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Orsini di Confindustria giochicchia con gli sgravi fiscali

Che cosa ha detto e che cosa non ha detto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, sugli sgravi fiscali. Il corsivo di Liturri

 

La “messa cantata” dell’assemblea generale di Confindustria è sempre un’ottima occasione per fare il punto sulle idee, poche ma confuse, degli industriali sul futuro dell’Italia.

Cogliendo fior da fiore, la nostra attenzione si è fermata su questa frase pronunciata dal Presidente Emanuele Orsini:

«Esistono 575 misure fiscali che erodono circa 120 miliardi di base imponibile», vanno analizzate per trovare 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola. Insieme, ha continuato Orsini, a una «revisione della spesa pubblica».

Si ripropone così, come i peperoni, un vecchio tema. Quello del taglio ad alcuni sgravi fiscali per finanziare altre misure di spesa, ovviamente a saldi di bilancio invariati. Come se quegli sgravi fossero inutili o, peggio, dannosi.

Qualcuno potrebbe obiettare che questa “sostituzione” potrebbe avvenire a favore di spese a più elevato moltiplicatore fiscale, cioè con maggiore impatto sulla crescita del PIL. Ma si tratta di un’ipotesi tutta da dimostrare, sulla quale i dubbi non mancano.

Ora noi ci permettiamo di far notare ad Orsini l’ovvio, che purtroppo pare necessario ribadire. Quelle 575 norme che abbattono l’imponibile per 120 miliardi contribuiscono a ridurre la pressione fiscale, offrendo a famiglie ed imprese una serie molto variegata di agevolazioni rispetto alle norme primarie che determinano l’imponibile su cui si applicano le aliquote delle imposte dirette e indirette. Sono spesso chiamate “spese fiscali”, con la solita traduzione maccheronica dall’inglese. Si tratta di norme a favore di fasce socialmente bisognose o di natura incentivante verso le imprese; parliamo, tra l’altro, di tutto il pacchetto di detrazioni e deduzioni a favore delle persone fisiche operate nelle dichiarazioni dei redditi o, per le imprese, di tutta una serie di norme che intervengono sui meccanismi di determinazione del reddito d’impresa.

Eliminarle significa, puramente e semplicemente, aumentare la pressione fiscale verso livelli insostenibili e, ne siamo certi, sarebbero proprio gli industriali i primi a lamentarsi. A meno che Orsini non intenda riferirsi solo agli sgravi fiscali che non colpiscono le imprese. Ma si tratta solo di una maliziosa ipotesi.

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