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Chi fa il furbetto sui prezzi dei carburanti in Italia?

Se il prezzo del petrolio è aumentato per tutti ovunque, perché il prezzo industriale del gasolio in Italia è aumentato più che altrove nonostante il taglio delle accise? Non è da trascurare l’ipotesi che abbia visto i distributori/raffinatori – per i quali l’accisa è un costo – incamerare il beneficio del minor costo senza abbassare i prezzi in ugual misura, aumentando così il loro margine lordo di raffinazione. L'analisi di Liturri

C’è puzza di bruciato, cioè di straordinari (ancorché, fino a prova contraria, legittimi) guadagni da parte di chi raffina e distribuisce carburanti in Italia, in queste settimane di eccezionali aumenti del petrolio greggio e dei suoi derivati raffinati.

L’ultimo indizio – che rafforza fondati sospetti – è arrivato leggendo il Sole 24 Ore di ieri che riporta che «Nel periodo compreso tra 12 e 25 marzo la Guardia di Finanza ha eseguito 1.089 interventi arrivando a contestare 795 violazioni. A conti fatti significa un 73% di comportamenti non in regola riscontrati sul totale dei controlli. Se si scende ulteriormente nel dettaglio, poi, spiccano le 159 irregolarità ravvisate per mancata esposizione o difformità dei prezzi praticati rispetto a quelli indicati e le 636 omissioni relative agli obblighi di comunicazione al portale “Osservaprezzi carburanti” del ministero delle Imprese e del made in Italy.»

Un’attività che trova fondamento nell’ulteriore giro di vite disposto col decreto legge 33/2026: «In base alla norma in vigore dal 19 marzo, infatti, se il Garante per i prezzi ravvisa incrementi repentini e anomali dei prezzi alla pompa, è tenuto a fornire alla Guardia di Finanza un elenco dettagliato degli operatori e delle compagnie petrolifere interessati. Su tale base, il Corpo è chiamato a eseguire i necessari accertamenti contabili per verificare le anomalie sui costi e sui prezzi giornalieri di acquisto, risalendo l’intera catena distributiva fino al costo del greggio e dei prodotti raffinati sostenuto dai titolari delle autorizzazioni petrolifere.»

Come già avevamo segnalato qualche giorno fa, c’è qualcosa che non sta funzionando nel sistema di trasmissione a favore del consumatore finale del taglio delle accise disposto dal governo, di cui praticamente nessuno si è accorto. Perché nel frattempo il prezzo industriale dei carburanti (gasolio in particolare) è aumentato al punto da superare il beneficio delle minori tasse.

Partiamo dai dati della settimana di Pasqua, che è stata finora la più difficile per automobilisti e autotrasportatori italiani per i quali, il pur generoso sforzo del governo, con il taglio delle accise, ha solo mitigato l’impatto del rialzo dei prezzi dei carburanti. Come prevedibile, la rilevazione dei prezzi medi settimanali pubblicata martedì dal Ministero dell’ambiente, ha fatto segnare un prezzo del gasolio e della benzina rispettivamente pari a 2,09 e 1,76 €/litro, in ulteriore rialzo rispetto alla settimana precedente di 6 e 3 centesimi. Per il gasolio un livello prossimo a quello di metà marzo 2022, poco prima della lunga sequenza di riduzioni delle accise decise dal governo Draghi.

Rispetto alla settimana precedente all’intervento del governo (mercoledì 19 marzo), il gasolio è aumentato di 6 centesimi, nonostante le tasse (accise e Iva) siano diminuite di 19 centesimi, semplicemente perché il prezzo industriale è aumentato di ben 25 centesimi. Per la benzina, invece, il prezzo alla pompa è comunque riuscito a scendere perché il prezzo industriale, in aumento di 15 centesimi, ha solo parzialmente eroso l’effetto positivo del taglio delle tasse (21 centesimi) e il consumatore ha beneficiato di una riduzione di 6 centesimi.

Ma rispetto alla settimana precedente lo scoppio delle ostilità nel golfo Persico, la situazione è ben più grave: il gasolio è aumentato di 37 centesimi (+50 cent del prezzo industriale e -13 cent di tasse) e la benzina di 9 (+27 centesimi di prezzo industriale e -18 centesimi di tasse).

Tuttavia questi dati fanno dell’Italia una mosca bianca (in positivo) nel panorama europeo perché ci sono solo la Spagna e la Polonia a farci compagnia su questa strada. Fermandoci alle economie più grandi della Ue, Germania e Francia non sono intervenute affatto, con il risultato che in questi Paesi il prezzo del gasolio è decollato oltre 2,30 €/litro, mediamente 20 centesimi più dell’Italia.

In Francia gli interventi si sono limitati a dei prestiti a tasso “agevolato” (3,80%) fino a 50.000 euro per piccole e medie imprese dei settori agricoltura, trasporti e pesca.

È finora fortunatamente rimasto inascoltato il Commissario Ue all’energia Dan Jørgensen, rilanciato proprio lunedì dal Financial Times, che ha invocato “coordinamento e cautela” negli interventi sui prezzi dei carburanti, al fine di non trasformare una crisi dei prezzi energetici in una crisi di finanza pubblica. Così come le parole dell’altro Commissario Valdis Dombrovskis che ha richiesto misure “coerenti e di breve termine”, sempre nel timore di “gravi implicazioni di natura fiscale”.

Indicazioni che fanno a pugni con una realtà che vede un’elevata disomogeneità dell’impatto di questa crisi sugli Stati membri. E situazioni diverse richiedono soluzioni diverse, altro che coerenza e coordinamento.

Per esempio il Qatar fornisce solo il 4% dell’import di gas della Ue, ma pesa per 1/3 sull’import italiano di GNL. In Francia è nota la quota relativamente elevata di energia prodotta con il nucleare; in Spagna, grazie all’alta quota di rinnovabili, in molte ore della giornata la produzione di energia da fonti fossili meno efficienti non entra nel calcolo del prezzo dell’energia.

In ogni caso, Italia e Spagna hanno utilizzato due strade diverse per tagliare il carico fiscale sui carburanti. La prima ha tagliato le accise, la seconda soprattutto l’Iva (dal 21% al 10%) e anche le accise; pur essendo stato il risultato quasi equivalente, ci sono forti indizi che la scelta di Madrid sia stata la più efficace, dal punto di vista della trasmissione del beneficio al consumatore finale.

Infatti, confrontando la rilevazione settimanale del 16 marzo (la settimana precedente gli interventi di riduzione) con quella del 30 marzo (quando le riduzioni sono andate a regime), si osserva che il prezzo medio settimanale alla pompa del gasolio in Spagna si è ridotto di 6 centesimi, mentre in Italia è rimasto invariato, nonostante in entrambi i Paesi le tasse siano diminuite di 20 centesimi.

Questo perché il prezzo industriale in Italia è aumentato di ben 20 centesimi e in Spagna di 15 centesimi, dove comunque il prezzo industriale era già superiore rispetto all’Italia. L’aumento registrato in Italia è anche superiore a quello di Francia e Germania. Poiché il prezzo industriale del gasolio è determinato dal prezzo del petrolio e dal margine lordo di raffinazione, possiamo ipotizzare che qualcosa non abbia funzionato perfettamente nella trasmissione (il cosiddetto pass-through) del taglio delle accise dai raffinatori/distributori al consumatore finale. Se il prezzo del petrolio è aumentato per tutti ovunque, perché il prezzo industriale del gasolio in Italia è aumentato più che altrove?

Poiché ci sono studi che dimostrano che qualcosa resta “impigliato” nel margine del distributore, non è da trascurare l’ipotesi che abbia visto i distributori/raffinatori – per i quali l’accisa è un costo – incamerare il beneficio del minor costo senza abbassare i prezzi in ugual misura, aumentando così il loro margine lordo di raffinazione. Una vischiosità che invece non si riscontra quando si riduce l’aliquota Iva che, non essendo un costo per il raffinatore/distributore, viene immediatamente e per intero traslata a valle sul consumatore finale, indipendentemente dalle scorte, che invece giocano un ruolo quando si aumenta o riduce l’accisa.

Inoltre, quando gli aumenti del petrolio e, di conseguenza, del prezzo industriale si susseguono, il taglio delle accise viene presto compensato dall’aumento dell’Iva ad aliquota piena sulla maggiore base imponibile. Insomma, con una mano lo Stato dà (tagliando le accise) e con l’altra prende (incassando la maggiore Iva) e il consumatore ne beneficia solo parzialmente.

Né, al momento, sembra aver prodotto alcun sollievo il repentino calo del prezzo del greggio in conseguenza del precario cessate il fuoco in atto da mercoledì.

Ma ormai, con la proroga al 1 maggio del taglio delle accise, le “pieghe” di bilancio a disposizione del ministro Giancarlo Giorgetti si sono esaurite e ulteriori interventi richiederanno la formale approvazione di uno scostamento di bilancio. A Bruxelles dovranno farsene una ragione, perché la scelta è tra una recessione lieve o grave, dove al danno dell’effetto recessivo dell’aumento dei prezzi si sommerà la beffa dell’assenza del normale effetto anti-ciclico esercitato dal bilancio pubblico in questi casi.

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