Economia

È davvero utile il salario minimo garantito?

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salario minimo

Il post di Alessandra Servidori

Si discute a singhiozzo del salario minimo garantito testandosi sui 9 euro lordi all’ora. Sarebbe bene ricordare che è almeno dal 2001 — quando elaborammo il primo libro Bianco sul mercato del lavoro — che si è cercato, con grande sforzo in verità, di arrivare ad una equa retribuzione oraria attraverso la contrattazione collettiva, in coerenza con l’obiettivo di una progressiva riduzione degli oneri fiscali e contributivi che gravano sul lavoro, non secondaria per l’incremento dell’occupazione e per migliorare le condizioni dei lavoratori meno retribuiti.

Analoga coerenza era stabilita con le linee di riforma del sistema previdenziale. L’innalzamento del tasso di occupazione determina infatti un ampliamento della base dei contribuenti, concorrendo così a ridurre l’impatto negativo derivante dalle tendenze demografiche in atto. Dobbiamo anche dire francamente che questo provvedimento di quota 100 ha annullato molti sforzi compiuti.

Le politiche del lavoro, lo dicemmo allora e lo ripetiamo ancora oggi, devono avere lo specifico compito di rimuovere quegli ostacoli economici o normativi che riducono l’intensità occupazionale della crescita economica, soprattutto nel Mezzogiorno. E qui attuale più che mai arriva prepotente la questione dell’autonomia.

Nella definizione di ipotesi di regolazione si è arrivati — se pur faticosamente — ad assumere congiuntamente i criteri della flessibilità e della sicurezza superando quella sterile contrapposizione tra approcci ideologici che ha determinato la paralisi o il fallimento di molte riforme.

È più che mai necessario oggi riconfermare lo strumento della flessibilità delle politiche del lavoro che non possono prescindere dalle caratteristiche e dalle differenze dei relativi mercati del lavoro locali in un Paese dai grandi contrasti. Sicuramente aver costruito un quadro di riferimento generale all’interno del quale possano essere adottate misure differenti per realtà diverse, riconoscendo e valorizzando le diversità e specificità delle dimensioni regionali, è coerente con lo scopo di ricomporre ogni dualismo.

È dunque importante, ai fini del raggiungimento degli obiettivi prefissati, realizzare il federalismo anche in materia di mercati e rapporti di lavoro. Le parti sociali sono attori essenziali del dialogo sociale, la cui autonomia responsabile deve essere valorizzato dal governo con il frequente rinvio al loro diretto negoziato in una sussidiarietà orizzontale che dobbiamo ancora realmente realizzare, per una crescente responsabilità delle imprese e dei sindacati – attraverso strumenti di autodisciplina – e dei lavoratori, attraverso istituti referendari e partecipativi.

Dobbiamo portare avanti politiche orientate dai valori dell’economia sociale di mercato, dai principi fondamentali del lavoro che ormai compongono la strategia comunitaria nonché dalle indicazioni fondamentali provenienti dalle convenzioni e raccomandazioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro per uno sviluppo globale socialmente sostenibile. Questo recentemente confermato nell’anniversario dei 100 anni dell’Oil che con determinazione ha puntato tra le priorità ad una equa parità salariale contro ogni discriminazione.

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