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Come va la guerra tra Usa e Russia su petrolio e gas. Report Cer

Russia Stati Uniti

Il punto sulla guerra fra Usa e Russia su petrolio e gas nel report del Cer curato dall’analista Demostenes Floros

 

Non solo crisi economica e problemi sanitari. Tra le conseguenze della pandemia da Covid verrà ricordato anche il consolidamento della posizione russa sul mercato petrolifero in contrapposizione allo shale Usa che sta rialzando la testa grazie alla stabilizzazione dei prezzi del petrolio attorno ai 50 dollari. È quanto emerge dall’analisi di Demostenes Floros nell’ultimo numero di Geopolitica dell’Energia del Centro Europa Ricerche (Cer).

LA DISPUTA ENERGETICA RUSSIA-USA

Sullo sfondo della questione pandemica, una vera e propria guerra, come la definì il neo chief financial officer di Eni, Francesco Gattei, in un’intervista al Financial Times il 4 gennaio 2021, “il conflitto principale – di cui il mercato dell’energia rappresenta uno spaccato fondamentale, anche se non l’unico – è dato dallo scontro tra la Federazione Russa, il cui output petrolifero in costante crescita ha frattanto oltrepassato il precedente record stabilito in epoca sovietica (11.280.000 b/g a febbraio 2020), e gli Stati Uniti d’America, forti del boom estrattivo dovuto alla tecnica della fratturazione idraulica applicata dal 2008”, si legge su Geopolitica dell’Energia.

La pandemia da Covid ha infatti “letteralmente stravolto i mercati dell’energia, acuendone i conflitti, nonostante l’accordo OPEC plus raggiunto il 12 aprile 2020 e i relativi aggiornamenti che ne sono seguiti”, ha evidenziato il report. “A giugno 2020, ci ponemmo la seguente domanda: ‘La Russia vincerà la guerra del petrolio?’. In un articolo pubblicato il 5 gennaio 2021, Oilprice.com metteva in luce ‘il crescente peso della Federazione Russa’ nel mercato petrolifero globale, nonché il contestuale calo dell’influenza dell’OPEC, visto che l’Organizzazione dei Paese Esportatori di Petrolio si era sobbarcato la totalità dei tagli decisi nel corso dell’ultimo vertice OPEC plus, mentre i russi avevano di converso ottenuto l’incrementato della propria produzione (e di qualche alleato non-OPEC come il Kazakhstan)”.

PESO DI PETROLIO E GAS SUL BILANCIO RUSSO CALATO AL 30%

Secondo quanto si legge nel focus del Cer curato dall’analista Floros, “nonostante sia ancora prematuro considerare la Russia vincitrice dalla guerra del petrolio, ad oggi, il peso del bilancio russo dipendente dalle entrate del petrolio e del gas naturale è calato dal 50% al 30%, ha dichiarato il presidente Vladimir Putin, durante la sua conferenza stampa annuale di dicembre. ‘Ciò significa che, anche se non siamo completamente là dove vorremmo, stiamo comunque iniziando a scendere dal cosiddetto ago del petrolio e del gas. Se qualcuno vuole ancora considerarci come una stazione di servizio, allora questo non ha una base reale’ ha concluso”.

LA RUSSIA HA ACCUMULATO COSPICUE RISERVE ESTERE

Non solo. La Russia, dal mancato accordo Opec Plus del marzo 2020 – che tra l’altro, si legge nel report, “ha coinciso con la cessione di quote di mercato in favore degli Stati Uniti, il cui output non convenzionale (tight oil e shale gas), era nel frattempo in costante crescita – ha accumulato “cospicue riserve estere (563 miliardi di dollari circa, al 1° marzo 2020), soprattutto grazie alle entrate provenienti dalla rendita mineraria”. E l’8 gennaio 2021, “nonostante il crollo del Pil del 5,2% nel 2020, le riserve russe hanno raggiunto 597,4 miliardi di dollari (+43 miliardi di dollari rispetto al 2019) secondo i dati forniti dalla Banca Centrale di Russia, a un passo dal record assoluto di 598,1 miliardi di dollari toccato ad agosto 2008, poco prima dello scoppio della crisi finanziaria internazionale”, si evidenzia su Geopolitica dell’Energia.

Al 30 giugno 2020, “l’oro rappresentava il 23% delle riserve russe mentre la quota delle attività denominata in dollari era scesa al 22% da oltre il 40% nel 2018. Il forte calo fa chiaramente parte di una strategia di ‘de-dollarizzare’ dell’economia russa volta a ridurre la propria vulnerabilità dinanzi alle sanzioni statunitensi. Ad oggi, l’oro rappresenta la seconda componente delle riserve della Banca Centrale di Russia dopo l’euro, che costituisce 1/3 del totale delle attività. Il 12% della scorte è invece denominato in yuan”.

L’insieme delle riserve internazionali russe “rappresenta il salvadanaio grazie al quale la Federazione Russa valuterà quando eventualmente modificare la propria politica energetica nel prossimo futuro. Oltre alle riserve estere, la Russia si è avvalsa di un break-even price (41.80 $/b) significativamente più basso rispetto alla quasi totalità dei membri dell’OPEC plus e del tasso di cambio flessibile rispetto al ‘biglietto verde’”.

IN CALO LA PRODUZIONE SHALE USA

Dall’altro parte del globo, intanto, secondo le statistiche stilate dal Drilling Productivity Report divulgato dall’Energy Information Administration il 19 gennaio 2021, “la produzione di greggio non convenzionale USA è prevista diminuire di 89.000 b/g, per complessivi 7.522.000 b/g, a febbraio 2021. L’output di greggio statunitense, dopo il precedente picco di 9.627.000 b/g raggiunto ad aprile 2015, è decresciuto fino al minimo di 8.428.000 b/g toccato il 1° luglio 2016. Dopodiché, esso ha ripreso ad aumentare fino al record di 13.100.000 b/g toccato il 13 marzo 2020, per poi stabilizzarsi a 10.900.000 b/g a partire dal 22 gennaio 2021 (stime settimanali)”.

LE STATISTICHE INDICANO UN INCREMENTO DEL NUMERO DI IMPIANTI DI PERFORAZIONE IN ATTIVITÀ GRAZIE AI PREZZI DEL GREGGIO A 50 DOLLARI

Secondo le statistiche divulgate da Baker Hughes il 29 gennaio 2021, “le 384 trivelle attualmente attive negli Stati Uniti, di cui 295 (76,8%) sono petrolifere e 88 gasiere (22,9%), più 1 miste (0,3%), risultano essere 38 in più rispetto a quelle rilevate il 18 dicembre 2020, ma in calo di 406 unità rispetto al medesimo periodo dell’anno scorso. Le statistiche indicano chiaramente un incremento del numero di impianti di perforazione in attività, perché con il prezzo del greggio sopra i 50 $/b le società statunitensi di scisto con una redditività superiore i 45 $/b coprono finanziariamente buona parte della loro produzione (il cosiddetto hedging)”.

AUMENTANO LE INSOLVENZE DEI PRODUTTORI DI PETROLIO E GAS USA

Ciò detto, secondo l’agenzia di rating Fitch, nel 2021, “le insolvenze obbligazionarie dei produttori di petrolio e gas Usa raggiungeranno i 15-18 miliardi di dollari, più del doppio, sia del settore sanitario, sia industriale”.

Per concludere, “a ottobre, le importazioni di greggio degli Stati Uniti d’America sono state 5.293.000 b/g, in calo di 105.000 b/g rispetto a settembre23. Nei primi 10 mesi dell’anno 2020, la media delle importazioni mensili degli Usa è stata di 5.926.000 b/g, a fronte dei 6.795.000 b/g nel 2019, in diminuzione rispetto ai 7.768.000 b/g nel 2018 e ai 7.969.000 b/g nel 2017”.

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