Economia

Vi spiego che cosa unisce Pd e M5s su fisco, welfare e lavoro. L’analisi di Cazzola

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cerco lavoro

L’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola sui punti di convergenza tra Pd e Movimento 5 Stelle

 

“Ier l’ho vista uscir dalla chiesetta con un aria di mistero/ io le ho porto l’acqua benedetta, mi ha sorriso non par vero’’. Così una vecchia canzone raccontava dei primi approcci di un giovane innamorato con la fanciulla amata. Qualche timido segnale d’incoraggiamento dava via alla speranza di esaudire i propri casti desideri. Anche i rapporti tra M5S e Pd sono stati caratterizzati da sfumature, mezze parole ‘’qui lo dico e qui lo nego’’, incontri talmente vaghi da essersi svolti, casualmente, nella buvette di Palazzo Madama davanti a due tazzine di caffè oppure nella segretezza della Catacombe. Nel frattempo i due partiti ‘’promessi sposi’’ (come titola La Repubblica) hanno scambiato le reciproche richieste da inserire nel contratto matrimoniale, incluse le modalità dello ius primae noctis.

A mettere a confronto i 5 punti di Nicola Zingaretti (comunque più comprensibili e concreti) e i 10 punti del capo politico dei pentastellati, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli e lasciar perdere. Ma a leggere con attenzione quelle parole, spesso in libertà, non si può non notare che insieme ad ostacoli che sembrano insormontabili, altri impedimenti su cui si sono incagliati, nel tempo, diversi governi, compreso quello giallo e verde, sono citati di sfuggita o del tutto ignorati.

Ci riferiamo ai grandi temi del fisco, del welfare e del lavoro. Per quanto riguarda il primo aspetto, pur se ben poco si dice in proposito, le due forze politiche non possono non convergere sul tentativo di scongiurare l’aumento dell’Iva e di intervenire prioritariamente sul taglio del cuneo fiscale. Il fantasma della flat tax (assolutamente inutile per determinare quello shock fiscale di cui straparla Matteo Salvini) sembra dileguarsi nella nebbia.

Per quanto riguarda il welfare – a parte la levata di scudi grillina sulla sanità pubblica/bene comune – il dossier pensioni non viene neppure evocato. Il Pd non troverà problemi insormontabili nella riconferma – magari con qualche aggiustamento – del reddito di cittadinanza e nell’introduzione di un salario minimo orario, da tempo all’esame della Commissione Lavoro del Senato, con disegni di legge presentati da tutti i partiti. Una soluzione conclusiva potrebbe essere trovata attraverso un confronto con le parti sociali, magari con contenuti più flessibili di quelli su cui si è fino ad ora discusso.

Nessuno lo ha notato, ma non si è mai parlato del Jobs act (né del decreto dignità), quel pacchetto di provvedimenti sul mercato del lavoro varato dal governo Renzi, ma non troppo gradito alla nuova maggioranza del Pd che a quelle regole attribuisce (sbagliando) i motivi della sconfitta elettorale. E’ probabile che sarà LeU a porre qualche richiesta di modifica per quanto riguarda la disciplina dei licenziamenti, ma l’articolo 18 di vecchio conio dovrebbe continuare il suo sonno.

In materia di lavoro poi sono incardinati in Commissione Lavoro al Senato due disegni di legge delega. Uno a firma del ministro Giulia Bongiorno che rovesciava come un guanto la disciplina del pubblico impiego (anche in questo caso dopo le riforme Brunetta, prima, Madia, poi) c’erano in vista parecchie modifiche, di cui, tuttavia, non era agevole interpretarne l’indirizzo.

In sostanza, le deleghe erano tanto generiche da non lasciare intendere se fosse in programma una revisione significativa delle innovazioni introdotte nelle passate legislature oppure se il governo si accontentasse di menare il can per l’aia, tanto per darsi un ruolo. Il risultato sarebbe stato comunque garantito: la paralisi della PA in attesa delle nuove regole. Ma la promessa di “ricchi premi e cotillons” era scolpita nel disegno di legge (AS 1338) recante il titolo ‘’Delega al Governo per la semplificazione e la codificazione in materia di lavoro’’ e presentato dal Gotha bipartisan – cosa rara – dell’esecutivo (il presidente Giuseppe Conte e i ministri Bongiorno, Di Maio e Tria). Il fine indicato era quello – quanto meno sarchiaponesco – ‘’di creare un sistema organico di disposizioni in materia di lavoro per rendere più chiari i princìpi regolatori delle disposizioni già vigenti e costruire un complesso armonico di previsioni di semplice applicazione’’.

In sostanza, questi ddl (ancorché presentati dal governo Conte) potrebbero essere utilizzati come scenari per ulteriori modifiche da apportare nel tempo. Anche se è presumibile che un nuovo governo non riuscirebbe a varare le deleghe e i decreti delegati neppure se durasse per l’intera legislatura. Quanto all’autonomia differenziata – citata nei 10 punti gialli per strizzare un occhio alla lega – il Pd avrebbe comunque la copertura della Regione Emilia Romagna.

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