Economia

Riusciremo a spendere i miliardi dell’Europa?

di

recovery fund

I miliardi dell’Europa? Rischiamo di utilizzarli come sempre abbiamo fatto, dispersi in mille rivoli senza costrutto. Sotto l’incubo delle inaggirabili scadenze temporali, imposte, dall’esterno, dalle regole europee. Dunque serve un approccio diverso. Ecco quale. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Prendiamo per buone le ultime dichiarazioni di Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia, nel corso della trasmissione condotta da Lucia Annunziata. Il governo – ha affermato – doveva innanzitutto costruire una rete inclusiva, che non lasciasse indietro nessuno. Lo ha fatto con i vari decreti. Di cui, per la verità, occorrerà valutarne gli effetti reali, aggiungiamo noi. Ne consegue che le critiche di Carlo Bonomi, sempre parole del ministro, appaiono, a volte, ingenerose. Ma portato a termine quell’obiettivo, com’é pure evidente dai dati di Banca d’Italia, occorrerà voltare pagina.

Un grande progetto in grado di affrontare i problemi di fondo dell’economia italiana. Sulla falsariga delle Considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco. Ma già qui ci vuole una prima precisazione, vista la prevalente sottolineatura, presente nello speach del Governatore, sul tema dello sviluppo. Che resta, anzi deve testare, la madre di tutti i possibili impegni.

C’è comunque un punto ulteriore d’incontro e d’incrocio tra queste due diverse prospettive. Il programma di Roberto Gualtieri, “Il piano di settembre” secondo le sue parole, che dovrà vedere la luce con la manovra di fine anno e le proposte di Banca d’Italia, anche se queste ultime presentano, almeno così pare, un ben diverso respiro programmatico. Molti anni per portare il debito pubblico ai livelli del 2019.

“Ricordiamo i punti di forza della nostra economia”, invita il Governatore. “Il settore manifatturiero è flessibile e, dopo la crisi dei debiti sovrani, ha rapidamente recuperato competitività, portando in avanzo la bilancia dei pagamenti; il debito netto con l’estero è pressoché nullo; la ricchezza reale e finanziaria delle famiglie è in complesso elevata e il loro debito è tra i più bassi nei paesi avanzati; quello delle imprese è inferiore alla media europea; il sistema finanziario, rafforzato nonostante la doppia recessione, è in condizioni decisamente migliori di quelle in cui si trovava alla vigilia”.

In passato questi elementi, ai fini di una corretta politica economica – questa almeno la nostra posizione più volte illustrata – non sono stati adeguatamente valutati, specie nel confronto con l’Europa. “Ce la faremo – dice ora Ignazio Visco – partendo dai punti di forza di cui qualche volta ci scordiamo; affrontando finalmente le debolezze che qualche volta non vogliamo vedere”.

Ed ecco allora il riproporre un tema che ha fatto parte della più recente storia nazionale. Quel rapporto che è indispensabile costruire per “coniugare meriti e bisogni al fine di combattere nuove e vecchie povertà”. Dove oggi le nuove povertà – dalla dealfabetizzazione di ritorno, alla formazione delle giovani leve – fanno forse ancor più paura di fronte ai grandi cambiamenti nei paradigmi della tecnologia. Una liaison che fu travolta dalla marea eversiva, che si abbatté sulla società italiana agli inizi degli anni ‘90, interrompendo ogni voglia di modernizzazione.

Specie in questi ultimi anni, a partire dal 2012 l’Italia non ha avuto un problema di carenza di risorse. I punti di forza di cui parla Visco. Il risparmio che è stato prodotto, ogni anno, è stato maggiore dei livelli di investimento. E quindi investito all’estero, come semplice risulta. Basti guardare al conto finanziario della bilancia dei pagamenti. Il problema che l’Italia ha di fronte è, purtroppo, molto più difficile da risolvere. Riguarda la qualità della gestione. Evitare che il surplus prodotto verso l’estero non trovi poi concreto impiego nel sostegno a tutta l’economia. Determinando quella frattura sociale, che costringe ad un tasso disumano di disoccupazione.

Proprio oggi Ferruccio de Bortoli, dalle pagine del Corriere, ci invita a spendere di più. Ad avere più fiducia nel futuro del Paese e, quindi, a contenere l’istinto alla tesaurizzazione. Ad essere più cicale e meno formiche. Giusto. Ma non basta. Ci vuole uno Stato diverso. Non il ritorno all’Iri di Beneduce, né il monumento burocratico degli anni più recenti. Lo ricordava Romano Prodi. Ci vuole una politica non più basata sulle “convergenze parallele” di cui si parlava al tempo di Aldo Moro. L’incomunicabilità dei due principali partiti politici italiani. Ma una visione che parta da un retroterra il più possibile condiviso. Sulla cui base far maturare fisiologiche divergenze.

Se non ci sarà questa pre-condizione, qualsiasi “piano”, compreso quello di settembre, sarà un altro grande libro dei sogni. Con l’aggravante di avere i miliardi dell’Europa da spendere. Che utilizzeremo, come sempre abbiamo fatto, dispersi in mille rivoli senza costrutto. Sotto l’incubo delle inaggirabili scadenze temporali, imposte, dall’esterno, dalle regole europee. Episodi già visti in passato, ma che ora rischiano di trasformarsi in uno dei più grandi film degli orrori.

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