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Funzionano le manovre fiscali per abbassare il prezzo dei carburanti? Il caso dell’Italia e l’esempio della Spagna

Quali sono le manovre fiscali più azzeccate per abbassare il prezzo dei carburanti? L'approfondimento di Liturri

Questi che abbiamo alle spalle sono stati i trenta giorni più difficili per il governo Meloni, non soltanto per la bocciatura della riforma della giustizia avvenuta col referendum, ma anche per quanto accaduto sul fronte dei prezzi dei carburanti, e non è detto che i due eventi siano scollegati.

Torniamo all’ultima settimana di febbraio. Il governo Meloni sembrava una mosca bianca nel panorama europeo per la sua solidità, anche per demerito dell’opposizione, che da mesi non riusciva ad intestarsi una battaglia politica in grado di farla crescere nei consensi. Arroccata sulle tragiche vicende di Gaza e incapace di essere propositiva su temi di politica interna come la sicurezza e l’economia, sui quali il governo aveva comunque più di un nervo scoperto.

In sede di Consiglio Europeo e Consiglio, Giorgia Meloni e i ministri chiamati di volta in volta a rappresentare l’Italia, avevano smesso di essere succubi dell’asse franco-tedesco e avevano spesso “dato le carte” o, perlomeno, recitato un ruolo di perno o ago della bilancia. Anche per demeriti altrui, visto che Friedrich Merz, Emmanuel Macron, Pedro Sanchez erano drammaticamente in difficoltà nei rispettivi fronti interni, con maggioranze traballanti e scelte politiche molto discusse.

Il termometro costituito dal rendimento del Btp decennale e dallo spread col Bund restituiva segnali confortanti, col Btp decennale intorno al 3,30%, livello che non si vedeva dal 2022, e lo spread intorno a 60 punti.

Ma le bombe che la mattina del 28 febbraio sono cadute in Iran hanno capovolto tutto in pochi giorni. La benzina e il gasolio – che aveva chiuso quella settimana con un prezzo medio rispettivamente di 1,67 e 1,72 – nella settimana che ha preceduto il referendum hanno fatto segnare un prezzo medio di 1,78 e 2,02. Con un aumento di 11 e 30 centesimi.

E il taglio delle accise – 25 centesimi con l’Iva – effettivo da giovedì 19? Nullo, come non pervenuto. Per il semplice fatto che, nel frattempo, il prezzo industriale della benzina è aumentato di 29 centesimi e quello del gasolio di 45 centesimi. In sostanza l’aumento del prezzo industriale si è mangiato tutta la riduzione delle accise e il consumatore ci ha pure rimesso di tasca sua. E agli italiani importa davvero poco sapere che – senza la riduzione delle accise – l’aumento avrebbe potuto essere ben più consistente degli 11 e 30 centesimi effettivamente subiti. Leggono l’aumento, vedono il portafoglio assottigliarsi e tanto basta. Gli scenari controfattuali restano sulle scrivanie degli economisti e non arrivano nelle tasche degli operai.

Se a questo si somma l’onda lunga dell’inflazione del 2022 che ha eroso in modo significativo il potere di acquisto delle famiglie, solo parzialmente recuperato a partire dal 2023, ai cittadini – opportunamente sobillati con la mitologica e sempre efficace paura del fascismo e dell’autoritarismo – è stata regalata su un piatto d’argento la magnifica opportunità di far avverare la vecchia equazione «piove, governo ladro».

E la frittata è stata servita. Con l’aggravante che ora non si può tornare indietro alle uova ma, proseguendo su questa strada, se ne possono fare ancora altre.

Perché è opinione diffusa tra gli analisti che, anche se le ostilità nel golfo Persico cessassero immediatamente, le tensioni sui prezzi del greggio e, soprattutto, dei prodotti raffinati che ne derivano, sono destinata a durare a lungo e ad intensificarsi. Quindi entro il 7 aprile il governo dovrà nuovamente intervenire e a quel punto si imporranno delle scelte più incisive dei 20 centesimi del 18 marzo.

Negli stessi giorni, in Spagna è stata decisa una strada diversa: anziché ridurre le accise è stata ridotta l’IVA dal 21% al 10% (livello minimo consentito nella UE), con l’effetto di ridurre di circa 30 centesimi il prezzo alla pompa. Il governo di Pedro Sanchez ha stanziato ben 5 miliardi fino a giugno, con specifiche riduzione per di 20 centesimi al litro per il gasolio professionale per agricoltori, trasportatori, pescatori e allevatori.

L’essenziale e decisiva differenza con l’Italia sta nel fatto che la manovra sull’IVA non interessa il conto economico dei produttori/distributori e quindi si trasmette al 100% sui prezzi al consumo. Invece l’accisa costituisce un prelievo fiscale secco per le compagnie petrolifere e quindi la loro riduzione può essere trattenuta dai rivenditori sotto forma di maggiori margini. Esistono studi che dimostrano che dal 20 al 40% della riduzione delle accise viene trattenuta dalle compagnie, per non parlare della confusione che si crea nella gestione delle scorte nei periodi di passaggio tra un’accisa più alta e una più bassa e viceversa.

D’altronde è abbastanza sospetto che, proprio in coincidenza con la riduzione delle accise, il prezzo industriale di benzina e gasolio sia aumentato così tanto.

La manovra sull’IVA – che si calcola in percentuale e non in cifra fissa come le accise e quindi amplifica di meno l’aumento del prezzo industriale –  ha inoltre una riconosciuta maggiore efficacia anti-inflazionistica che è oggi il pericolo maggiore, perché se quegli aumenti venissero incorporati nei costi di produzione e quindi nei prezzi dei prodotti di largo consumo, il consumatore sosterebbe un onere molto più alto di quello sostenuto oggi alla pompa di benzina.

D’altro canto, alla riduzione dell’IVA viene attribuito un effetto regressivo, nel senso che aiuta più che proporzionalmente i redditi alti; insomma chi va a fare il pieno alla Porsche o alla Ferrari, che non ha certamente bisogno di sconti.

Ma oggi questo è un effetto collaterale – ammesso e non concesso che sia reale – da sostenere, per scongiurare il rischio che tutti gli attori della filiera produttiva e distributiva considerino permanenti gli aumenti dei costi dei carburanti e incorporino tali aumenti nei rispettivi costi di produzione e listini. Con ciò determinando seri problemi all’intera economia.

In questa malaugurata ipotesi, è alta la probabilità che la sconfitta al referendum non resti isolata e che l’opposizione – pur disomogenea e in formato armata Brancaleone, che fino a qualche settimana fa giaceva esanime – si ritrovi alla guida del Paese dopo le prossime elezioni.

Non c’è nemmeno tempo per attendere la prossima legge di bilancio. Il tempo per fermare l’emorragia e suturare la ferita – prima che i prezzi aumentino a macchia d’olio – è qui e ora. Non è questo il momento per fare i primi della classe con Bruxelles in materia di austerità di bilancio e il ministro Giancarlo Giorgetti sa bene cosa fare. Ci vuole solo coraggio.

 

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