La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina passa anche dalla tavola… degli animali. Come in ambito tecnologico Pechino ha spinto per sviluppare capacità interne nei microchip e nell’intelligenza artificiale, così nel settore agricolo sta lavorando a delle alternative per non dipendere da umori, restrizioni e prezzi di Washington.
A cominciare dalla soia, di cui importa circa l’80%, anche per nutrire i propri maiali, che ora però dovranno adattarsi a nuove ricette made in China.
IMPORT RECORD NEL 2025 TRA SUD AMERICA E TENSIONI COMMERCIALI
Nel 2025, scrive Reuters, la Cina ha raggiunto un livello record nelle importazioni di soia, pari a 111,83 milioni di tonnellate metriche, con un aumento del 6,5% rispetto all’anno precedente, secondo i dati doganali.
A trainare gli acquisti sono stati soprattutto i carichi provenienti dal Sud America, in particolare Brasile e Argentina, in un contesto di crescente incertezza per il timore che una guerra commerciale con Washington potesse interrompere le forniture.
“Le spedizioni concentrate dai principali produttori, tra cui Brasile e Argentina, hanno determinato un forte aumento delle importazioni nella prima metà dell’anno, contribuendo a portare il totale annuale a un livello record”, ha dichiarato Liu Jinlu, ricercatrice agricola presso Guoyuan Futures.
Secondo la stessa analista, l’escalation della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti nel secondo e terzo trimestre ha spinto gli acquirenti cinesi ad anticipare gli acquisti e a concentrarsi sulla soia sudamericana.
A dicembre, stando ai calcoli di Reuters basati sui dati doganali, le importazioni sono aumentate dell’1,3% su base annua, raggiungendo 8,04 milioni di tonnellate.
IL COSTO DELLA DIPENDENZA E LA SPINTA ALL’AUTOSUFFICIENZA
Il ruolo della soia nell’economia agricola cinese, tuttavia, resta centrale. Nel 2024, secondo i dati della Banca Mondiale, il Paese ha importato semi oleosi per un valore di 52,7 miliardi di dollari, di cui 12 miliardi dagli Stati Uniti.
La crescente instabilità dei prezzi, legata alle tensioni geopolitiche e commerciali, ha però spinto Pechino a ridurre la dipendenza dalla soia nei mangimi.
NUOVE DIETE PER I SUINI E MANGIMI FERMENTATI
Nelle aree rurali attorno a Taizhou, a circa due ore da Shanghai, Reuters racconta di alcuni allevamenti che stanno sperimentando nuovi sistemi di alimentazione per i suini basati su miscele locali a basso costo. In grandi vasche vengono preparati composti a base di crusca, scarti vegetali e sottoprodotti della vinificazione, sottoposti a fermentazione per migliorarne la digeribilità e ridurre la necessità di proteine derivate dalla soia.
Per gli allevatori, la leva principale resta il costo. “I prezzi della soia sono diventati così instabili”, ha osservato il proprietario di un allevamento, che evidenzia come il mangime rappresenti la quota maggiore delle spese e come la redditività del settore sia sotto pressione. “L’allevamento di suini è diventato poco redditizio”, ha aggiunto, sottolineando la ricerca generalizzata di soluzioni per contenere i costi.
LA STRATEGIA DI PECHINO PER LA SICUREZZA ALIMENTARE
Oltre alle esigenze economiche degli allevatori, il ricorso a queste pratiche si inserisce in una strategia nazionale più ampia orientata alla sicurezza alimentare e alla riduzione della dipendenza dall’estero.
Negli ultimi anni le autorità hanno intensificato la promozione di fonti proteiche alternative per i mangimi, accelerando il processo con l’acuirsi delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti. La soia è diventata un elemento sempre più sensibile nelle relazioni economiche tra i due Paesi.
Secondo gli analisti del settore, Pechino sta accelerando l’adozione di tecnologie legate alla fermentazione e a nuovi ingredienti, in un approccio paragonabile agli sforzi compiuti in altri settori strategici come quello dei semiconduttori.
“In termini di agricoltura, l’obiettivo politico nazionale più importante in questo momento è la riduzione della farina di soia nei mangimi”, ha spiegato Fu Zhenzhen, analista dei mangimi presso Beijing Orient Agribusiness Consultants. “Il motivo più diretto è la guerra commerciale con gli Stati Uniti – ha aggiunto -. E la fermentazione è essenziale”.
INDUSTRIA, GRANDI GRUPPI E RIDUZIONE DELLA FARINA DI SOIA
Il cambiamento coinvolge anche i principali operatori del settore agroalimentare. Muyuan Foods, il maggiore produttore suinicolo al mondo, scrive Reuters, ha progressivamente ridotto la quota di soia nei mangimi sostituendola con amminoacidi ottenuti da processi di fermentazione, riducendo la dipendenza da questa materia prima negli ultimi anni.
Anche altri gruppi stanno riformulando le diete animali: New Hope Liuhe lavora su mangimi per pollame privi di soia, mentre i principali produttori lattiero-caseari cinesi, tra cui Yili e Mengniu, hanno ridotto sensibilmente l’impiego di farina di soia nei mangimi per bovini grazie a progetti sviluppati con centri di ricerca nazionali.
COSTI, COMPLESSITÀ E QUALITÀ
La diffusione di questi sistemi è favorita anche dal contesto dei prezzi: la carne suina, su livelli storicamente bassi, rende più urgente la ricerca di risparmi lungo la filiera.
Restano però criticità operative. L’assenza di standard condivisi e la gestione non uniforme della fermentazione possono influire sulla crescita degli animali e aumentare i rischi sanitari, secondo alcuni operatori del settore.
Resta aperto anche il tema della qualità finale della carne. “C’è una forte domanda da parte dei consumatori per una carne di migliore qualità, ma il settore è concentrato soprattutto sulla riduzione dei costi e sull’adeguarsi alle direttive del governo”, ha osservato Ian Lahiffe, consulente agricolo a Pechino. “Ci sono molti benefici nell’alimentazione a base di soia – ha aggiunto -. Ma devono capire come evitare di sacrificare la salute degli animali e il sapore della carne”.







