Energia

Ecco come la burocrazia rischia di bruciare le rinnovabili

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Governo e Gse sotto attacco delle imprese del fotovoltaico. L’approfondimento di Nunzio Ingiusto

 

Due strade che non si incrociano. Quella del governo che dice di camminare verso le rinnovabili e quella delle imprese del fotovoltaico che pagano pegno. Il governo Conte e il Gestore della rete elettrica (Gse) non sono nelle corde delle aziende di energie rinnovabili.

“Con una mano il governo tesse le lodi delle rinnovabili, con l’altra danneggia retroattivamente e senza preavviso coloro che per primi hanno scommesso sulle energie pulite”, dice Veronica Pitea, presidente di Aceper, associazione di categoria che difende i suoi associati dai tempi lunghi della burocrazia statale.

La divergenza delle due strade è la revoca degli incentivi al settore fotovoltaico. Solo nel 2018 più di 4.100 piccoli imprenditori si sono visti revocare gli incentivi da parte del Gse per i loro impianti. Hanno, quindi, dovuto restituire centinaia di migliaia di euro per sistemi non in regola. Dopo molti anni, però e solo – a quel che viene denunciato – per consegna di carte. Un giro di soldi che scalfisce la fiducia di tutti sull’utilizzo di fonti alternative alle fossili.

L’Italia ha bisogno della coesistenza di più fonti per incamminarsi sul serio verso gli obiettivi della decarbonizzazione. I livelli accertati di utilizzo delle diverse energie, a vantaggio di famiglie ed imprese, attestano le rinnovabili sotto il 20%. Lungo la penisola sono in funzione 822.301 impianti fotovoltaici, per una potenza totale di oltre 20 GW. Deve crescere, non ci sono dubbi.

Il loro sviluppo è stato favorito dal “Conto Energia”, ovvero da incentivi statali che hanno portato l’Italia nei primi posti europei con circa l’81% degli impianti installati. La produzione è andata vantaggio soprattutto del settore domestico. Il governo Conte 2 dice di voler coprire con le rinnovabili il 30% dei consumi finali entro il 2030. Ma quello che sta accadendo con migliaia di persone che hanno installato i pannelli è però di segno opposto.

Il Gse ha fatto controlli su singoli impianti installati per accertare se avessero o no diritto agli incentivi. È accaduto che in caso di sopralluogo con esito negativo si devono restituire retroattivamente le somma già incassate. Questo con una differenza sostanziale e inefficace sui tempi di restituzione dei soldi, nonostante il cittadino all’epoca avesse diritto a quegli sconti.

La polemica con lo Stato è tutta concentrata sui tempi degli accertamenti. Come è evidente che se si riscontrano anomalie sugli impianti, alla fine qualcuno paghi. Nel 2016, spiegano gli installatori, sono state effettuate 4.240 verifiche, che nel 35,4% dei casi si sono concluse con esito negativo e 162 milioni di euro di incentivi revocati e declassati. Ancora: 5.104 verifiche nel 2017 con 358 milioni di euro di incentivi recuperati; 7.073 nel 2018 con 515 milioni di euro ritirati. Per il 2019 la proiezione è di 800 milioni di euro.

Perché succede? Nella stragrande maggioranza dei casi, sottolinea Aceper, si tratta di vizi burocratici accertati con anni di ritardo. Fotografie degli impianti diverse da quelle depositate, ritardi nella consegna di documenti, certificazioni da aggiornare, moduli da compilare. Un modus operandi che sta scoraggiando gli investimenti perché crea incertezza e mancanza di garanzie. Se ci sono state truffe o malversazioni è bene che vegano accertate e perseguite subito a vantaggio delle aziende e delle famiglie.

La credibilità delle imprese specializzate per accompagnare la transazione energetica sta anche nella capacità di autogestire il business, come del resto dice Pitea. Ma che ad un piccolo imprenditore (caso forse limite) siano revocati contributi del 2009 non è buona credenziale per uno Stato succube della burocrazia. In un settore strategico e tanto divulgato dal Palazzo.

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