Economia

Vi spiego peso e sfide della decisione del governo su deficit e debito

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Il commento dell’editorialista Gianfranco Polillo dopo le decisioni del governo che ipotizzano un deficit di bilancio pari al 2,4 per cento

C’è un’unica cosa certa. Le decisioni del Consiglio dei Ministri, che ipotizzano un deficit di bilancio pari al 2,4 per cento, aprono una nuova fase. Finisce il lungo braccio di ferro tra i politici del governo e i tecnici chiamati a prestare la loro opera. Nei prossimi giorni si vedrà se si è trattata di una vittoria o l’inizio di una lunga deriva, destinata a pesare sulle sorti del Paese. Il tutto mentre i militanti dei 5 stelle, convocati per l’occasione di fronte a Palazzo Chigi, agitavano bandiere e striscioni, inneggiando alla “vittoria del popolo”.

LA PORTATA DELLA DECISIONE

La Lega non sembra aver partecipato alla festa. Segno di imbarazzo o semplice riserbo, di chi, per maggiore esperienza, conosce le cose del mondo? Anche questo interrogativo resta sospeso, in attesa del manifestarsi degli eventi. Comunque da domani non vi saranno più alibi. Le responsabilità di ciascuno dei protagonisti di questa vicenda sono evidenti. Come la distinzione di chi ha investito molto in questa battaglia e chi guarda invece ai destini di una guerra che, Dio non voglia, potrebbe durare ed avere esiti imprevedibili.

I PROSSIMI PASSI

Non azzardiamo previsioni. Staremo a vedere. Se il Parlamento avallerà le decisioni, se la Commissione europea lascerà correre. Prevedere un deficit di quella misura, per un periodo di 3 anni, significa mandare definitivamente in soffitta l’articolo 81 della Costituzione che prescrive, com’è noto, il pareggio di bilancio. In passato quest’obbligo era stato aggirato, spostando di anno in anno il relativo appuntamento. Ora, di fatto, è cancellato. A meno che la prescritta maggioranza assoluta delle due Camere, come prescrive la norma stessa (cosa improbabile) non sia raggiunta. Ogni giorno ha le sue pene.

I RAPPORTI CON L’EUROPA

Ancora più complicato il rapporto con le Istituzioni europee. In primavera si sarebbe dovuto decidere circa l’eventuale inserimento del Fiscal compact nell’ordinamento europeo. Era quella un’occasione per contribuire a modificare una struttura che non aveva retto alla prova dei fatti. E su questa base tentare di costruire un’alleanza che desse nuovo impulso alla costruzione europea, per arrestarne il relativo declino. Il governo ha, invece, deciso che quella discussione era perfettamente inutile e che l’Italia poteva fare da sola, decretandone semplicemente la fine. Difficile pronunciarsi sulla lungimiranza di un simile atteggiamento. Lo stesso Tsipras, in Grecia, forte di un referendum che ne rafforzava la posizione contrattuale, alle fine aveva dovuto cedere e fare atto di sottomissione.

LE PROSSIME SFIDE

Ma, al di là, di ogni altra considerazione di natura giuridica, il problema più immediato sarà quello relativo a quanto accadrà in borsa già a partire dai prossimi giorni. Se i mercati non chiederanno un compenso adeguato per il maggior rischio di default. Se le agenzie di rating non procederanno lunga la via del declassamento. Se tutto questo accadrà, allora si dovrà prendere atto che una complessiva visione del mondo non esiste più. E che gran parte di quei testi d’economia, che sono stati alla base della formazione di tanti economisti, dovranno essere riscritti.

IL PESO DELLE ISTITUZIONI

A Giovanni Tria, al di là dilemma “dimissioni sì – dimissioni no”, va riconosciuto l’onore delle armi. Ha lottato in tutti i modi per far pesare non le proprie posizioni, ma il senso di una tradizione culturale che ha i suoi punti di riferimento nelle Istituzioni più elevate della Repubblica: dalla Banca d’Italia alla Presidenza della Repubblica. E che ha dalla sua la grande esperienza delle principali centri di eccellenza internazionali, come l’Ocse o il Fmi, o la stessa Bce. Per non parlare, infine, di una figura, come quella di Mario Draghi, che non aveva certo mancato di far sentire la sua voce.

LA POSIZIONE DI TRIA

Ma Giovanni Tria, come ha voluto ribadire di fronte all’assemblea della Confcommercio, nell’accentare la nomina a ministro dell’Economia, aveva giurato di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la Costituzione. Le sue prerogative, quindi, iniziavano e finivano nel diritto – dovere di presentare la proposta. Poi la decisione finale sarebbe stata di spettanza del Consiglio dei ministri. E così è stato. Non si è pertanto consumato alcun derby tra il titolare del Tesoro e il resto della compagine governativa. Si può immaginare che durante la seduta del Consiglio dei ministri si sia svolta una discussione animata. Che forse si sia anche arrivati ad un voto. Ma di tutto ciò non si avrà contezza. I verbali della seduta, com’è noto, in ossequio al principio che la responsabilità del governo è collegiale, sono riservati.

IL NODO DEL DEBITO

Resta, naturalmente, un problema. Dovrà certificare già nella Nota di aggiornamento che il rapporto debito-Pil, per effetto di un deficit pari al 2,4 per cento, non salirà. Come è stato preannunciato da autorevoli esponenti del governo. In queste valutazioni dovrà avere il conforto della Banca d’Italia. E sarà interessante vedere in che modo questa equazione, che ai più appare impossibile, potrà essere rappresentata e risolta. Esiste quindi uno spazio, questa volta tecnico, che nessuna decisione politica potrà alterare o addomesticare. A meno che non si voglia espugnare anche quest’ultimo santuario.

IL RUOLO DEL PREMIER

Da oggi, comunque, spetta al Presidente del Consiglio compiere i passi necessari per ricomporre il quadro. A lui il compito di convincere i partner europei. A lui l’onere di scongiurare il possibile avvio di una procedura d’infrazione. A lui la fatica di far sì che i maggiori investimenti preannunciati non siano promesse da marinaio. Dovrà dimostrare che Ignazio Visco sbagliava quando indicava tutte le difficoltà che impediscono agli stanziamenti di bilancio di tradursi, con la necessaria tempestività, nelle opere previste. Perché solo così potrà dimostrare la validità del teorema secondo il quale una parte del maggiore sforzo finanziario è compensato da una crescita più elevata del Pil.

IL GIUDIZIO DEI MERCATI

Ma prima che tutto questo accada, ci sarà la risposta dei mercati: una sorta di giudizio di dio. Che già in mattinata non si è fatta attendere. Nelle prime ore dell’alba la borsa era arrivata a perdere il 2,5 per cento, con i titoli bancari in caduta libera (Unicredit e Intesa Sanpaolo oltre il 5 per cento) e gli spread oltre a 265, con una crescita di 10 punti base rispetto alla chiusura del giorno precedente. La speranza è che si tratti di una reazione solo emotiva e che il bello o cattivo tempo del resto del giorno non si veda dal mattino.

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