Economia

Trump conquisterà l’Europa a colpa di dazi

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Il commento di Carlo Pelanda, analista, saggista e docente di geopolitica economica, sulla strategia politico-commerciale dell’amministrazione Trump

L’accettazione da parte del Giappone di riaprire un negoziato bilaterale con l’America e il rinvio da parte di Washington dei dazi sull’importazione di auto nipponiche, nonché la recente rifinitura morbida del trattato commerciale tra Washington e Seul, segnala una svolta nella strategia globale dell’amministrazione Trump: la ricerca di una migliore armonizzazione tra requisiti di alleanza geopolitica e quelli di riequilibrio commerciale. Tale svolta è anche visibile in una maggiore propensione al compromesso con Messico e Canada.

I motivi, semplificando, sono tre. L’approccio dazista duro stava gettando gli alleati nel fronte contrapposto di Cina e, a tendenza neutralista, Ue, questa corteggiata dalla Russia. L’impatto dei controdazi cinesi sull’agricoltura sta facendo male e Trump sta ammorbidendo le relazioni con altre nazioni in cambio delle loro aperture all’import in questo settore. Poi (sembra, in base a spifferi nei think tank) la burocrazia strategica è riuscita a calcolare meglio la soglia di sostenibilità dei costi per mantenere la continuità dell’impero americano.

Semplificando, non serve un riequilibrio commerciale assoluto, anche perché tutte le nazioni del pianeta fanno pil prevalentemente grazie all’export trainato da una catena globale della domanda centrata sul mercato statunitense e per questo non potrebbero riequilibrare. È sufficiente, invece, solo un po’ di protezionismo in alcuni settori più deboli mentre il vero bilanciamento dei costi imperiali va ottenuto facendo penetrare di più la finanza/industria americana nelle altre nazioni. Questa potrebbe essere la nuova linea strategica sostanziale sotto il linguaggio che resta protezionista di Trump.

Ma il nuovo tipo di swap, cioè accesso al mercato statunitense in cambio di apertura al business americano, può trovare reazioni in molte nazioni alleate. Per questo Washington ha bisogno di usare una leva geopolitica forte per costringerle alla convergenza e questa è la nemicizzazione della Cina, dell’Iran ecc., in quanto definisce un perimetro di imperi avversari che giustifica il proprio.

Tale rifinitura della grande strategia americana, da un lato, facilita il negoziato con l’Ue perché l’America vuole includerla nella sua sfera, ma, dall’altro, lo complica perché implica un trasferimento di potere alla finanza statunitense, facilitato dalla scelta suicida, a traino francese, di regalare Londra a Wall Street. Chi scrive è favorevole all’integrazione euroamericana, ma per renderla bilanciata e non asimmetrica l’Ue dovrebbe essere più pragmatica e furba.

Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza

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