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La dogana Usa ferma la riscossione dei dazi: le aziende verranno rimborsate?

La dogana americana ferma i dazi illegali, ma la guerra commerciale non si spegne. Trump prepara il 15% globale, mentre Bruxelles congela l’intesa.

A mezzanotte e un minuto della East Coast, la macchina doganale americana ha cambiato marcia. La Customs and Border Protection (CBP) ha comunicato agli operatori che interromperà la riscossione dei dazi imposti sulla base dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), dichiarati illegali dalla Corte Suprema venerdì scorso.

Un passaggio tecnico che ha un peso politico e finanziario enorme: secondo le stime del Penn-Wharton Budget Model, richiamate da Reuters, oltre 175 miliardi di dollari di entrate per il Tesoro Usa diventano potenzialmente oggetto di rimborso.

La Corte non ha dato indicazioni sui rimborsi, rinviando la questione ai giudici di grado inferiore. Ma intanto la CBP ha disattivato i codici tariffari legati agli ordini esecutivi firmati da Donald Trump sotto l’ombrello dell’Ieepa. Nessuna spiegazione ufficiale sul perché l’agenzia abbia continuato a riscuotere per giorni dopo la sentenza, né chiarimenti sulle modalità di eventuali restituzioni. L’unica certezza è che lo stop riguarda esclusivamente i dazi fondati sui poteri d’emergenza, mentre restano in piedi quelli imposti con altre basi giuridiche, come le Sezioni 232 e 301.

Il rimpiazzo al 10% e la minaccia del 15%

Il vuoto lasciato dalla pronuncia della Corte è stato però immediatamente riempito dalla Casa Bianca. Sabato Trump ha annunciato un nuovo dazio globale del 15%, ma nella notte è entrata in vigore l’aliquota del 10%, autorizzata ai sensi della Sezione 122 del Trade Act del 1974. Secondo quanto riferito, tra gli altri, da Bloomberg, la Casa Bianca starebbe lavorando a un ordine formale per portare l’aliquota al 15%, anche se la tempistica non è stata ancora definita.

L’effetto combinato della sentenza e del nuovo impianto tariffario produce un quadro paradossale: da un lato vengono disattivati i dazi “reciproci” del cosiddetto Liberation Day, dall’altro si introduce una nuova imposta generalizzata che, includendo alcune esenzioni, porta l’aliquota effettiva media intorno al 10,2%, rispetto al 13,6% precedente alla decisione della Corte. Con un 15% pieno, la media si attesterebbe attorno al 12%.

Trump, lungi dal fare un passo indietro, ha rilanciato. Sul suo social Truth ha avvertito che qualsiasi Paese intenzionato a “fare giochi” sfruttando la decisione della Corte sarà colpito con dazi “molto più alti e peggiori” di quelli appena concordati. E ancora: “Le altre tariffe possono essere usate in modo molto più potente e sgradevole, con certezza legale”. Un messaggio diretto in particolare a Regno Unito e Unione europea, che la scorsa estate avevano negoziato intese commerciali con Washington.

I democratici: rimborsi integrali entro 180 giorni

Sul fronte interno, la partita è appena iniziata. Ventidue senatori democratici hanno presentato un disegno di legge che obbligherebbe l’amministrazione a rimborsare integralmente, entro 180 giorni, tutti i proventi incassati grazie ai dazi annullati, comprensivi di interessi. La proposta impone alla CBP di dare priorità alle piccole imprese e stabilisce che i rimborsi debbano avvenire anche per i dazi già “liquidati”.

Il senatore Ron Wyden ha parlato di “primo passo cruciale” per rimettere “i soldi nelle tasche delle piccole imprese e dei produttori il prima possibile”, accusando Trump di aver perseguito politiche commerciali che hanno fatto aumentare i prezzi. Ma la strada parlamentare appare in salita: lo speaker della Camera, Mike Johnson, ha detto che la questione non coinvolge al momento l’aula, lasciando alla Casa Bianca “tempo e spazio” per gestire un evento “senza precedenti”. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha assicurato che l’amministrazione seguirà le determinazioni dei tribunali inferiori, pur ammettendo che potrebbero volerci settimane o mesi.

Il rischio per l’esecutivo non è solo politico. Se davvero i 175 miliardi stimati dovessero essere restituiti, l’impatto sul bilancio federale sarebbe significativo, pari a circa il 2,5% secondo alcune valutazioni accademiche. Una cifra che spiega la prudenza – e il silenzio – della CBP sui rimborsi.

FedEx apre il fronte giudiziario

Nel frattempo, il contenzioso si è già acceso. Il colosso della logistica FedEx ha depositato un ricorso presso la Corte del Commercio Internazionale di New York chiedendo un “rimborso completo” di tutti i dazi pagati in base all’Ieepa. La causa è rivolta proprio contro la Customs and Border Protection, incardinata nel Dipartimento per la Sicurezza Interna. Secondo diversi media statunitensi si tratta della prima grande iniziativa legale di una corporation americana dopo la sentenza della Corte Suprema.

Il gruppo logistico sostiene di aver subito un danno diretto per aver versato imposte poi giudicate illegittime. Gli osservatori si attendono un’ondata di azioni simili da parte di importatori e multinazionali, in un contesto in cui le entrate generate dai dazi Ieepa superavano i 500 milioni di dollari al giorno.

I mercati hanno reagito con cautela. A Wall Street gli indici hanno chiuso in calo, mentre oggi in Europa le Borse si muovono contrastate, con Milano negativa e Parigi e Francoforte appena sopra la parità. Il prezzo del rame è tornato a 5,9 dollari la libbra, spinto anche dalla fine del Capodanno lunare cinese, segno che la variabile commerciale continua a influenzare le materie prime.

L’Europa congela l’intesa e chiede chiarezza

Sul versante transatlantico, la reazione europea è stata immediata ma misurata. La Commissione ha sospeso per la seconda volta in un mese il processo di ratifica dell’accordo commerciale raggiunto con gli Stati Uniti lo scorso luglio, chiedendo “piena chiarezza” sugli effetti dei nuovi sviluppi. “Gli Stati Uniti devono dirci con precisione cosa sta succedendo”, ha affermato il portavoce Olof Gill. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič ha ribadito la necessità di “rispettare” l’intesa esistente.

Londra si trova in una posizione analoga. Downing Street ha fatto sapere che nessuno desidera un’escalation, ma che “nulla è fuori dal tavolo” qualora la situazione dovesse deteriorarsi. Il presidente della British Chambers of Commerce ha avvertito che, in assenza di chiarimenti, il passaggio dal 10 al 15% rischia di penalizzare migliaia di esportatori britannici.

In Italia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha riunito la Task Force dazi della Farnesina per aggiornare associazioni e imprese sugli sviluppi, ribadendo l’impegno a garantire stabilità e prevedibilità nelle relazioni commerciali transatlantiche. Tajani ha parlato di “cauto ottimismo” dopo i contatti con Bruxelles e il G7 Commercio, sottolineando al contempo l’importanza di diversificare i mercati di sbocco e accelerare sull’accordo Ue-Mercosur.

Una tregua solo apparente

Il quadro che emerge è quello di una tregua solo apparente. La Corte Suprema ha posto un limite all’uso estensivo dei poteri d’emergenza per fini tariffari, ma l’amministrazione ha già trovato nuove basi legali per mantenere alta la pressione commerciale. La minaccia di ricorrere a strumenti alternativi, evocata dallo stesso Trump, segnala che la politica dei dazi resta al centro della strategia economica e negoziale della Casa Bianca.

Per imprese e governi stranieri l’incertezza è la vera costante. Le aziende devono decidere se chiedere subito i rimborsi o attendere l’esito dei tribunali; i partner commerciali valutano se riaprire i dossier negoziati o accettare il nuovo equilibrio imposto da Washington. In mezzo, un sistema doganale che applica, sospende e ricalibra aliquote nel giro di pochi giorni.

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