Economia

Tutti i rischi per l’Italia con l’ipotesi di lavoro fra Gualtieri, Francia e Germania. L’approfondimento di Liturri

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Quali impatti per l’Italia dall’ipotesi di lavoro tra Gualtieri, Francia e Germania su Unione bancaria e titoli di Stato? L’approfondimento dell’analista Giuseppe Liturri

 

Avant’ieri mattina è arrivato come un fulmine a ciel sereno un comunicato del Ministero dell’Economia finalizzato a correggere alcuni titoli dei giornali che non avevano riportato correttamente l’intervento del ministro Gualtieri presso il Rome Investment Forum. In particolare, si ribadiva la contrarietà del ministro a qualsiasi ipotesi di ponderazione del rischio dei titoli di Stato nei bilanci delle banche e si ribadiva che il ministro si riferiva invece ad una “una base per una riflessione, non ancora una concreta proposta” riguardante la diversificazione transfrontaliera degli attivi bancari (non solo titoli di Stato).

Il successivo commento apparso ieri sul Sole 24 Ore, se possibile, ha peggiorato ancora il quadro delineato dal Mef. Si parla, infatti, di incentivi (fiscali, probabilmente) per l’acquisto di titoli di Stato esteri da parte di banche italiane e si definisce questa ipotesi come “apertura negoziale” nell’ambito della trattativa sull’unione bancaria.

Ce n’è abbastanza per restare basiti. Va ricordato che il mese scorso, il ministro delle Finanze tedesco Scholz lanciò una pietra nello stagno del dibattito sul completamento dell’unione bancaria, in particolare la terza gamba costituita dalla garanzia comune sui depositi, ponendo la condizione della ponderazione del rischio dei titoli di Stato nei bilanci delle banche. Una condizione molto onerosa e preoccupante per le banche italiane che detengono oggi circa €400 miliardi di titoli pubblici, che sarebbero quindi costrette a proporzionali assorbimenti di capitale, come accade per un qualsiasi prestito. Inoltre le banche italiane, dopo la crisi del 2011, hanno praticamente raddoppiato i titoli in portafoglio, conseguendo ricche cedole e plusvalenze. Val la pena di notare, per capire il peso di quei titoli nelle banche italiane, che le banche francesi , spagnole e tedesche detengono titoli dei rispettivi paesi per €151, 180 e 163 miliardi. Quasi nulla rispetto a noi.

Tale proposta di Scholz fu subito rispedita al mittente, anche dal governatore Visco. Da ultimo, anche nell’informativa del presidente Conte sul Mes in Parlamento.

Allora stupisce due volte che sia possibile adottare una tecnica negoziale di questo tipo. Infatti, considerata la posizione di partenza prima evidenziata, nello scenario ipotizzato da Gualtieri le banche italiane sarebbero di fatto costrette a ridurre i titoli pubblici posseduti. Com’è possibile anche solo pensare ad una misura del genere che sortirebbe indirettamente e di fatto il medesimo effetto della richiesta tedesca? Si ritiene forse possibile che le banche tedesche o francesi acquisterebbero in pari misura Btp? Magari dopo che la valutazione di sostenibilità permanente e preventiva introducenda dalla riforma del Mes, abbia messo in cattiva luce i nostri titoli?

Il fatto che la Lagarde sia prontamente balzata sull’ipotesi negoziale prospettata da Gualtieri, la dice lunga sul disastro negoziale a cui, ancora una volta, stiamo andando incontro.

Insomma, siamo alle solite. Data ormai per persa la partita sul Mes, Gualtieri si accinge a negoziare la garanzia comune sui depositi senza alcuna leva e si vede costretto a soddisfare i desiderata del dominus tedesco, parandosi dietro la foglia di fico della diversificazione transfrontaliera, facendo sì che i tedeschi conseguano proprio l’obiettivo posto, abbastanza provocatoriamente, all’inizio della trattativa: un limite alla concentrazione dei titoli pubblici nei bilanci delle banche. Una subalternità di cui conosciamo bene gli effetti sin dalla infelice trattativa sul bail-in.

Inoltre, con la riforma del Mes, i tedeschi hanno già ottenuto di fatto anche la ponderazione del rischio dei titoli pubblici, pur formalmente assente. Cos’altro è allora la preventiva e sistematica valutazione di sostenibilità del debito di tutti i paesi aderenti (ex art. 3), se non l’assegnazione di un rating ‘de facto’ con le inevitabili conseguenze per i titoli pubblici detenuti dalle banche?

La assurdità e dannosità di tale ipotesi di lavoro, è confermata anche dalle parole pronunciate dal governatore Visco lo scorso 15 novembre che restano, nonostante poco convincenti tentativi di correzione, la più efficace ed autorevole sintesi dei problemi del Mes e dello stallo delle riforme dell’Eurozona: “…Se si vuole davvero spezzare il legame tra banche e debito sovrano occorre pertanto ridurre il rischio associato alle obbligazioni pubbliche, non solo le consistenze detenute dalle banche. Il mero trasferimento delle obbligazioni rischiose dal bilancio delle banche a quello di altri settori non ridurrebbe il rischio complessivo…”.

Difficile dirlo in modo più chiaro. Non rileva chi possiede i titoli, e quindi ridurre quelli posseduti dalle banche non è una soluzione, ma il fatto che tali titoli siano percepiti come rischiosi. Ed è proprio questo il vizio alla radice di tutto. La fissazione tedesca per il rischio da debito e per l’eventuale sua condivisione non smette di cercare vie, più o meno tortuose, per indurci alla disciplina fiscale e quindi poi, forse, condividere il rischio.

Il Mes è appositamente costituito a questo scopo, come strumento per disciplinare fiscalmente i paesi riottosi, dopo che si è capito che la Commissione è troppo morbida ed esposta a valutazioni politiche. Anche in questo caso, le linee di credito sotto condizione impossibile e pochi miliardi per il fondo di risoluzione delle crisi bancarie, del tutto inutili le prime ed insufficienti i secondi, nascondono il vero obiettivo di farci ridurre il debito, anche con le cattive della minaccia di ristrutturazione.

Ci riprovano con l’unione bancaria, ma trascurano l’attenzione che c’è ora nel Paese, alta come mai in passato su questi temi.

(articolo pubblicato giovedì 12 dicembre sul quotidiano La Verità)

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