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Perché con la riforma dell’Irpef il ceto medio perderà

Conte Quirinale

Sui redditi superiori a 50 mila euro, posseduti da appena il 7,4% dei contribuenti, graverà il 33,6% del prelievo Irpef complessivo, contro il 31,7 di “prima”. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Meglio non esprimere giudizi sul recente e faticoso compromesso raggiunto per introdurre la mini–riforma dell’Irpef, ma far parlare i numeri. I quali non sono proprio in sintonia con quanto era stato ventilato. Del resto era difficile far quadrare i conti di una maggioranza così ampia, come quella che sorregge il Governo Draghi e che contiene tutto ed il contrario di tutto. Elemento che non pregiudica fin quando si tratta di affrontare temi fortemente sentiti dall’elettorato come la lotta contro la pandemia – quasi il 90 per cento dei vaccinati – ma che si scompone nel momento in cui si tratta di mettere le mani nelle tasche del proprio elettorato. Sia per togliere che per dare.

Per la verità eravamo rimasti alla bruciante affermazione del Premier, secondo il quale a chi vagheggiava patrimoniali per premiare i giovani aveva risposto bruscamente, che questo non era il momento. Difficile pensare che questa semplice battuta avesse fermato chi ha, nella propria constituency, il dogma di un’eguaglianza non mitigata dal riconoscimento del merito. Ed ecco allora che nelle defatiganti riunioni in Via XX Settembre, alla fine la talpa rossa, come si diceva una volta, ha ben lavorato. Quegli 8 miliardi, trovati per abbattere il cuneo fiscale andranno ad esclusivo beneficio dei lavoratori. Ma non di tutti. Principalmente di coloro che, per le loro caratteristiche sociologiche, meglio si riconoscono nell’identikit della sinistra.

Le prime simulazioni effettuate sul campo, utilizzando i dati a disposizione, offrono un panorama abbastanza preciso. Si pensava all’inizio che non tutti dovessero necessariamente guadagnare dal primo step della riforma, ma almeno non rimetterci. Ossia veder aggravato il carico fiscale gravante sui propri redditi. Che questo invece sia l’essenza del compromesso realizzato lo si vede ad occhio nudo: nell’analisi testuale dell’emendamento preannunciato. L’aliquota legale del secondo e terzo scaglione di reddito (dai 15.000 ai 50.000 euro) subirà una riduzione pari al 2 per cento tra i 15mila e 28mila ed al 3 per ceto per la classe immediatamente superiore. Per coloro invece che hanno un reddito compreso tra 50 mila euro e 75 mila, l’esatto contrario. La loro aliquota salirà del 3 per cento, per compensare l’onere dovuto alle precedenti riduzioni. Ma su questo particolare, i TG della Rai hanno fatto orecchi da mercante.

Così facendo, sui redditi superiori a 50 mila euro, posseduti secondo le dichiarazioni del 2019 e relative ai redditi 2018, da appena il 7,4 per cento dei contribuenti, graverà il 33,6 per cento del prelievo Irpef complessivo, contro il 31,7 di “prima”. Quando l’idea di una riforma fiscale era ancora in mente dei. Bisogna riconoscere che, alla fine, Roberto Gualtieri, da ministro dell’Economia, aveva ragione. Bisognava far piangere un po’ i ricchi per trovare le risorse necessarie da redistribuire. Tanto più adesso: nel momento in cui lo stesso Silvio Berlusconi si è convertito al “reddito di cittadinanza”. Le maggiori risorse che entreranno nella busta paga dei padri forse potranno essere dirottate a favore dei figli, senza dover necessariamente ricorrere alla patrimoniale. Che tuttavia, secondo le indicazioni di Enrico Letta, doveva colpire i ceti più benestanti che decisamente non sembrano coincidere con chi guadagna 50mila euro all’anno. Poco più di 2.000 euro al mese, dopo aver pagato le necessarie imposte.

È la giustizia sociale bellezza! Fosse così ne saremmo più che lieti. Aumentare il salario netto di chi lavora è un imperativo categorico, specie nel momento in cui i consumi languono e, per la prima volta, l’Italia vede migliorare notevolmente la sua posizione patrimoniale verso l’estero. Segno evidente che, nonostante i mille guai, il Paese si sta riprendendo, per tornare ad essere un possibile protagonista. Quello che, invece, è sconcertante è il gioco delle tre carte. Continuare cioè a piagnucolare su una cattiva redistribuzione del carico fiscale, senza denunciare le cause vere che l’hanno e continuano a determinarla. Vale a dire quell’evasione fiscale che altro non fa che riflettere l’arretratezza dell’intero sistema, rispetto all’evoluzione del modo di essere e di vivere della società italiana. Come se i cinquant’anni e passa che ci separano da quella lontana riforma non fossero passati. E l’Italia fosse ancora dominata dal fordismo, quale prevalente modo di produzione.

Ciò detto, va però subito aggiunto che a questo pessimo quadro macroeconomico, corrisponde al contrario una distribuzione del carico fiscale nei confronti di chi le tasse le paga veramente che è assolutamente sperequato e non nel senso tanto caro alla sinistra. Al contrario la sua distribuzione è interamente rivolta a favorire i ceti meno abbienti e colpire, con un gusto a volte che sa di sadismo, i presunti ricchi. Coloro cioè che, come abbiamo visto, guadagnano da poco più di 2 mila euro al mese. Di tutto questo ovviamente non si parla. Anzi le cifre sono quasi segrete, nascoste sotto gli spessi strati delle cosiddette “tax expenditures”. Ossia delle agevolazioni fiscali delle cui riforma si parla da tempo immemorabile, ma solo per poi accantonare il relativo problema.

Se non andiamo errati, era stato Giulio Tremonti, come ministro dell’Economia, a sollevare il problema, prevedendo una specifica commissione di studio. Eravamo intorno al 2010. Da allora solo chiacchiere, per la semplice ragione che queste agevolazioni si concentrano sulle fasce di reddito più basse, creando un doppio regime. Esiste quello di un’aliquota legale, da agitare nel corso dei dibattiti più paludati per dimostrare il rispetto della progressività invocata dalla Costituzione. Ed esiste poi un’aliquota effettiva, difficile da calcolare con precisione a causa della giungla dei privilegi che sono riservati a chi gode degli sconti di pena. Qualche numero si può trovare nelle nei dati del Dipartimento finanze del Mef. Ma dipanare quella matassa comporta una gran fatica.

A solo titolo indicativo è possibile fornire qualche elemento. Dall’analisi delle dichiarazioni dei redditi del 2019, si evince chi redditi fino a 15 mila euro l’anno erano colpiti, in media, da un’aliquota legale del 22 per cento. Che si riduceva, tuttavia, al 6 per cento, una volta calcolate tutte le detrazioni. Nella classe immediatamente superiore – quella compresa tra i 15 ed i 29 mila euro – stesso meccanismo: aliquota legale del 27 per cento, reale del 14. E via dicendo. Sconti decrescenti al crescere del reddito, con la loro massima concentrazione – 93 per cento del totale – in coincidenza delle classi di reddito comprese tra 40 e 50 mila euro l’anno. Quindi vanno bene le prediche per una maggiore equità fiscale, ma almeno risparmiateci i sermoni. Hanno tutti il sapore di una presa per i fondelli.

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