Economia

Unicredit, ecco le colpe di Mustier (secondo i sindacati)

di

Popolare di Bari intesa unicredit

Come i sindacati hanno giudicato l’annunciata uscita di Mustier da Unicredit

Sono giorni difficili per Unicredit che continua a perdere terreno a Piazza Affari dopo l’annuncio del ceo, Jean-Pierre Mustier, di lasciare al termine del suo mandato, in scadenza il prossimo aprile. Intanto è partita la ricerca del sostituto che si auspica breve, anche per rassicurare i mercati: oggi si riunisce il comitato nomine di piazza Gae Aulenti e domani, 3 dicembre, il consiglio d’amministrazione. A rimpiangere Mustier, per il momento, di sicuro non ci sono i sindacati di categoria che rimproverano al manager francese di non aver mai cercato buone relazioni sindacali ma soprattutto di aver ceduto alcuni “gioielli” del gruppo, come Fineco e Pioneer. Nel frattempo si preoccupano del futuro dell’istituto di credito e pure di quello di Monte dei Paschi di Siena che potrebbe essere incorporata in Unicredit, complice l’addio di Mustier.

IL GIUDIZIO DI SILEONI (FABI) SU UNICREDIT

A guidare Piazza Gae Aulenti Lando Maria Sileoni, segretario generale della Fabi, il principale sindacato dei bancari, si attende “una guida italiana” con cui Unicredit “saprà conquistare spazi lasciati ad altri e riprendere quel ruolo che aveva negli scorsi anni sia con Alessandro Profumo sia con Federico Ghizzoni”. Nel corso di un’intervista con Class Cnbc, Sileoni ha ricordato che “la qualità delle lavoratrici e dei lavoratori di Unicredit è altissima, ma il disimpegno del gruppo Unicredit e la vendita dei gioielli di famiglia perseguita con la gestione di Jean Pierre Mustier ha dato l’idea di un gruppo senza prospettiva nel medio e nel lungo termine”.

IL RUOLO DI INTESA SANPAOLO

E del vuoto c’è chi ha approfittato, a cominciare da Intesa Sanpaolo che “ha investito molto e in maniera lungimirante sia per la formazione del personale sia per la vicinanza verso tutti i governi con una importante presenza sul territorio, senza lasciare terreno a Poste Italiane”.

IL CASO MPS

Per quanto riguarda Montepaschi, Sileoni l’ha definita senza mezzi termini “una rogna che non vogliono né la Bce, che pretende stabilità, né il Ministero dell’Economia che vuole togliersi di torno la responsabilità di questo istituto” e ciò nonostante Rocca Salimbeni sia “la banca più antica del nostro settore e un riferimento per i territori, a iniziare dalla Toscana”. In tal senso “la posizione che il presidente della Regione (Enrico Rossi, ndr) prenderà all’interno del Pd sarà determinante, così come sarà determinante il ruolo dei Cinque Stelle”.

GLI AUSPICI SU POPOLARE BARI, CARIGE E MPS

Per evitare “una macelleria sociale che toccherebbe maggiormente le province di Siena e di Firenze” il leader della Fabi ha dunque riproposto l’idea lanciata il 24 novembre scorso dalle colonne del Corriere della Sera ossia di “mettere insieme le tre debolezze del settore bancario italiano: Popolare di Bari, Carige e Montepaschi”.

GLI SCENARI

Un polo, lo aveva descritto sul quotidiano diretto da Luciano Fontana, “pulito da rischi legali e creditizi”. “Nascerebbe una banca pubblica da 2.300 sportelli bancari che, sul modello di Poste, potrebbe usare dietro convenzioni servizi e prodotti di altre banche – aveva detto Sileoni -. Diventerebbe una banca-rete che non creerebbe bagni di sangue perché le tre banche non sono territorialmente sovrapposte, e senza esborsi dello Stato”. Però, era stato chiaro: nell’esecutivo “c’è divisione su questo, e anche dentro Pd e M5S”.

IL MERGER

Sul merger con Unicredit, invece, Sileoni aveva affermato di temere “impatti molto pesanti a livello territoriale e occupazionale difficili da gestire anche con il fondo esuberi, che pure copre fino a 7 anni di scivolo su base volontaria”. In alternativa altri due anni di tempo per cercare un partner, ma si deve trattare con la Ue”.

IL “PIANO” BASTIANINI

Rimanendo in tema di futuro per Rocca Salimbeni secondo indiscrezioni raccolte dall’agenzia Mf-Dow Jones nei giorni scorsi l’amministratore delegato di Mps, Guido Bastianini, avrebbe proposto al Tesoro una strada per l’uscita dall’azionariato (dove è in maggioranza con il 68%) entro il 31 dicembre 2021 (in ottemperanza al volere della Bce) in modo da rimanere sul mercato. Un piano che prevedrebbe 3mila esuberi e non 6-7mila come quelli ipotizzati in caso di fusione con Unicredit, in seguito si potrebbe individuare la direzione da prendere.

CONTRASTO (UNISIN): DA MUSTIER NESSUN PIANO SERIO DI RILANCIO

Non sembra nutrire alcun rimpianto per il manager francese Emilio Contrasto, segretario generale di Unisin Confsal. “Mustier lascia Unicredit senza aver mai formulato alcun piano serio di rilancio se non quelli di riduzione dei costi attuati unicamente andando ad intervenire sul personale, come accaduto con gli ultimi due piani industriali che hanno decretato la riduzione del corpo lavoratori di circa 7000 unità” ha sostenuto in un’intervista all’agenzia Adnkronos. Per Contrasto, infatti, “un amministratore degno di questo nome lavora sulla crescita dei ricavi e sullo sviluppo dell’azienda, non soltanto sul taglio del numero dei lavoratori. Invece – ha aggiunto – mi pare che in questi anni la ricapitalizzazione sia di fatto ‘svanita’, visto che il titolo sui listini oggi vale meno di cinque anni fa, e che il board abbia deciso di vendere pezzi importanti del gruppo, compresi i ‘gioielli di famiglia’ come Fineco”. Ancora una volta la colpa di Mustier è individuata anche nelle importanti dismissioni effettuate in questi anni ma il sindacalista Unisin non dimentica neppure “la spada di Damocle sulla costituzione della sub holding con la possibile separazione di Unicredit Italia da Unicredit Europa”.

MASI (UILCA): CRITICATO PER SCELTE AZIENDALI, ORA NO A MACELLERIA SOCIALE

Non arrivano parole di grande stima neppure da Massimo Massi, segretario generale Uilca. “Ho avuto la ‘fortuna’ di incontrare Mustier una sola volta – ha affermato all’AdnKronos -. E’ stato un ceo avulso dalle relazioni sindacali. L’ho criticato spesso per le sue scelte aziendali, non ho condiviso le vendite dei gioielli di famiglia di UniCredit. Non credo lascerà una scia di rimpianti”.

In merito alla possibile incorporazione di Mps in Unicredit “non mi pronuncio perché non sono solito commentare le voci ma i piani industriali – ha evidenziato -. Certo, se qualcuno pensa di fare macelleria sociale troverà la Uilca e gli altri sindacati sulle barricate, pronti a difendere l’occupazione e la professionalità delle lavoratrici e dei lavoratori” e invece per Siena “credo che la soluzione migliore sia aspettare ancora che la banca senese si rafforzi”.

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SEGRETERIE DI COORDINAMENTO GRUPPO UNICREDIT

FABI – FIRST/CISL – FISAC/CGIL – UILCA – UNISIN

Comunicato stampa

La notizia del passo indietro dell’AD di Unicredit JP Mustier era da giorni nell’aria, il C.E.O. di Unicredit non ha mai mostrato realeattenzione al perimetro italiano del Gruppo. In questi anni a guida Mustier il Gruppo Unicredit, grazie allo straordinario impegno dei Lavoratori, è riuscito ad affrontare una situazione di crisi molto complicata. La banca ha sì risolto il problema dei crediti deteriorati e raggiunto indici di solidità patrimoniale di valore,viceversa è innegabile il mancato raggiungimento degli obiettivi aziendali  di sinergia ed efficienza previsti dal Piano.

Non convince il nuovo piano industriale T23 che prevede l’abbandono di molte zone del Paese con una significativa chiusura di sportelli, un progetto di crescita interna  dell’azienda  basato su una digitalizzazione esasperata e sempre più spesso farraginosa, ed una preoccupante e costante diminuzione dell’occupazione; Mustier ha attuato una fortissima politica di riduzione dei costi, ma con una strategia di fatto inesistente sui ricavi.

Inoltre il ventilato scorporo degli assett  esteri con una sub-Holding quotata a Francoforte, rischia di depauperare  la centralità di Unicredit come Gruppo Paneuropeo con solide basi in Italia.

È emersa pertanto una prospettiva assai carente nel medio e lungo periodo; reduci da una politica di disimpegno del Gruppo sul perimetro italiano, perseguita con la vendita dei “ gioielli di famiglia “ e con una scelta di cessioni che il Sindacato ha sempre criticato con oggettive motivazioni.

La crescita degli utili quindi poggia ancora una volta sul taglio indiscriminato dei costi, soprattutto dei costi del personale e dell’occupazione e su una linea imprenditoriale che si è allontanata dal cuore italiano dell’Azienda.

Riteniamo sia necessario che  il CDA di Unicredit indichi al più resto la strada da intraprendereper evitare che questa fase di incertezza  abbia conseguenze finanziarie ed economiche sull’intero Gruppo, con particolare attenzione ai Lavoratori e Lavoratrici del perimetro italiano.

Unicredit ha affrontato la crisi pandemica con la forza di un solido gruppo; ora auspichiamo che si focalizzi sul proprio ruolo di Gruppo a trazione italianain ambito europeo, consolidando l’azienda nel Paese e mantenendone l’unità complessiva,perseguendo certamente la  crescita dei ricavi e delle attività di business, coniugandole nel contempo con la tenuta occupazionale e il benessere lavorativo delle lavoratrici e dei lavoratori,nel rispetto del territorio, delle famiglie e delle imprese.

Milano, 02/12/2020

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