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Perché non decolla il nuovo redditometro

E' la quarta volta che il meccanismo del redditometro fallisce, in un continuo stop and go, non appena si passa dalla teoria alla pratica. L'analisi di Giuseppe Pasquale

Annaspa l’operatività del nuovo redditometro varato nel corso dell’estate 2024 dal Governo Meloni. Come pronosticato esattamente cinque anni fa (vedi qui), invero, il meccanismo previsto dal decreto ministeriale del 7 maggio 2024, apparentemente ineccepibile sulla carta, si è per l’appunto dimostrato poco praticabile sul terreno dell’operatività (vedi qui).

Solo che a certificarlo ora è la Corte dei Conti (relazione sul rendiconto generale dello Stato), la quale, per l’anno 2025, ha consuntivato, da parte dell’agenzia delle Entrate, 923 accertamenti, dei quali oltre due terzi attestano zero evasione, e a cui sono inoltre associati appena 400 mila euro di incassi. Sono numeri incontrovertibili che dimostrano la scarsa rilevanza, sul piano applicativo, del nuovo redditometro, almeno per quello che avrebbe dovuto essere l’esercizio di ripartenza. La Corte parla di «drastico ridimensionamento» del suo utilizzo nell’attuale strategia antievasione, sottolineando, tuttavia, che anche «prima delle modifiche normative intervenute ad agosto 2024» lo strumento aveva un rilievo altrettanto marginale.

Ricorderete che, in un primo momento (era il 22 maggio 2024), la Premier in persona ne aveva bloccato l’operatività dopo le sollevazioni emerse nella stessa maggioranza. Ad agosto, poi, la questione fu sbloccata con legge, introducendo una franchigia che inibisce gli accertamenti per importi di evasione annua inferiori a circa 70 mila euro. Ora, a distanza di due anni, gli esigui risultati del primo consuntivo annuale confermerebbero, tuttavia, l’inadeguatezza strutturale dell’originario decreto del 7 maggio 2024, nonostante il correttivo di agosto.

Peraltro, il decreto in parola, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 20 maggio 2024, si pone in stretta continuità con analoga versione, elaborata in precedenza sotto il governo Draghi, come si evince dal fatto che il 10 giugno 2021 (vedi qui) si chiudeva la consultazione pubblica sul portale del Dipartimento delle Finanze, con riferimento a un testo che coincide al 99% con il citato decreto del 7 maggio 2024.

Purtroppo, sono passati oltre trent’anni e non è mai esistito, in questo ambito, uno strumento di accertamento massivo che abbia funzionato a regime. E questa è la quarta volta che il meccanismo del redditometro fallisce, in un continuo stop and go, non appena si passa dalla teoria alla pratica. Qui sotto, nella tabella in pagina, sono riportati i volumi degli accertamenti tramite redditometro effettuati dal 2008 al 2025.

Val la pena ricordare, in fine, che la prima versione operativa dell’algoritmo di calcolo, risalente al 1993, fu derubricata da “addebito automatico”, per l’importo dell’algoritmo, a semplice “spunto di indagine”. Ciò avvenne con la circolare n. 101 del 1999, dopo la messa in onda in televisione di alcuni casi paradossali a carico di lavoratori dipendenti. Poi, nel 2011, fu sperimentata una procedura – chiamata redditest – che puntava a una compliance rafforzata, dopo aver mostrato al contribuente, in via anticipata, la schermata della presunta evasione calcolata e delle sanzioni ad essa associate; ma questo meccanismo era illusorio, poiché le semplici simulazioni non spaventano nessuno, tant’è che il redditest non fu mai varato.

Da ultimo, prima dell’attuale quarto step, va ricordato che nel 2018 – dopo alcune criticità applicative emerse, ancora una volta, sui media – con l’articolo 10 del decreto-legge “dignità” fu sospeso il precedente decreto del 16 settembre 2015, bloccando così a tempo indeterminato il funzionamento del previgente algoritmo, quello da ultimo revisionato col decreto del 7 maggio.

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