Energia

Chi favorirà (e chi sfavorirà) la svolta green della Bei avallata dall’Italia. Parla il prof. Clò

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Italia a favore della svolta green della Bei. Dibattito su Start. “Avrei suggerito un approccio attento agli interessi del nostro Paese e delle nostre imprese, più che alle suggestioni europee e a decisioni politiche”, dice a Start l’economista Clò, direttore Rivista Energia

La Banca europea per gli investimenti, presieduta dal tedesco Werner Hoyer, a partire dalla fine del 2021 non finanzierà più progetti basati sui combustibili fossili, gas incluso (qui il documento Bei).

Una decisione rilevante, dagli impatti non solo energetici ma anche finanziari e geopolitici (qui un approfondimento di Start), che merita di essere commentata e analizzata da massimi esperti del settore come Alberto Clò, economista, già ministro, direttore Rivista Energia.

Ecco la conversazione di Start con il professore Clò.

Professore, quali sono gli obiettivi della delibera Bei sugli investimenti energetici? Spingere sulle rinnovabili? Le tesi di Greta stanno dunque spopolando anche nei palazzi europei?…

Stanno spopolando nei palazzi della politica ma non nella cruda realtà dei fatti. Che dice che le cose su scala mondiale (cui dobbiamo guardare) non stanno andando come si auspicava: i consumi di energia hanno registrato nuovi record; le fossili restano dominanti, anche nella generazione elettrica (cui contribuiscono per 65%) mentre le nuove rinnovabili, solare ed eolico, sono sì cresciute contribuendovi però solo per il 7%. E non sostituendo, come si continua falsamente a sostenere, le fossili ma cannibalizzando il nucleare, l’unica altra tecnologia a bassa emissioni di CO2.

Morale?

Morale: le emissioni di gas serra sono aumentate, a  livello sia globale che in Europa se teniamo conto, come sarebbe corretto fare, delle emissioni “di ritorno”: quelle legate alle produzioni delocalizzate e poi reimportate e consumate. Se calcolassimo le emissioni sui consumi e non sulla produzione vedremmo che son o aumentate, in barba all’ipocrisia dominante..

Ma perché – come farà la Bei – penalizzare il gas oltre al petrolio e al carbone?

Le fonti fossili nel 2018 hanno contribuito a soddisfare la complessiva domanda di energia primaria per l’80%, le nuove rinnovabili per il 2%. Un rapporto quindi di 40 a 1. Capovolgerlo sarà processo lungo, non facile, costoso. Non so a quale scenario la Bei abbia fatto riferimento o se ne abbia elaborato uno al suo interno, che per doverosa trasparenza dovrebbe rendere nota non essendo la Bei una banca privata.

Quali sono gli scenari?

Gli scenari disponibili, da ultimo il World Energy Outlook dell’Agenzia di Parigi appena reso noto, indica che nel 2040 la domanda di energia potrebbe crescere tra il 28% e il 34% col contributo delle fossili rispettivamente del 74% e 78%. La domanda di gas potrebbe crescere rispettivamente del 36% e 48%. L’unico scenario in cui la domanda potrebbe leggermente calare (7%) è quello definito Sustainable Development che sconta politiche climatiche convergenti con l’obiettivo di contenere il surriscaldamento entro la soglia dei 2°C. Ma le cose non vanno in questa direzione.

In che senso non vanno in questa direzione?

Le politiche climatiche non registrano alcuna accelerazione specie per i costi sociali che comportano e le proteste che ovunque sollevano. Guardi alle reazioni scomposte per l’introduzione di una semplice plastic-tax nel nostro paese, per non parlare dei pochi centesimi che Macron aveva imposto sui prezzi del gasolio diesel e che ha dovuto ingloriosamente ritirare per le proteste dei Gilet Gialli. Comunque anche nello scenario Sustainable Development, di cui dubito fortemente, la domanda di gas a livello mondiale e in Europa si manterrebbe sostanzialmente inalterata.

Che effetti potrebbero allora derivare dalla decisione della Bei di non finanziare dalla fine del 2021 progetti legati alle energie fossili?

L’effetto non scontato dal consiglio di amministrazione della Bei è quello di accrescere le difficoltà di finanziamento delle compagnie energetiche tradizionali (specie oil&gas) riducendo la loro propensione ad investire, già accentuata dai timori dei rischi climatici, dalla pressione degli azionisti che vorrebbero ridurre l’esposizione ai business tradizionali, dalla severa disciplina finanziaria che le compagnie si sono date. Morale: gli investimenti – che altro non sono che la futura offerta – sono ancora inferiori a quelli precedenti il contro-shock dei prezzi del 2014  creando un severo rischio di squilibrio domanda/offerta con inevitabile esplosione dei prezzi.

Perché?

Perché la domanda potrebbe crescere mentre l’offerta ridursi con un gap che minerebbe la stabilità finanziaria dell’intera economia mondiale. Ciò di cui la Bei avrebbe dovuto tener conto, non basandosi solo sugli auspici della politica dell’Unione. Tenendo a mente un dato sempre sottaciuto: che la quota europea sulle emissioni globali in un ventennio si è dimezzata al 10% ed è prevista ulteriormente ridursi in futuro. Il massimo impegno verso la decarbonizzazione avrà di conseguenza un effetto del tutto marginale sulle emissioni globali, seppur molto costoso. Molto per poco o nulla.     

Le cronache raccontano che Germania, Francia e Italia hanno votato a favore. La spinta maggiore secondo lei è venuta dalla Germania o dalla Francia?

Non sono a conoscenza dei termini del dibattito interno alla Bei che ha portato alla decisione che stiamo commentando. La Germania, specie considerando il peso politico che hanno acquisito i Grunen, sarà stata certamente molto favorevole, nonostante sia il paese europeo che in termini assoluti utilizza più il carbone nella generazione elettrica ma è anche il paese che più punta ad accrescere le rinnovabili. Le sue imprese che operano in questo settore trarranno il maggior vantaggio dalle decisioni della Bei.

I Paesi dell’est preferivano una soluzione meno dirompente su carbone, petrolio e gas? Possibile? Le risulta?

Fatto politico molto importante nella decisione della Bei è la nessuna considerazione in cui ancora una volta l’Unione ha tenuto i paesi dell’Est Europa, come avvenuto per la costruzione del Nord Stream 1 e 2, che non a caso si sono opposti alla decisione della Bei. L’intenzione di Ursula von der Leyen presidente della nuova Commissione Europea di voler emanare nei suoi primi 100 giorni di mandato (che continuano a slittare) un “European Green Deal” in grado di fare dell’Europa il primo continente carbon-neutral entro il 2050, dovrebbe tener conto della capacità di spesa di ogni paese, della loro situazioni di partenza, delle loro specifiche condizioni socio-economiche, energetiche, ambientali. Si scorrano, per farsene un’idea, le statistiche Eurostat per vedere le straordinarie differenze che corrono tra i paesi membri dell’Unione Europea.

E che cosa mostrano le statistiche?

I Paesi dell’Est hanno un reddito pro-capite inferiore sino al 50% a quello medio europeo. Parlare dell’Unione come un tutt’uno non solo è privo di senso, ma è negativo anche sotto il profilo del futuro dell’Unione. Come accaduto in passato per l’opposizione dei paesi dell’Est a decisioni della Comunità che richiedevano l’unanimità dei consensi. Che i paesi ricchi guardino primariamente ai loro interessi, in primis la Germania, mentre lo stesso non debba essere per quelli a minor reddito, non è l’ultima delle ragioni alla base della dis-unione europea. Ma come si sa la solidarietà non è di casa in questa Europa.

Se Gualtieri e Conte le avessero chiesto un consiglio, come avrebbe dovuto votare il rappresentante italiano?

Avrei suggerito un approccio pragmatico, attento agli interessi del nostro Paese e delle nostre imprese, più che alle suggestioni europee, assumendo una decisione che mi sembra totalmente politica. L’Europa avrà bisogno ancora per molto delle fonti fossili. Illudersi del contrario non cambia le cose.

Chi sarà penalizzato e chi favorito dal nuovo corso approvato?

La Bei penalizzerà le molte imprese che operano con le fonti fossili, renderà più difficile e oneroso costruire le infrastrutture metanifere. Mentre le rinnovabili aumenteranno, partendo da un livello comunque che resta molto basso, mentre gli investitori chiedono garanzie di redditività, certezza e rapidità dei processi autorizzativi, credibilità della politica, più che un basso costo dei finanziamenti. Anche perché in Italia le cose, al di là della narrazione imperante, non stanno andando bene.

Cioè?

Nel suo ultimo rapporto l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) ha sostenuto che l’Italia ha mostrato segni di miglioramento «nel sistema energetico» e nella «lotta ai cambiamenti climatici» salvo scrivere subito dopo, trattando del primo, che il suo «indicatore composito, dopo un iniziale aumento (…) subisce una flessione negativa a partire dal 2014» e del secondo che «l’indicatore headline (gas serra totali) migliora fino al 2014 per poi peggiorare nel triennio successivo».

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