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Ecco gli effetti dei paletti Ue (voluti anche dall’Italia) all’import di acciaio

Acciaio

Ai porti di Ravenna e Marghera sono bloccate oltre mezzo milione di tonnellate di acciaio: è un rischio per la ripresa economica. Ecco cause, commenti e scenari

Lo scorso giugno l’Unione europea ha deciso di prolungare per altri tre anni il sistema di quote massime e di dazi alle importazioni di acciaio.

IL SISTEMA DI QUOTE E DAZI

Si tratta di una misura in vigore dal 2018 pensata per proteggere i produttori europei dall’afflusso di acciaio proveniente dall’estero, dopo che i dazi del 25 per cento imposti dagli Stati Uniti sulla lega in questione hanno di fatto chiuso il mercato americano a molti esportatori, che si sono rivolti altrove.

I principali esportatori di acciaio in Europa sono la Cina, l’India, la Russia, la Corea del sud, la Turchia e l’Ucraina.

LA RICHIESTA DELL’ITALIA

Ad aver chiesto, a gennaio scorso, alla Commissione europea di estendere il sistema oltre la data di scadenza del 30 giugno era stato un gruppo di dodici paesi membri dell’Unione: tra questi figurava l’Italia, oltre alla Francia e alla Germania.

I PROBLEMI A RAVENNA E MARGHERA

L’effetto indesiderato di questo meccanismo di controllo delle importazioni di acciaio è stata la situazione di congestione nei porti italiani di Ravenna e Marghera, dove sono bloccate oltre mezzo milione di tonnellate di acciaio. Per questi due porti passa il 70 per cento delle importazioni siderurgiche via mare destinate al mercato italiano, scrive The MediTelegraph.

LE CONSEGUENZE

L’impossibilità di scaricare l’acciaio si traduce in tempi d’attesa che hanno un costo fino a 40mila dollari al giorno per nave. Per evitarli, alcuni armatori potrebbero decidere di dirigersi verso altri porti come quelli di Trieste e di Koper, in Slovenia, che però non sono pienamente attrezzati per gestire questa eccedenza di materiale.

SBLOCCO DA OTTOBRE?

La situazione è probabilmente destinata a rimanere critica fino al 1 ottobre, quando entreranno in vigore le nuove quote alle importazioni. Ma l’entità del materiale in attesa nei porti – spiegava l’analista Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity – è tale che le soglie comunitarie potrebbero venire raggiunte già dopo pochi giorni.

Allora, per permettere l’ingresso dell’acciaio in Italia bisognerà pagare un dazio del 15 per cento circa: non è poca cosa, scriveva Torlizzi, perché una tonnellata di acciaio inossidabile costa attorno ai 4mila euro. Con ripercussioni che potrebbero scaricarsi a valle della filiera, su imprese e consumatori ultimi.

IL COMMENTO DELL’ANCE

Gabriele Buia, presidente dell’Ance (Associazione nazionale costruttori edili), ha detto che esiste un “rischio concreto che le opere del PNRR e gli interventi privati relativi al Superbonus non arriveranno nei tempi stabiliti” a causa della carenza di acciaio, “trasformando in un fuoco di paglia la ripresa economica in atto”.

Buia ha proposto una sospensione dei vincoli all’importazione dell’acciaio, così da garantire “il proseguimento della ripresa delle attività economiche”.

IL COMMENTO DI MASSOLO (FINCANTIERI)

In un articolo su La Verità firmato da Torlizzi viene riportato il commento di Giampiero Massolo, presidente di Fincantieri e di ISPI, secondo cui “per un paese come il nostro che ha nelle capacità di trasformazione delle materie prime e di creazione di valore aggiunto uno dei punti di forza del proprio sistema economico, è cruciale che tanto il flusso quanto i costi delle commodity presentino margini ragionevoli di prevedibilità”. “Tenuto conto”, prosegue, “anche del rischio che misure restrittive del commercio internazionale possano pregiudicare in questa fase i risultati dei piani di rilancio post Covid adottati dagli stati membri”.

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