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Ecco le aziende Usa che brindano per la fine dei dazi contro l’Ue

Acciaio Ucraina

Harley-Davidson, Levi’s e il whiskey Jack Daniel’s schizzano in Borsa dopo l’accordo Usa-Ue sul commercio di acciaio. L’industria siderurgica americana è soddisfatta, ma già emergono le prime ombre. Tutti i dettagli

 

Ieri le azioni di Harley-Davidson, la storica casa motociclistica americana, sono cresciute fino all’11 per cento in più. È una “grande vittoria” per l’azienda, ha detto l’amministratore delegato Jochen Zeitz, che arriva dopo il raggiungimento di un accordo sul commercio di alluminio e acciaio tra gli Stati Uniti e l’Unione europea che mette fine alla guerra dei dazi iniziata nel 2018.

L’ANTEFATTO, IN BREVE

Domenica 31 ottobre, durante il G20 di Roma, Washington e Bruxelles si sono accordate per risolvere – almeno temporaneamente – la controversia commerciale sull’acciaio. Era iniziata nel 2018, quando l’allora presidente Donald Trump impose dei dazi sulle importazioni di acciaio (25 per cento) e alluminio (10 per cento) provenienti dall’Unione europea, giustificandoli con la difesa della sicurezza nazionale americana.

L’Europa rispose applicando delle tariffe su tutta una serie di merci statunitensi tipici (e politicamente sensibili, per gli stati in cui venivano prodotti) come il bourbon e, appunto, le motociclette Harley-Davidson. In mancanza di un accordo, il prossimo 1 dicembre i contro-dazi europei sarebbero raddoppiati.

CHI NE HA BENEFICIATO

La tregua tra le due sponde dell’Atlantico ha fatto bene alle performance finanziarie di Harley-Davidson (che potrà importare l’acciaio per le sue motociclette a un prezzo più conveniente), ma anche a quelle della Brown-Forman (il gruppo che possiede il marchio di whiskey Jack Daniel’s) e di Levi Strauss (l’azienda dei celebri jeans Levi’s). Lunedì le azioni della Brown-Forman sono cresciute del 3,4 per cento; quelle di Levi Strauss dell’1,3 per cento.

I mercati sperano che l’accordo possa aiutare a ridurre i rincari dei prezzi dei componenti di base e degli ingredienti necessari ai prodotti finiti, dovuti agli intoppi delle catene di approvvigionamento. Vale per le aziende viste finora ma anche per Boeing (che costruisce aeromobili).

COSA CHIEDE L’INDUSTRIA SIDERURGICA AMERICANA

Più sfumata è la posizione dell’industria siderurgica americana, che non vuole che l’amministrazione di Joe Biden rimuova completamente le barriere all’ingresso di acciaio europeo (la Casa Bianca vorrebbe appianare i contrasti con Bruxelles per portarla dalla sua parte nella sfida alla Cina). Se il mercato americano dovesse venire inondato di acciaio straniero a prezzi bassi – dicono le industrie del settore e i sindacati -, i livelli di produzione nazionale e l’occupazione potrebbero risentirne in negativo.

E infatti l’amministrazione Biden ha mantenuto delle quote massime di importazione duty-free: l’Unione europea potrà cioè esportare liberamente in America fino a un massimo di 3,3 tonnellate di acciaio all’anno; se supererà la soglia, però, il prodotto in eccesso verrà tassato con un dazio del 25 per cento. Nel 2018 gli Stati Uniti hanno importato 4,8 milioni di tonnellate di acciaio europeo; per effetto dei dazi di Trump, la cifra scese a 3,9 milioni nel 2019 e a 2,5 milioni nel 2020.

L’accordo raggiunto domenica soddisfa il settore. Il presidente del sindacato United Steelworkers ha detto che l’intesa permette all’industria statunitense di rimanere competitiva e, nel contempo, di soddisfare il fabbisogno nazionale di acciaio per le infrastrutture senza spendere troppo (i prezzi della lega sono altissimi). Commenti simili sono arrivati dalla American Primary Aluminum Association, l’associazione che riunisce i produttori americani di alluminio.

LE PRIME OMBRE

Lunedì, in controtendenza rispetto a Harley-Davidson e Brown-Forman, le azioni della società produttrice di acciaio U.S. Steel sono calate del 2,7 per cento. Finora, nel 2021, erano cresciute di oltre il 50 per cento.

La “colpa” è della diminuzione della domanda da parte delle case automobilistiche, costrette a tagliare i livelli produttivi (e gli ordini di acciaio) per via della carenza di microchip, indispensabili per la manifattura dei veicoli.

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