Economia

Perché il reddito universale proposto da Grillo è troppo contagioso

di

confindustria

Che cosa pensa Gianfranco Polillo della proposta di Grillo di un “reddito universale per diritto di nascita, destinato a tutti, dai più poveri ai più ricchi”.

Matteo Renzi, con la sua toscanità, potrà anche non risultare particolarmente simpatico. Lui stesso del resto lo riconosce. Ma la politica, specie in tempo di coronavirus, non è un concorso di bellezza. Le sue proposte, specie se giustamente argomentate, non possono, pertanto, non essere valutate con la necessaria attenzione. Il suo grido d’allarme è: fare presto. Evitare cioè che, sulla crisi epidemica in atto, si possa innestare una sorta di acquiescenza. Con il lockdown che costringe all’isolamento e rischia di alimentare l’apatia.

Il pericolo è reale. E non vale gridare allo scandalo, come hanno fatto gran parte dei politici italiani. Denunciare il cinismo di chi vorrebbe mandare gli italiani allo sbaraglio. Forse la data, indicata da Renzi (il dopo Pasqua) è troppo ravvicinata. Ma il trend del contagio è fortemente migliorato. Gli ultimi dati indicano una crescita del numero dei positivi par al 2,2 per cento. Il giorno prima erano aumentati del 5,4 per cento. Vi fosse già domani un salto così rilevante, avremmo raggiunto il culmine del fenomeno. Ovviamente non sarà così. Ma solo 20 giorni fa il ritmo di crescita giornaliero era pari ad oltre il 25 per cento.

Dobbiamo, quindi, tornare il più presto possibile ad una situazione di relativa e progressiva normalità. Nel rispetto di quelle che saranno le prescrizioni mediche, tese a ridurre al minimo il rischio di contagio. Gli schemi organizzativi possono essere vari, come suggeriva Antonio Polito dalle pagine de Il corriere della sera. Vi può essere un criterio generazionale, considerata la maggior resistenza al virus dei giovani e delle donne. Altra variabile, quella territoriale. Consentire nelle zone in cui il contagio è meno diffuso maggiori spazi di libertà, specie sul fronte produttivo. Ricorrere, infine, agli strumenti elettronici di controllo. Non un “grande fratello”, ma misure che avranno pure un costo in termini di privacy, ma mille volte inferiore al fermo di qualsiasi attività economica. I cui oneri hanno una dimensione che sfiora l’incommensurabile.

L’Ocse ha stimato che ogni mese di chiusura generalizzato delle fonti di produzione costa, all’incirca, il 2 per cento del Pil. Se la chiusura dovesse continuare a metà anno saremmo già ai livelli della vecchia crisi del 2009, quando il crollo fu del 5,5 per cento. Alla sua caduta farebbe, inoltre, seguito un forte aumento dei livelli di disoccupazione, su una base di partenza che già prima del disastro sfiorava il 10 per cento della forza lavoro. E quindi una sostanziale crescita del rapporto debito/Pil (oltre il 150 per cento) alimentato da una duplice spinta: la caduta del denominatore e l’inevitabile crescita della spesa pubblica. Scenario da incubo. Ci fermiamo qui per evitare ulteriori turbamenti.

L’aspetto più preoccupante è, tuttavia, un altro: di natura politico-culturale. La chiusura di ogni attività produttiva comporta perdite rilevanti per tutti. Per i lavoratori si può far fronte ricorrendo agli ammortizzatori sociali. Ma per tutti gli altri — partite iva, autonomi, commercianti ecc. — non esistono strumenti collaudati. Per i lavoratori più marginali o quelli che operano nell’economia sommersa, poi.  il vuoto è assoluto. Ne deriva il drammatico aumento di un esercito, che nei momenti di normalità, riusciva, seppure a stento, a sbarcare il lunario, mentre ora si trova gettato nell’inferno della povertà più assoluta.

Far fronte ad un simile stato di cose non è solo una necessità umana. Serve anche ad evitare derive di carattere criminale (assalti ai supermercati, piccoli e grandi furti ecc.) che già si sono viste, seppure in forme episodiche. Inutile aggiungere che nella disperazione del Mezzogiorno vi possono essere vere e proprie strategie per trasformare il disagio in rivolta sociale. Quindi: intervento necessario. Ma, anche strettamente finalizzato, al fine di evitare ogni successiva suggestione di carattere assistenziale.

Purtroppo così non è stato. Troppa ghiotta la tentazione di rilanciare la proposta di estendere il salario di cittadinanza. Poi derubricato, con le solite mediazione della politica, in salario d’emergenza. Se non è zuppa è pan bagnato. Ci si è messo pure Beppe Grillo, dopo un lungo silenzio. Proposta: “un reddito di base universale, per diritto di nascita, destinato a tutti, dai più poveri ai più ricchi”. Da finanziare tassando le grandi fortune, i profitti delle aziende a più alta automazione, la proprietà intellettuale e le fonti energetiche inquinanti. Come se fosse sufficiente.

Il fatto è che la parola salario evoca scenari che mal si conciliano con interventi mirati e temporanei. Alimentano l’aspettativa di una rendita di Stato che, una volta concessa, sarà difficile rimuovere. Si rischia pertanto di alimentare le attese per una statalizzazione integrale. L’aver a disposizione non solo pasti gratis, anche dopo la fine della pandemia, ma un bancomat pubblico dal quale prelevare le risorse minime indispensabili, come se i costi complessivi dell’intera operazione non fossero insostenibili. La verità è che queste proposte mirano più a riconquistare un consenso politico andato perduto, che a rappresentare una reale alternativa.

Ma con quali conseguenze? Con che faccia, se questa sarà la prospettiva, Giuseppe Conte potrà inveire contro l’Olanda e la Germania e gridare al tradimento dell’Europa? Che deve, ovviamente, intervenire, ma per aiutare l’Italia a ripartire, non certo per trasformarla nel Paese di Bengodi.

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