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Acciaio, perché il Regno Unito nazionalizzerà British Steel

Il governo del Regno Unito annuncia la nazionalizzazione di British Steel, l'azienda siderurgica che possiede gli ultimi altiforni del paese e che perde 700mila sterline al giorno: una situazione che ricorda quella dell'ex Ilva, anche per l'interesse di Michael Flacks. Tutti i dettagli.

Il primo ministro del Regno Unito Keir Starmer ha annunciato la nazionalizzazione dell’azienda siderurgica British Steel, da tempo in amministrazione straordinaria ma rilevante perché possiede gli ultimi altiforni del paese. Il passaggio nelle mani dello stato avverrà a breve: Starmer ha spiegato che questa settimana verrà presentata una proposta di legge volta a conferire all’esecutivo i poteri per acquisirne la “piena proprietà”.

I NEGOZIATI CON JINGYE

Il governo, comunque, era già intervenuto nelle vicende di British Steel e ad aprile dell’anno scorso ne aveva assunto il controllo per evitare la chiusura degli altiforni di Scunthorpe da parte del gruppo cinese Jingye, che l’aveva acquisita nel 2020.

A questo proposito, Starmer ha spiegato che il governo ha negoziato con Jingye ma “una vendita commerciale non è stata possibile”: la compagnia cinese ha rifiutato l’offerta di 100 milioni di sterline presentata da Londra, chiedendo un indennizzo di oltre 1 miliardo.

QUAL È L’INTERESSE PUBBLICO IN BRITISH STEEL?

“La proprietà pubblica [di British Steel, ndr] è nell’interesse pubblico”, ha aggiunto il primo ministro.

Come accennato, lo stabilimento di Scunthorpe ospita gli ultimi due altiforni attivi del Regno Unito, rilevantissimi perché producono acciaio primario, una varietà ottenuta dal minerale ferroso che è qualitativamente diversa dall’acciaio “secondario”, ricavato dai rottami. Il sito produce il 95 per cento dell’acciaio utilizzato nella rete ferroviaria del Regno Unito.

LA REAZIONE DELL’INDUSTRIA SIDERURGICA

Gareth Stace, direttore generale dell’associazione di categoria Uk Steel, ha accolto positivamente l’annuncio della nazionalizzazione di British Steel, sostenendo che darà “certezza” ai lavoratori (circa 2700) e ai clienti. Ha aggiunto che “mantenere la capacità produttiva interna dei prodotti di British Steel è fondamentale non solo per la crescita economica, ma anche per la nostra sicurezza nazionale e la nostra resilienza”.

Stace, però, pensa che la nazionalizzazione non debba essere considerata “un obiettivo finale”, ma il punto di partenza di “un piano a lungo termine chiaro e credibile”, accompagnato da una strategia di investimento. A questo proposito, il governo vorrebbe incoraggiare l’elettrificazione dei processi di British Steel in modo da ridurne le emissioni, ma la transizione causerebbe probabilmente la perdita di migliaia di posti di lavoro.

I SOLDI SPESI FINORA

Il governo britannico non è riuscito a trovare un acquirente privato per British Steel, anche perché la gestione profittevole degli altiforni di Scunthorpe si è rivelata complicata già in passato. Nel 2016, infatti, la società venne ceduta dal gruppo indiano Tata Steel al fondo di private equity Greybull Capital, che la acquistò al prezzo di 1 sterlina. Solo pochi anni dopo, però – nel 2019 -, la società fallì, per passare poi in mano a Jingye.

A sua volta, Jingye, sostiene che l’acciaieria di Scunthorpe non sia economicamente sostenibile e che perda 700.000 sterline al giorno. Il governo, da quando è subentrato, ha speso oltre 200 milioni per mantenerla in attività.

I PARALLELISMI CON ACCIAIERIE D’ITALIA

Il caso di British Steel è molto simile a quello di Acciaierie d’Italia: anche l’ex-Ilva è in amministrazione straordinaria, dipende dai prestiti governativi, perde circa un milione di euro al giorno e possiede gli ultimi altiforni attivi del nostro paese.

Peraltro, l’imprenditore inglese Michael Flacks – noto per aver fatto fortuna risanando aziende in difficoltà e in trattative per l’acquisto di Acciaierie d’Italia – aveva detto di essere interessato a comprare British Steel per aggregarla all’ex-Ilva e farne un grande conglomerato siderurgico europeo.

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