A una settimana dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, ciò che continua a destabilizzare i mercati è l’enorme incertezza sulla durata del conflitto.
DOSSIER ENERGIA A HORMUZ
Il primo canale di trasmissione è quello energetico: lo Stretto di Hormuz è davvero aperto? Quanto sono vulnerabili le infrastrutture petrolifere e del gas nel Golfo? E soprattutto, quanto di questo rischio è già incorporato nei prezzi? Da qui il contagio si estende rapidamente ai soliti fronti: propensione al rischio, timori di rallentamento economico, aspettative di inflazione e capacità delle banche centrali di intervenire.
LE MIRE DELLA CASA BIANCA
La Casa Bianca, scrive Politico, sta “guardando sotto ogni pietra” per ridurre i prezzi dell’energia. Il primo passo è stato concedere alle raffinerie indiane una deroga temporanea per tornare ad acquistare greggio russo. Una decisione che dovrebbe preoccupare l’Europa, perché rivela chiaramente dove si collocano le priorità di Washington.
L’IRAN NON E’ IL VENEZUELA
L’operazione militare contro l’Iran può anche essere stata un successo operativo, ma Teheran non è il Venezuela. Il Pentagono sta già rivedendo le proprie aspettative e il comando centrale americano ritiene ora che il conflitto potrebbe protrarsi fino a settembre.
QUALI SONO I VERI FINI DI TRUMP
Gli obiettivi dichiarati da Stati Uniti e Israele appaiono sempre più incerti. Con il collasso immediato del regime iraniano fuori discussione, i decisori politici sembrano alla ricerca di un piano B. Eliminare la leadership è una cosa; sostituirla è un’altra. Il regime è profondamente radicato e un vero cambio di regime richiederebbe o truppe sul terreno o un’opposizione interna organizzata. Trump non vuole la prima opzione e l’Iran non dispone della seconda.
COSA FA L’IRAN
Nel frattempo, la capacità dell’Iran di reprimere la propria popolazione resta molto superiore alla sua capacità di proiettare potenza all’estero, anche se gli attacchi nel Golfo stanno progressivamente unendo i vicini contro Teheran. Azerbaigian è stato colpito, diversi governi regionali discutono apertamente di ritorsioni, il Pakistan ha ricordato il proprio patto di difesa con l’Arabia Saudita e persino la Cina ha mostrato irritazione per i rischi ai flussi energetici attraverso Hormuz.
LE RAPPRESAGLIE IRANIANE
In questo contesto non si possono escludere scenari che vanno da rappresaglie regionali fino a pattugliamenti navali cinesi. L’impatto di una chiusura dello Stretto non sarebbe uniforme. L’Asia è la più esposta: circa il 60% del petrolio e delle materie prime petrolchimiche consumate nella regione proviene dal Medio Oriente. Senza quei flussi, le raffinerie dalla Cina al Sud-Est asiatico devono cercare alternative costose e lente ad arrivare. Petrolio proveniente dall’Africa occidentale o dalle Americhe impiega fino a due mesi per raggiungere la Cina, contro i circa 25 giorni via Hormuz. Inoltre, cambiare qualità di greggio significa modificare la configurazione delle raffinerie, i tagli di distillazione e le miscele di carburanti.
QUESTIONE GREGGIO
Non è un processo semplice. Giappone e Cina dispongono di riserve strategiche – rispettivamente circa 250 e 78 giorni – ma anche loro restano fortemente legati al greggio mediorientale. Nel lungo periodo, alcuni paesi asiatici potrebbero reagire riducendo il peso del gas nel mix energetico e rafforzando l’uso di carbone e rinnovabili.
COSA DICONO I MERCATI
Nel frattempo i mercati stanno iniziando a valutare un altro scenario: il miglioramento delle ragioni di scambio per i paesi esportatori di energia. In parte è proprio questa la scommessa geopolitica di Trump. Gli Stati Uniti sono esportatori netti di petrolio, ma il quadro è più complesso: le raffinerie americane sono configurate per greggi pesanti importati da Canada o Messico, mentre il greggio leggero domestico viene esportato verso Europa e Asia.
LA RESILIENZA
Ciò che è certo è che gli Stati Uniti non affrontano il rischio immediato di carenze energetiche che minaccia invece alcune economie emergenti asiatiche. Questa resilienza, unita al ruolo centrale del dollaro nei pagamenti delle materie prime, potrebbe rafforzare sia il biglietto verde sia i mercati finanziari americani se la crisi dovesse protrarsi. Ma il margine di errore resta enorme. Un collasso caotico del regime iraniano scuoterebbe i mercati globali, mentre la sua sopravvivenza solleverebbe interrogativi sulla credibilità strategica americana.
In ogni caso, se gli Stati Uniti possono affrontare questa tempesta con una relativa protezione energetica e geografica, l’Europa non gode dello stesso lusso.







