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Perché non è utile il salario minimo fissato per legge

Mercato Lavoro

L’analisi di Walter Galbusera, già leader sindacale nella Uil e ora presidente della Fondazione Anna Kuliscioff, non solo sul salario minimo

 

Il  dibattito sul “patto per l’Italia” tra governo, forze sociali e forze politiche ha fatto emergere nuove o più strette alleanze senza affrontare aspetti strategici a sostegno della crescita e per l’occupazione.

Le positive intese raggiunte dai sindacati sulla sicurezza sul lavoro non devono però limitarsi a introdurre nuovi e più efficaci interventi sanzionatori ed un più razionale coordinamento delle ispezioni. C’è bisogno di un grande sforzo formativo e di trasformare la rete non trascurabile dei rappresentanti per la sicurezza in soggetti professionalmente esperti e dedicati esclusivamente all’attività di prevenzione nei luoghi di lavoro.

È una svolta assolutamente prioritaria e che, attraverso un rapporto di “cogestione” dovrebbe alimentare una nuova cultura delle relazioni tra impresa e sindacato.

Nel frattempo la disponibilità della Cgil all’introduzione del salario minimo legale ha fatto molto clamore ma l’idea, sostenuta originariamente a gran voce dai 5 Stelle, non ha fatto molta strada. In realtà il “minimo legale” riveste un’importanza fondamentale dove la contrattazione collettiva è poco estesa. Nel nostro paese i quattro quinti del lavoro dipendente sono coperti da contratti collettivi e non sarebbe difficile attribuire a ciascun lavoratore un’area contrattuale simile di riferimento. Del resto la giurisprudenza è ricorsa talvolta a criteri extracontrattuali per definire il minimo della retribuzione. Tutto renderebbe più ragionevole adottare, come ha richiamato il segretario della Uil Bombardieri, una delle ipotesi di direttiva europea che fa coincidere il salario minimo legale con quello contrattuale.

Questa soluzione darebbe automaticamente valore legale alle retribuzioni contrattate, uscendo dalla oggettiva difficoltà di definire un valore unico di salario minimo valido per tutta Italia e senza infilarsi in una estenuante discussione sull’inclusione o meno nei “minimi”di TFR e tredicesima.

Per fare un esempio, se a Milano 9 o 10 euro (come propongono i 5 Stelle) sarebbero oggi realistici, estendere automaticamente questo valore nelle aree più disagiate in cui le retribuzioni di fatto sono minori potrebbe produrre effetti opposti a quelli desiderati. Del resto non si deve sottovalutare il rischio evidenziato dal segretario della Cisl Sbarra, di indebolire il potere contrattuale favorendo un tentativo “riallineamento” dei datori di lavoro su valori della retribuzione legali che, secondo le direttive Ue, non sono superiori al 60% di quelle medie contrattuali.

In sintesi, se non si vuole lasciare alla magistratura il compito di decidere di volta in volta, solo l’applicazione dell’articolo 39 della Costituzione può risolvere in radice il problema. Ma qui nascono le maggiori difficoltà che peraltro possono essere risolte con il buonsenso, se vi è la volontà politica di aprire un nuovo capitolo delle relazioni industriali.

L’articolo 39 sarà realisticamente attuato solo se verrà mantenuto in vita il primo comma (“L’organizzazione sindacale è libera”) e sarà attribuita alle parti sociali contraenti la definizione del perimetro di applicazione dei contratti, siano essi contratti collettivi nazionali (come gli attuali contratti di categoria) o contratti aziendali (come quello Fca sottoscritto a suo tempo dal compianto Marchionne col sindacato o come quello ipotizzato per Ita, il vettore aereo che dovrebbe nascere sulle ceneri di Alitalia).

Toccherà poi ai lavoratori eleggere i rappresentanti sindacali che — salvo il frequente ricorso a referendum — come “grandi elettori“ lo ratificano.

Nello stesso tempo andrebbe modificato l’articolo 19 dello Legge 300 consentendo, così come previsto nella norma per il pubblico impiego, che tutti i sindacati (non solo quelli firmatari del contratto) possano liberamente concorrere all’elezione dei delegati. La rappresentanza sarebbe così democraticamente eletta e l’efficacia generale dei contratti verrebbe decisa a maggioranza dei lavoratori o dei loro rappresentanti.

Cgil, Cisl e Uil non dovrebbero temere alcunché da queste regole. Soprattutto la Cisl e la Uil che, come loro tradizione identitaria, hanno sempre difeso il pluralismo come bene assoluto. I legittimi diritti della maggioranza vanno distinti da una logica di monopolio racchiuso nella formula oscura dei “sindacati comparativamente più rappresentativi”. Finirebbe così l’equivoco, generato dal combinato disposto dell’articolo 39, tra contratti nazionali di categoria (prodotti dalle norme corporative preesistenti) e l’affermazione che l’organizzazione sindacale è libera: due concetti antitetici che si negano vicendevolmente.

Al contrario verifica trasparente della rappresentatività e libertà sindacale si legano strettamente.

Qualcosa di politicamente rilevante è però avvenuta perché sul terreno delle alleanze si è manifestata un’intesa tra Landini, Letta, Leu, Sinistra Italiana e Conte per ora circoscritta al salario minimo legale e alla legge sulla rappresentanza a cui per altro il segretario della Cgil ha aggiunto un “nuovo statuto sui diritti di tutte le forme di lavoro”. Il confine più delicato è proprio quello legislazione in materia contrattuale che, fermo restando la legittimità delle iniziative parlamentari, rischia di indebolire la concretezza dell’azione sindacale come è già avvenuto per lo sciagurato “Decreto Dignità” del primo governo Conte.

Sarà interessante vedere come Cisl e Uil risponderanno ad una scelta della Cgil che potrebbe indebolire l’unità d’azione. D’altra parte il “Patto per l’Italia” non ha ancora assunto una fisionomia riconoscibile, anche se tutti sono convinti che debba essere il più largo possibile, mentre su contenuti come reddito di cittadinanza, quota 100, licenziamenti e ammortizzatori sociali, delocalizzazioni e, soprattutto, politiche attive del lavoro e contrattazione di produttività non si intravvedono ancora  tra le forze sindacali e quelle politiche orientamenti convergenti.

La stessa riforma fiscale non è in grado oggi di soddisfare tutte le pur legittime esigenze, anche perché Draghi è alle prese con una serie di importanti scadenza legate alla realizzazione degli obiettivi del Pnrr nel rispetto delle intese sottoscritte in sede Ue.

Prima i sindacati ricercheranno una linea comune e coerente sulle politiche contrattuali, sull’occupazione e sul welfare, meglio sarà perché potranno garantirsi un ruolo positivo nella realizzazione del Pnrr per il risanamento e lo sviluppo del paese.

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