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Tutti gli ipocriti strepitii del Pd contro Draghi, Franco e McKinsey sul Pnrr

Economia

Con una serie di interventi da parte di molti dirigenti il Pd si è lanciato in una polemica pretestuosa, contro il governo Draghi, che lascia basiti sulla consulenza del Mef a McKinsey per il Recovery Plan. Il commento di Gianfranco Polillo

 

Mai, come in questo caso, vale il principio secondo il quale, a volte, la parola è d’argento, ma il silenzio è d’oro. Principio di prudenza che il Pd, nel pieno di una bufera interna senza precedenti, non è riuscito a rispettare. Al contrario con una serie di interventi da parte di molti dirigenti si è lanciato in una polemica pretestuosa, contro il governo Draghi, che lascia basiti. Basiti per il retroterra culturale che quella polemica lascia trasparire. Un salto all’indietro nel giudicare il rapporto tra la Pubblica amministrazione e gli specialismi del mercato.

Al presidente del Consiglio (culpa in vigilando), ma soprattutto al ministro dell’Economia, Daniele Franco, si rimprovera di aver deciso di spendere 25 mila euro, per avere una maggiore garanzia, in termini di efficienza comparata, nella gestione dei 205 miliardi, previsti dal Recovery Plan. Già il confronto tra i due importi non depone a favore della serietà dei rilievi. Ma ancor meno se si considera il destinatario della denuncia: la McKinsey. Che è una delle più note società di consulenza che opera a livello internazionale alla quale lo stesso ministero dell’Economia si era rivolto più volte. E contro la quale si è scatenato il Fatto quotidiano.

E non è ancora tutto. Le critiche più risentite e fuorvianti sono venute da uomini di mondo. Ministri e parlamentari di lungo corso. Oltre che da vecchi inquilini di Via XX settembre, ben al corrente (almeno così dovrebbe essere), dei meriti, che sono tanti, ma anche dei limiti (seppure pochi) di quell’organizzazione. Con una polemica, inoltre, del tutto disallineata rispetto al merito effettivo di quella scelta. Ingiustamente paragonata alle ipotesi avanzate, da Giuseppe Conte, di affidare l’intero Recovery Plan ad un esercito di 300 tecnici, scelti non si sa bene con quale criterio. Ma soprattutto da chi.

Aveva cominciato Francesco Boccia, ex presidente della commissione Bilancio della Camera e ministro agli Affari regionali nel Governo Conte bis: “Con tutto il rispetto per McKinsey, (non per il ninistro dell’Economia, ndr) se le notizie uscite oggi fossero vere, sarebbe abbastanza grave». Subito seguito da Giuseppe Provenzano, ex ministro per il Sud, che tuona contro presunte incertezze di Draghi, per poi invocare “un po’ di chiarezza. Dobbiamo richiamare i migliori nello Stato, magari tra i giovani, non delegare a privati esterni funzioni fondamentali. C’è una norma, si attui».

Forse, ancor meno comprensibile la critica di Antonio Misiani, che il ministero dovrebbe conoscere bene, essendone stato viceministro fino a qualche settimana fa: “La governance del Pnrr – ha scritto su Twitter – è incardinata nel Ministero dell’Economia e Finanza con la strettissima collaborazione dei Ministeri competenti aveva detto Draghi al Senato. Se lo schema è cambiato va comunicato e motivato al Parlamento».

Facile la risposta dei diretti interessati: “L’attività di supporto richiesta a McKinsey riguarda l’elaborazione di uno studio sui piani nazionali “Next Generation” già predisposti dagli altri paesi dell’Unione Europea e un supporto tecnico- operativo di project-management per il monitoraggio dei diversi filoni di lavoro per la finalizzazione del piano». Nulla a che vedere, quindi, con la confusione dei ruoli ipotizzata da Giuseppe Conte. E criticata dallo stesso Pd.

Questi quindi i fatti. Che richiederebbero una qualche spiegazione. C’è stato un fraintendimento da parte di chi è intervenuto? Bene: può succedere. Ed allora basta ammettere l’errore. Ci vorrebbero anche le scuse, considerato che i dem fanno parte (ancora) della maggioranza, che sorregge il governo Draghi. A meno di non dover ammettere, sulla scorta della denuncia di Nicola Zingaretti, che quell’assenso era stato dato solo da alcune correnti del partito.

Si è trattato invece di una presa di posizione ragionata, in vista di un dibattito interno che si preannuncia sulfureo? Fosse questa la spiegazione, questa sì, sarebbe grave. La dimostrazione che il risentimento di Nicola Zingaretti, contro un partito solo correnti e centri di potere, era più che giustificato.

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