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Vi racconto le mattane del calcio italiano

Considerazioni sistemiche sul calcio italiano dopo l'eliminazione della nazionale dai mondiali. L'intervento di Filippo Mazzotti.

Il pallone è rotondo, lo sappiamo, ma quando il crollo delle performance si protrae tanto a lungo – da almeno vent’anni è il calcio, per più di trenta era stato il tennis – è difficile, oltre che fuorviante, prendersela col caso, in particolare quando si tratta di sport a diffusione di massa la cui competitività, a prescindere dal normale avvicendarsi di generazioni più o meno talentuose, non dovrebbe mai scendere al di sotto di un certo livello: l’elite più avere alti e bassi, in altre parole, ma un movimento sano dovrebbe essere in grado di garantire standard minimi, che invece da un pezzo non si vedono più.

L’ennesima esclusione della Nazionale dai mondiali ha trasformato, almeno per qualche giorno, i tradizionali sessanta milioni di commissari tecnici in sessanta milioni di presidenti della FIGC depositari della ricetta giusta – blocco degli stranieri, stadi e vivai, le più gettonate – che, tuttavia, difficilmente verrà trovata finché si continuerà a guardare troppo in alto oppure troppo in basso, invece che nel mezzo.

Rispetto ai primi anni novanta, infatti, i calciatori tesserati sono rimasti sostanzialmente stabili al di sopra del milione di unità, non c’è un restringimento della base. Però sono diminuiti i professionisti, di parecchio: da oltre 15.000, ma a inizio anni ’80 erano 20.000, a 13.000 circa, a partire da quando la Serie C si è ridotta a tre soli gironi.

Il problema, per farla breve, è che “è sparita la C2”, e con lei alcune migliaia di “posti di lavoro da calciatore”.

Se fosse solo una strozzatura numerica, tuttavia, sarebbe ancora gestibile. Paesi calcisticamente molto più in salute del nostro ne hanno meno. Il fatto, invece, è che la strozzatura numerica si traduce in una strozzatura geografica, e questo determina conseguenze molto più nocive. La cartina sotto confronta per le Marche – ma lo stesso esercizio si potrebbe fare per tutto il Paese – la capillarità della diffusione del calcio professionistico. Le aree rosse sono quelle più lontane di 20 km da una città con una squadra almeno di serie C.

La popolazione che non ha una squadra “a portata di Vespa” per andarsi ad allenare è passata da circa mezzo milione ad un milione in poco più di un trentennio. E questo significa che, seppure il serbatoio a livello nazionale non si è ristretto ed anzi a livello giovanile è cresciuto, in Italia il salto dalle giovanili della squadra dilettantistica del paese a quelle della squadra di serie C del capoluogo è precluso ad una quota crescente di quel serbatoio che, tolti i pochi che trovano una squadra di alto livello disposta ad investire su di loro, è costretta a fermarsi lì.

Non solo, perciò, il livello di mezzo – quello dei professionisti non di elite, ma a partire dai quali l’elite emerge – si è ristretto, ma la selezione per accedervi è divenuta meno meritocratica.

E’ come se anche il calcio avesse seguito quel processo di divaricazione fra centro, sovrarappresentato, e periferia, progressivamente isolata, che ha interessato buona parte delle dinamiche sociali degli ultimi trent’anni.

L’addensamento del calcio attorno ai grandi centri urbani, ed in seconda battuta ai capoluoghi, è stato ovviamente favorito dall’espansione del ruolo della televisione, prima, e dello streaming, poi, ed infatti i due processi – quello della rarefazione del calcio “di mezzo” e della pervasività televisiva – coincidono anche temporalmente.

Non si tratta, come è evidente, di una esclusiva italiana, anche se in Italia è avvenuto un po’ prima che altrove, ed i successi italiani in Europa degli anni ’90 sono in buona parte figli di quella asimmetria finanziaria favorevole. Da noi, tuttavia, gli effetti sono più profondi perché la focalizzazione piramidale sui club dei grandi centri che è il timbro del calcio attuale, stride più che altrove con le caratteristiche insediative e sociali italiane: il 55% della popolazione vive in comuni con meno di 30.000 abitanti, in Spagna sono venti punti percentuali in meno. Tagliare fuori l’Italia “minore”, anche nel calcio come in qualunque altra manifestazione sociale, significa amputare una parte significativa dell’energia collettiva e del talento, senza i quali non si produce, non si inventa, non si esporta e non ci si qualifica ai mondiali.

Quel che serve, perciò, è trovare la via per restituire vitalità alla dimensione calcistica provinciale e questa non può passare per anacronistici approcci nostalgici, che non troverebbero il favore del pubblico: non sarà con l’amarcord per 90esimo minuto alle 18:15 che restituiremo linfa al calcio minore, ma compiendo, anche in questo caso in anticipo rispetto al resto d’Europa, il passo più coraggioso: il decoupling definitivo fra calcio alto e basso.

Esiste, infatti, qualcosa di più antieconomico che stipare di eventi un calendario in otto o nove mesi, giocando praticamente tutti i giorni, e poi lasciare tre o quattro mesi di deserto dei tartari, in cui sono disponibili solo repliche di vecchie partite su qualche sconosciuto canale? Esiste qualcosa di più contradditorio di premere per moltiplicare gli eventi, come accade da anni fra campionato a venti squadre e supercoppe a quattro giocate in qualche luogo esotico col pubblico finto, ed insieme rifiutarsi di estendere l’arco temporale in cui si svolgono?

Negli Stati Uniti, la NFL comincia a settembre e finisce a febbraio, per la semplice ragione che a marzo inizia il baseball, che dura fino a ottobre. Se una lega da 20 miliardi di euro di entrate accetta di tenere i propri spettatori a 10 gradi sotto zero in qualche stadio del Minnesota, pur di non scontrarsi con un altro gigante, davvero la Pergolettese e il Cerignola devono per forza giocare il loro campionato esattamente negli stessi mesi cui si giocano la serie A, le coppe europee, ed un numero imprecisato di altri sport?

Spostare il calcio minore, almeno dalla serie C, fra la primavera e l’estate, lontano dalla concorrenza del calcio maggiore, è una soluzione troppo ragionevole per continuare ad ignorarla, con il pretesto di mantenere in vita il vitello d’oro della struttura piramidale, con promozioni e retrocessioni, che è ciò che impone la simultaneità dei campionati.

Le leghe chiuse, superleghe per i nemici, sono esattamente ciò che permetterebbe il salutare disaccoppiamento fra il calcio “televisivo” del centro, e quello di prossimità della periferia. Lungi dal decretare la fine del calcio minore, come tonnellate di pessima demagogia ci hanno raccontato, permetterebbero ad esso di liberarsi da un vincolo soffocante.

“In America possono perché il vivaio ce l’hanno nelle università”, è l’obiezione che si ascolta sempre.

Non è vero, il baseball non ce l’ha. Ed ha anzi una struttura per livelli di professionismo che permette una grande diffusione del gioco sul territorio fra squadre private, molto simile a quella del calcio europeo. Con una differenza: non ci sono retrocessioni e promozioni, ma affiliazioni. Ogni squadra dei livelli inferiori è legata ad una squadra di MLB, alla quale fa insieme da vivaio e da destinazione dei giocatori di alto livello che non trovano posto in prima squadra, e con cui scambia continuamente giocatori anche in corso di stagione.

“Eh, ma il Chievo non potrebbe più arrivare in serie A”, si risponde.

Minor leagues di secondo o terzo livello esistono da prima che esistesse il campionato italiano di calcio, senza che le squadre che vi militano si sentano menomate nella loro dignità dal non poter, un giorno, di promozione in promozione, diventare campioni nazionali.

Non lo diventeranno nemmeno le nostre, e continueranno  a svanire una per volta, come i dieci piccoli indiani, nell’illusione.

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