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Perché l’Australia di Morrison snobba la Cop26 sul clima

Australia Cop26

Il primo ministro dell’Australia, Scott Morrison, ha detto che potrebbe non partecipare alla Cop26, la conferenza sul clima delle Nazioni Unite. Il paese è poco sensibile alla crisi climatica, ma non ha voltato le spalle alla transizione energetica. Ecco perché

Il primo ministro dell’Australia, il conservatore Scott Morrison, ha detto che potrebbe non partecipare alla COP26, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà a novembre nel Regno Unito, un importante alleato australiano.

COSA HA DETTO MORRISON

Morrison ha detto al quotidiano The West Australian di non aver ancora preso una decisione in merito alla partecipazione alla COP26, alla quale saranno di sicuro presenti più di cento leader politici da tutto il mondo, incluso il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il presidente del consiglio italiano Mario Draghi.

“Voglio dire, è un altro viaggio all’estero e ne ho fatti diversi quest’anno, e ho passato molto tempo in quarantena”, ha detto Morrison, giustificando la sua eventuale assenza alla conferenza con la necessità di concentrarsi sul piano di riapertura dell’Australia dopo un lungo periodo di lockdown. Il suo governo vorrebbe riaprire le frontiere nazionali a dicembre e “ci saranno un sacco di questioni da gestire”.

LE VERE MOTIVAZIONI

Morrison è uno dei leader politici più reticenti nel prendere impegni contro il riscaldamento globale: a differenza di altre economie avanzate – come l’Unione europea, gli Stati Uniti, la Cina, il Regno Unito o il Giappone – l’Australia non si è infatti data obiettivi ambiziosi di riduzione delle emissioni di gas o di neutralità carbonica.

Questa postura si spiega con l’importanza dei combustibili fossili (soprattutto gas naturale e carbone) per l’economia nazionale: l’Australia è il primo esportatore di gas naturale liquefatto al mondo e il secondo di carbone. Diversi leader – tra cui il presidente della COP26 Alok Sharma e il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres – hanno chiesto di smettere di utilizzare il carbone entro la fine di questo decennio; il governo di Morrison è contrario, anche perché il carbone e il gas valgono oltre il 25 per cento dell’export australiano. Dal carbone, inoltre, si ricava circa il 60 per cento dell’elettricità del paese.

LE PRESSIONI SULL’AUSTRALIA

Per il 2030 l’Australia manterrà il suo target di riduzione delle emissioni del 26-28 per cento, rispetto ai livelli del 2005. Gli esperti suggeriscono un taglio più profondo, del 75 per cento, se il paese vorrà dare il suo contributo agli sforzi di contenimento del riscaldamento globale. Morrison teme però che un impegno maggiore in questo senso possa finire col danneggiare l’industria nazionale dei combustibili fossili.

Questa posizione sta però danneggiando il paese sulla scena internazionale, dove l’azione climatica e la transizione energetica si sono imposte nelle agende dei governi. L’Australia è isolata, e viene pressata – anche dal suo alleato principale, gli Stati Uniti – perché faccia di più.

Mesi fa, nell’argomentare la decisione di non fissare nuovi obiettivi sulla riduzione delle emissioni, Morrison aveva dichiarato che non si arriva al net zero – cioè all’azzeramento netto delle emissioni – “semplicemente con l’impegno”. Per arrivare alla neutralità carbonica, disse, bisogna considerare “se possiamo produrre idrogeno al giusto costo, se [la cattura e stoccaggio del carbonio] può essere fatta al giusto costo, se possiamo produrre acciaio e alluminio a basse emissioni al giusto costo”.

COSA FA L’AUSTRALIA SULLA TRANSIZIONE ENERGETICA

Benché meno sensibile di altre nazioni alla crisi climatica, l’Australia in realtà non ha voltato le spalle alla transizione energetica – che comporta, generalmente, un distacco dai combustibili fossili in favore delle fonti a basse o nulle emissioni -, ma sta cercando di adattarla al suo contesto economico. Non può farne a meno, del resto: se non si renderà la sua industria energetica sufficientemente “pulita”, potrebbe incontrare sempre più difficoltà ad accedere ai mercati esteri.

L’Australia, allora, sta investendo molto sull’idrogeno, un combustibile utile alla decarbonizzazione dei processi industriali e dei trasporti difficilmente elettrificabili: vuole produrlo sia a partire dalle fonti rinnovabili (eolico e solare), sia utilizzando il gas naturale o la lignite. Nel primo caso si parla di idrogeno “verde”; nel secondo di idrogeno “blu”, che prevede l’utilizzo di apposite tecnologie per la cattura della CO2 emessa e il suo stoccaggio sottoterra.

L’Australia possiede anche importanti giacimenti di quei metalli “critici” per la transizione energetica, come il litio, il cobalto o le terre rare: si utilizzano per produrre le batterie (per le auto elettriche e lo stoccaggio) oppure i dispositivi per le fonti rinnovabili (come le turbine eoliche). Come ricorda Argus, l’Australia ha già cementato la sua posizione di primo produttore al mondo di litio da rocce, un metallo essenziale nei catodi delle batterie agli ioni di litio; ma il paese dispone del potenziale per accrescere la sua partecipazione nei mercati delle terre rare, del cobalto, della grafite e del vanadio.

L’Australia può oltretutto contare su condizioni climatiche e geografiche – grandi spazi liberi, vento ed esposizione solare abbondanti – favorevoli allo sviluppo delle rinnovabili.

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