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Chi e perché sbuffa contro la tassa Ue sul carbonio

Europa Big Oil

La Ue ha proposto una tassa sul carbonio alla frontiera per proteggere le aziende inquinanti e per scoraggiare la delocalizzazione. Ma potrebbero nascere tensioni con Australia, Russia, Turchia, Stati Uniti e Cina. Ecco perché

 

Tra le misure presentate dall’Unione europea nel piano Fit for 55 per raggiungere l’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra c’è anche il cosiddetto “meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera”.

CHE COS’È LA TASSA SUL CARBONIO ALLA FRONTIERA

Si tratta di una tassa che si applicherà su alcune merci ottenute con processi che consumano grandi quantità di energia – ad esempio l’acciaio, l’alluminio, il cemento o i fertilizzanti – e provenienti da quei paesi extra-europei in cui le aziende non sono tenute a rispettare regole stringenti sulle emissioni inquinanti.

Il meccanismo è anche noto come carbon border tax perché è, in sostanza, un dazio imposto alle frontiere esterne dell’Unione europea su certi prodotti per “pareggiare” il loro prezzo con il contenuto di carbonio. Ha lo scopo di proteggere le imprese europee dalla concorrenza straniera e di disincentivare la delocalizzazione in paesi con normative emissive più lasche.

PERCHÉ L’AUSTRALIA È CONTRARIA

L’Australia è stata molto critica verso la proposta europea, definendola “protezionista” e potenzialmente contraria alle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Il ministro australiano del Commercio, Dan Tehan, ha detto che Canberra monitorerà con attenzione l’implementazione del meccanismo europeo e che “l’ultima cosa di cui il mondo ha bisogno” sono “altre politiche protezionistiche”.

L’Australia è una grande esportatrice di combustibili fossili – soprattutto carbone e gas naturale – che, assieme alle risorse minerarie, valgono oltre i due terzi delle sue entrate legate all’export. Tuttavia, solo il 4 per cento delle esportazioni australiane si dirigono verso l’Europa.

A preoccupare Canberra, insomma, non è tanto la carbon border tax europea in sé – l’impatto diretto sarebbe tutto sommato minimo -, ma le sue conseguenze. Innanzitutto perché il dazio europeo sul carbonio potrebbe ripercuotersi negativamente sui prezzi delle materie prime australiane nei mercati più importanti per il paese, come l’Asia e in particolare la Cina. E poi perché il meccanismo europeo potrebbe venire replicato – magari non nella stessa forma – da altri governi per tutelare le rispettive industrie. Negli Stati Uniti il Partito democratico è già al lavoro in questo senso.

CHI RISCHIA DALLA TASSA SUL CARBONIO

Il meccanismo di aggiustamento del carbonio alla frontiera – che comunque non entrerà in vigore prima del 2026 – è una minaccia soprattutto per quei paesi che dipendono dal mercato europeo per le loro esportazioni: ad esempio la Russia, la Turchia o l’Ucraina, i cui prodotti dall’elevata intensità di carbonio potrebbero farsi sconvenienti. Mosca è un produttore di primo piano di alluminio e acciaio; Ankara di cemento; Kiev di fertilizzanti.

L’OPPOSIZIONE DEGLI STATI UNITI

Anche gli Stati Uniti esportano acciaio e alluminio in Europa, seppur non in quantità altrettanto significative. Ma già lo scorso marzo l’inviato americano per il clima John Kerry aveva fatto intendere di non gradire la tassa sul carbonio europea. Disse che una misura del genere dovrebbe essere “l’ultima risorsa” perché ha “serie implicazioni per le economie, e per le relazioni e il commercio”, e invitò Bruxelles a metterla in pausa fino alla COP26, la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici che si terrà a novembre a Glasgow.

TENSIONI COMMERCIALI CON USA E CINA

Non si escludono, dunque, future tensioni commerciali tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, nonostante condividano l’ambizione all’azzeramento netto delle emissioni. E anche tra l’Europa e la Cina, il paese che emette più gas serra al mondo ma che si è impegnato a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060.

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