Economia

Nave Diciotti, migranti e scafisti. Che cosa deve insegnare la teoria economica

di

migranti

L’articolo di Gianfranco Polillo a latere del caso della Nave Diciotti

Il caso della motonave Diciotti, con il suo carico di povera gente, deve essere affrontato con una freddezza razionale che metta da parte ogni fin troppo facile ricorso al sentimento.

Se i 150 migranti fossero stati accolti sul suolo italiano, senza opposizione alcuna, l’effetto pratico sarebbe stato quello di varare una rotta a favore dei trafficanti di carne umana. È facile prevedere, infatti, che il nuovo modello sarebbe stato replicato, né più né meno come avveniva quando il traghettamento era affidato alle imbarcazioni delle Ong. Cosa che spiega, tra le mille altre cose, la freddezza europea. Nessuno ha interesse a contribuire al successo dei nuovi tentativi.

Il traffico dei migranti, com’è noto, è un grande business. Può essere stroncato o ridimensionato solo se il prezzo del biglietto relativo al viaggio diventa proibitivo. Nei mesi passati, quando le navi delle Ong stazionavano presso le coste libiche, i costi dell’intera operazione erano estremamente contenuti. Bastava una specie di gommone, stipato con centinaia di persone, dotato di un motore di pochi cavalli, per fare le poche miglia necessarie per giungere ai luoghi d’appuntamento. Poi scattava il gioco cooperativo. Gli scafisti scaricavano la loro merce. Le Ong potevano vantare, nel rispetto dei propri specifici valori, di aver salvato le vite umane. O di aver sottratto ai regimi senza cuore dell’altra sponda del Mediterraneo vittime innocenti.

Chiusa questa rotta, avendo posto il divieto di sbarco, si sta tentando un’altra strada. Questa volta ai trafficanti non basta acquistare per poche centinaia di euro gommoni usa e getta. Devono attrezzare carrette del mare, che garantiscano percorrenze più lunghe. Si tratta infatti di affrontare un viaggio di un centinaia di miglia marine prima di giungere nella zona Sar, dove il soccorso in mare diventa obbligatorio. I costi, quindi, aumentano. E non solo per le caratteristiche delle imbarcazioni, ma per la riduzione del numero dei passeggeri. Che, per quanto stipati, non possono essere pari a quelli costretti sui vecchi gommoni.

C’è poi un costo aggiuntivo, che ė rappresentato dagli scafisti. I quattro – e il numero è significativo – che sono stati arrestati, una volta scesi dalla Diciotti. Un conto è guidare un gommone per poche miglia, un altro è pilotare uno scafo fino a raggiungere l’area che rende obbligatorio il salvataggio. Il compenso degli scafisti si basa essenzialmente su due elementi: una loro capacità minima di stare in mare, il rischio che corrono una volta giunti a destinazione. Questo secondo elemento può essere dilatato fino al punto da trasformare il vecchio gioco a saldo zero. In cui tutti ci guadagnano. In uno non cooperativo.

Nella teoria dei giochi esiste una relazione diretta tra il rischio che si corre ed il payout (vantaggio) definitivo. Nell’equilibrio di Nash se uno dei due concorrenti è comunque destinato a perdere, semplicemente non c’è equilibrio. E il gioco risulta indeterminabile. Se le pene per gli scafisti vengono inasprite fino a prevedere l’ergastolo, per crimini commessi per il traffico dei moderni schiavi, sarà sempre più difficile trovare manovalanza destinata ad essere sacrificata in questo inevitabile destino. E quindi verrà sempre meno la possibilità di organizzare il business, almeno ai prezzi esistenti nell’attuale mercato.

Semplice schema logico? Può darsi. Ma a noi torna in mente una vecchia poesia di Bertold Brecht. “Generale, il tuo carro armato è una macchina potente. Ma ha un difetto. Ha bisogno di un carrista. Che ha sua volta ha un difetto. È un uomo e può pensare”. E per quanto al mondo vi siano disperati, non sarà facile trovare un numero sufficiente di persone in grado di guidare i nuovi deportati verso l’Europa. Sapendo cosa li aspetta, una volta giunti a destinazione.

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