopo essere stati attaccati dall’Iran. Il conflitto, iniziato sabato 28 febbraio, ha causato un aumento dei prezzi del petrolio, che però non sono arrivati su livelli critici. Non ancora, almeno: la situazione potrebbe aggravarsi, specialmente se lo stretto di Hormuz venisse bloccato da Teheran o da milizie alleate.
Il prezzo del petrolio Brent, il contratto di riferimento internazionale basato sul mare del Nord, si aggira sugli 80 dollari al barile.
LA SITUAZIONE A RAS LAFFAN, IN QATAR
La compagnia energetica QatarEnergy, controllata dallo stato qatariota, ha fatto sapere che i complessi di Ras Laffan e di Mesaieed hanno subìto degli “attacchi militari” e che la produzione di gas liquefatto è stata perciò interrotta. Un drone avrebbe colpito una cisterna d’acqua in una centrale elettrica a Mesaieed, mentre un secondo velivolo autonomo – entrambi provenienti dall’Iran – avrebbe danneggiato una struttura energetica a Ras Laffan. Non ci sono vittime.
Nel complesso di Ras Laffan si trova il più grande impianto di esportazione di gas liquefatto al mondo: vale un quinto dell’offerta globale di questo combustibile. Lo stabilimento si trova in prossimità del vasto giacimento di gas North Field (nello sviluppo del progetto è coinvolta anche Eni) e sulle rotte marittime che collegano l’Asia orientale all’Europa.
L’IMPATTO SUI PREZZI DEL GAS
Il Qatar non è solo uno dei maggiori esportatori di gas liquefatto: è anche fondamentale per gli approvvigionamenti energetici dell’Unione europea, che dopo l’invasione dell’Ucraina ha aumentato gli acquisti di gas liquido – principalmente dagli Stati Uniti e dal Qatar – per sostituire le forniture russe. Nel 2024 il Qatar è valso il 4,3 per cento delle importazioni gasifere totali europee, contro il 16,5 per cento degli Stati Uniti.
La notizia della chiusura dell’impianto di Ras Laffan ha fatto schizzare in alto i prezzi del gas in Europa: i contratti front-month (a un mese) scambiati sull’hub di Amsterdam sono cresciuti del 45 per cento, a 46,1 euro al megawattora. È vero che la stagione fredda è praticamente conclusa, ma i paesi europei devono prepararsi ad acquistare gas per rifornire gli stoccaggi in vista del prossimo inverno.
GLI EFFETTI PER L’ITALIA SECONDO L’ISPI
Nel 2024 il Qatar è stato il maggiore fornitore di gas liquefatto dell’Italia, con una quota del 44 per cento del totale: nel 2025 è stato superato dagli Stati Uniti. “Da gennaio a novembre [del 2025, ndr] il Gnl importato, per la prima volta, è risultato essere la prima fonte di approvvigionamento [di gas in generale, ndr], sottraendo il primato all’Algeria che dopo lo scoppio della guerra russo-ucraina si era confermata anno su anno come primo fornitore dell’Italia”, si legge in un’analisi dell’Ispi.
COS’È SUCCESSO A RAS TANURA, IN ARABIA SAUDITA
In Arabia Saudita, sulla costa orientale, la compagnia petrolifera statale Saudi Aramco ha deciso di chiudere la raffineria di Ras Tanura, colpita dai detriti di due droni iraniani intercettati. La struttura avrebbe subìto solo dei “danni limitati”: la decisione di chiudere lo stabilimento, insomma, sarebbe una misura precauzionale.
L’impianto, comunque, è rilevantissimo: Ras Tanura è la raffineria più grande dell’Arabia Saudita e vale da sola il 16 per cento della capacità di raffinazione del paese, 550.000 barili al giorno su 3,4 milioni.
L’Arabia Saudita è il primo paese esportatore di petrolio ed è la guida di fatto dell’Opec+. L’organizzazione si è recentemente impegnata ad aumentare la produzione petrolifera di 206.000 barili al giorno da aprile, in modo da ridurre il rischio di una crisi dell’offerta di greggio sul mercato.







