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Perché il governo ha puntato su Mariani per Leonardo. Parla Marrone (Iai)

Il governo Meloni ha deciso di sostituire Cingolani al timone del colosso della difesa e aerospazio italiano indicando Lorenzo Mariani. Dietro l’avvicendamento ai vertici di Leonardo il nodo dell’equilibrio tra mercato, politica industriale e sicurezza nazionale. Conversazione di Startmag con Alessandro Marrone, responsabile del programma “Difesa, sicurezza e spazio” dello Iai

Come legge questo cambio al vertice e la mancata riconferma di Roberto Cingolani, alla luce degli ottimi risultati economico-finanziari del gruppo e dei dossier ancora aperti previsti dal piano industriale?

Leonardo ha sicuramente fatto dei passi in avanti importanti quanto a commesse e fatturato. In parte sono comuni alle altre aziende europee dell’aerospazio e difesa perché c’è stato un tale aumento dei bilanci militari in tutta Europa dal 2022 in poi che molte imprese ne hanno beneficiato. In Italia il bilancio della difesa reale è aumentato un po’ meno ma comunque il governo ha investito e c’è stato un ritorno per Leonardo. L’azienda ha lanciato partnership importanti come il Gcap (Global Combat Program) e non solo.

Il punto non è tanto il risultato in termini di fatturato, che resta positivo, quanto piuttosto la valutazione secondo cui un manager con una profonda esperienza nel settore della difesa — [Mariani, ndr] – che ha iniziato a lavorare in Leonardo quando ancora si chiamava Finmeccanica, per poi passare in Mbda e successivamente tornare in Leonardo, e con una conoscenza molto approfondita degli interlocutori militari e industriali europei (non va dimenticato che Mbda è un consorzio franco-italiano-tedesco-britannico), possa rappresentare un valore aggiunto in questa fase storica. Una fase in cui si stanno decidendo partite cruciali per la cooperazione europea — basti pensare anche al dossier sulla difesa aerea e missilistica integrata — all’interno di un quadro particolarmente dinamico sul fronte degli investimenti e delle scelte di politica industriale, sia a livello nazionale sia dell’Unione europea.

Cosa ne pensa invece dei rumors rispetto alle frizioni tra il manager Cingolani e Palazzo Chigi.

Su questo non ho elementi per commentare. In generale, credo però sia importante tenere presente che a prescindere dalle persone in carica esiste un equilibrio da preservare tra le scelte del management di una società quotata in borsa e quelle dello stato come azionista di un’azienda centrale per le forze armate. Il management deve rispondere agli azionisti e agli investitori e garantire sia profittabilità sia una visione industriale di lungo periodo. Questo significa investire nelle capacità produttive, nelle risorse umane, nella ricerca tecnologica e mantenere una propensione al rischio d’impresa che abbia un orizzonte strategico più ampio.

In questo quadro il management, in senso lato — quindi amministratore delegato, direttore generale e vertici divisionali — svolge un ruolo centrale in una realtà organizzativa molto articolata come Leonardo. Tuttavia, bisogna ricordare che questo non è un settore come l’automotive o altri comparti industriali: è un settore che risponde direttamente alle esigenze delle forze armate, della sicurezza nazionale e agli orientamenti di fondo della politica estera e di difesa italiana, orientamenti che peraltro presentano una certa continuità bipartisan nei tre cerchi tradizionali europeo, transatlantico e del Mediterraneo allargato. Tutto ciò inevitabilmente influenza alcune scelte industriali.

Ad esempio la decisione di non vendere a determinati acquirenti o di non avviare partnership con interlocutori di Paesi ritenuti ostili — o divenuti tali nel tempo — è, in ultima analisi, una scelta politica. Lo stesso vale per il bilanciamento tra dimensione europea, transatlantica e mediterranea: per esempio, nella fase storica attuale si ragiona sull’opportunità di accentuare maggiormente il baricentro europeo, alla luce delle tensioni transatlantiche e delle nuove iniziative dell’Ue nel campo della difesa.

Siamo quindi di fronte a un equilibrio complesso, che non può essere ridotto in modo superficiale a dinamiche personali. È un dato strutturale: Leonardo è al tempo stesso un’azienda privata, una società partecipata dallo stato e un attore strategico in un settore direttamente connesso alla sicurezza nazionale, quale quello dell’aerospazio, sicurezza e difesa.

Rispetto alle suggestioni emerse negli ultimi giorni sulla centralità del progetto Michelangelo Dome come possibile fulcro delle frizioni con il governo, in quanto non gradito al cosiddetto deep state americano, qual è la sua lettura?

Negli ultimi giorni sono circolati diversi commenti superficiali o inaccurati, a volte sganciati dai fatti. Sul tema della difesa aerea e missilistica in Europa, dal punto di vista operativo il riferimento resta la Nato come architettura di risposta. Sul piano delle capacità, tuttavia, convivono diverse scelte nazionali: Francia e Italia dispongono dei sistemi Samp/T; diversi Paesi dell’Europa centro-orientale utilizzano i Patriot americani; la Germania ha promosso una iniziativa congiunta di procurement, la European Sky Shield Initiative, che prevede acquisizioni da fornitori americani, israeliani e tedeschi; inoltre è in corso un’iniziativa dell’Unione europea sulla difesa aerea e missilistica che verosimilmente privilegerà fornitori europei.

Al tempo stesso, Mbda – campione paneuropeo che include anche una componente britannica, e che vede come azionista italiano Leonardo – continua a sviluppare i propri sistemi. In questo contesto, Michelangelo Dome rappresenta una soluzione ancora in fase di sviluppo, sul piano architetturale e tecnologico, pensata per integrare diversi sensori e diversi intercettori all’interno di un unico sistema di sistemi.

Per questo lo considero un potenziale valore aggiunto per la difesa dell’Europa e non come un elemento problematico nei rapporti con gli Stati Uniti. Non credo che una valutazione americana del rapporto con l’Italia possa fondarsi su questo, in particolar modo in questa amministrazione con un presidente che decide in modo assolutamente istintivo e centralizzato, mettendo all’angolo nel processo decisionale le istituzioni che trattano a livello tecnico dossier come la difesa aerea e missilistica.

Mariani seguirà la linea strategica delineata dal piano industriale varato da Cingolani oppure dobbiamo aspettarci delle svolte? In particolare, che impatto potrebbe avere sui principali dossier aperti, come la joint venture con il fondo saudita per le Aerostrutture, la partnership con Rheinmetall o l’accordo verbale sempre con Rheinmetall su alcuni asset di Iveco?

Penso sia normale che un nuovo amministratore delegato voglia riesaminare i principali dossier dell’azienda e valutare il piano industriale per capire se vi siano margini di modifica o miglioramento. Questo vale a maggior ragione in un caso come questo, in cui il nuovo amministratore delegato conosce molto di più il mondo della difesa e l’azienda stessa rispetto a figure precedenti provenienti da settori esterni al comparto, come Mauro Moretti dalle Ferrovie dello Stato o Alessandro Profumo dal mondo della finanza.

Detto questo, allo stato attuale non sono in grado di dire quale sarà l’orientamento concreto del nuovo amministratore delegato. Ritengo però che disponga di tutti gli strumenti e dell’esperienza necessari per maturare in tempi relativamente rapidi una propria visione sullo sviluppo dell’azienda. In questo senso, il suo percorso professionale rappresenta un valore aggiunto: la sua esperienza interna al settore della difesa, sia dal punto di vista industriale sia nel rapporto con le forze armate, gli consente di conoscere molto bene la realtà in cui dovrà muoversi.

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