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Vi racconto gli scazzi tra Bruxelles e Madrid su tasse e carburanti

Come procede il braccio di ferro tra Spagna e Unione europea sulla riduzione delle tasse sui carburanti. L'analisi di Liturri.

In tema di riduzione delle tasse sui carburanti, per mitigare l’impatto dell’aumento del prezzo del petrolio greggio, la Spagna ha osato esplorare terreni inesplorati e si è beccata la reprimenda di Bruxelles.

Non sappiamo come finirà, sappiamo soltanto che nella settimana scorsa, il prezzo industriale del gasolio in Spagna e Italia è stato rispettivamente pari a €/litro 1,318 e 1,242, un minimo vantaggio per l’Italia completamente ribaltato osservando il prezzo alla pompa, pari a €/l 1,813 e 2,092. Un prezzo che situa la Spagna tra i Paesi europei con il costo più basso del gasolio. Di mezzo ci sono €/l 0,495 di Iva e accise per la Spagna e €/l 0,850 per l’Italia. Un abisso, nonostante il nostro Paese sia stato l’unico a ridurre le accise, in compagnia di Spagna e Polonia.

La differenza tra noi e la Spagna, a prescindere dal livello di partenza della tassazione che ci vedeva già perdenti, sta nell’imposta su cui si è agito, il cui differente meccanismo di applicazione abbiamo già spiegato.

La novità delle ultime ore sta nel fatto che la Commissione ha tirato per le orecchie Madrid, come ampiamente riferito da El Pais già mercoledì.

Infatti da Bruxelles è partita una lettera formale al governo spagnolo avvertendo che la riduzione dell’Iva sui carburanti fossili dal 21% al 10%, introdotta con il decreto anticrisi del 20 marzo per fronteggiare l’aumento dei prezzi causato dalla guerra in Medio Oriente, viola la direttiva Ue sull’Iva che non prevede aliquote ridotte per i combustibili.

Il Tesoro, guidata da Arcadi España, ha confermato di aver ricevuto la missiva ma ha difeso la misura come temporanea e non strutturale, ribadendo che non intende revocarla almeno fino al 30 giugno e valuterà una eventuale proroga solo in base all’evoluzione della crisi energetica, mentre la Commissione ha suggerito invece di agire sulle accise che possono essere ridotte fino al minimo consentito dalla normativa europea.

La riduzione dell’Iva, che avrà un impatto sui conti pubblici di circa 507 milioni di euro fino a giugno, si aggiunge alla diminuzione delle accise per 656,5 milioni e contribuisce a un costo totale del piano anticrisi superiore ai 5 miliardi, in un contesto in cui Bruxelles invita gli Stati membri a evitare misure che incentivino i consumi di combustibili fossili e a privilegiare interventi orientati al risparmio energetico e all’elettrificazione.

Invece la Spagna se ne è bellamente infischiata delle indicazioni di Bruxelles e il ministero delle Finanze ha ribadito che «comprendiamo e condividiamo pienamente la necessità di sostenere i cittadini in questi tempi difficili. Tuttavia la diminuzione avrà un impatto sulle entrate di circa 507 milioni fino al 30 giugno. Il Ministero delle Finanze non ha previsto per ora di revocare la misura che sarà in vigore almeno fino al 30 giugno.»

La replica di Bruxelles è stata che «gli Stati membri possono sì ridurre le imposte speciale sui combustibili. Il problema è che questa opzione, agire sulle accise che gravano sui combustibili, è già stata approvata in Spagna con la riduzione fino al minimo permesso dall’Ue per quest’ultima imposta sugli idrocarburi.»

In altre parole, la Spagna ha ridotto le accise – cosa consentita dalla UE – e anche l’IVA, cosa non consentita.

Con tanti saluti ai burocrati di Bruxelles dove continuano a sostenere che il malato deve essere in fin di vita prima di somministrare dei farmaci: «il nostro spazio di manovra è più limitato che prima per le crisi precedenti e la necessità di aumentare la spesa in difesa. Le norme attuali contemplano la sospensione solo in caso di grave recessione economica nella zona euro o in tutta l’Ue. Non siamo in quella situazione ora.»

Un braccio di ferro tutto da seguire.

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