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Mps, tutto sui fondi americani che voteranno Palermo al posto di Lovaglio

I primi segnali dai fondi esteri – a partire da quelli Usa – che controllano oltre metà del capitale, le incognite su Delfin e Banco Bpm, il peso dei proxy advisor e la sfida tra Palermo e Lovaglio: tutti i numeri e gli schieramenti

 

C’è un dato chiave nella partita per il rinnovo del cda del Monte dei Paschi di Siena: oltre il 50% del capitale è nelle mani dei fondi. È qui, al netto dei grandi soci italiani, che si giocherà la partita del 15 aprile. Ed è da qui che arrivano i primi segnali, ancora parziali ma già indicativi, di un orientamento che potrebbe fare la differenza.

In assemblee come quella di Siena non conta solo la dimensione delle singole quote, ma la capacità dei grandi investitori istituzionali di muoversi in modo coordinato, spesso seguendo le indicazioni dei proxy advisor. È proprio questo meccanismo che trasforma anche piccoli pacchetti azionari in segnali di mercato molto rilevanti.

I TRE FONDI AMERICANI CHE SCOPRONO LE CARTE

I primi a uscire allo scoperto sono tre grandi investitori istituzionali americani – Calpers, Teacher Retirement System of Texas e New York City Comptroller – che hanno annunciato il voto a favore della lista del consiglio di amministrazione e del candidato amministratore delegato Fabrizio Palermo. In termini puramente quantitativi pesano poco, circa lo 0,20% del capitale complessivo, ma il loro valore è soprattutto qualitativo.

Calpers, il fondo pensione dei dipendenti pubblici della California, è uno dei giganti globali del risparmio gestito, con masse che superano i 500 miliardi di dollari e oltre due milioni di iscritti. Il Teacher Retirement System of Texas rappresenta invece la principale cassa previdenziale del Texas e gestisce asset per circa 225,3 miliardi di dollari, servendo più di 2,1 milioni di membri . Si tratta del sesto fondo pensione pubblico americano, con un portafoglio altamente diversificato a livello globale. Infine, il New York City Comptroller sovrintende agli investimenti delle cinque casse pensionistiche della città di New York, per un totale di circa 319,5 miliardi di dollari, collocandosi tra i maggiori sistemi pensionistici pubblici degli Stati Uniti.

Le loro partecipazioni in Mps sono ridotte – circa lo 0,1%, lo 0,024% e lo 0,075% rispettivamente – ma proprio per questo risultano emblematiche: rappresentano quella platea di investitori diffusi che tende ad allinearsi alle raccomandazioni dei proxy.

L’EFFETTO PROXY E L’INCOGNITA DEI GRANDI ASSET MANAGER

Il vero punto è l’effetto a catena. Le raccomandazioni di Iss e Glass Lewis, entrambe favorevoli alla lista del cda e al nome di Palermo, insieme alle prime indicazioni dei fondi americani, potrebbero orientare i grandi asset manager globali.

Sotto osservazione ci sono soprattutto BlackRock, Vanguard e Norges Bank, che insieme sfiorano il 10% del capitale del Monte. Si tratta di colossi globali del risparmio gestito: BlackRock, il più grande asset manager al mondo, gestisce migliaia di miliardi di dollari, mentre Vanguard supera i 10mila miliardi e Norges – fondo sovrano norvegese – amministra asset per circa 2mila miliardi.

BlackRock, il fondo del leggendario Larry Fink, è tornato sopra il 5% alla vigilia della record date, rafforzando ulteriormente il proprio peso nella partita.

Eppure il quadro resta sfumato. Come ricordato qualche giorno fa da Startmag, Pierluigi Tortora – promotore della lista alternativa con Luigi Lovaglio – sostiene che proprio BlackRock, Vanguard e Norges sarebbero dalla parte della sua lista. Una versione che si scontra con il peso delle raccomandazioni dei proxy advisor e con i primi orientamenti emersi, ma che contribuisce ad alimentare l’incertezza.

I GRANDI SOCI ITALIANI E IL NODO DELFIN

Se i fondi rappresentano la chiave della partita, il fronte dei soci italiani resta determinante per costruire le basi di consenso. Francesco Gaetano Caltagirone ha rafforzato la propria posizione portando la quota al 13,5%, con un investimento stimato intorno ai 500 milioni, consolidando il ruolo di secondo azionista dietro Delfin, la holding che fa capo alla famiglia Del Vecchio e guidata da Francesco Milleri, che mantiene il 17,5%.

Ed è proprio Delfin a rappresentare il principale punto interrogativo. La holding ha depositato le azioni e sarà quindi presente all’assemblea, ma secondo diverse ricostruzioni potrebbe optare per l’astensione. Una scelta di prudenza forse dettata da valutazioni di rischio legate all’indagine della procura milanese sul presunto concerto tra soci.

ENPAM, ENASARCO E IL RUOLO DELLE CASSE

Attorno alla lista del consiglio di amministrazione si sta formando un blocco che coinvolge anche il mondo delle casse previdenziali. Enasarco, con una quota attorno all’1,15%, viene indicata tra i sostenitori del board. Anche Enpam – pur avendo ridotto progressivamente la propria partecipazione fino a circa lo 0,3% – secondo le ricostruzioni di stampa dovrebbe votare a favore della lista del cda. Il perimetro si allarga se si includono altri fondi e investitori minori che, secondo quanto si apprende, porterebbero questo aggregato fino a circa il 5%.

Si tratta di un sostegno che va oltre il peso numerico, perché riflette un orientamento più ampio del sistema delle casse, tradizionalmente attento ai temi di stabilità e governance.

IL NODO BANCO BPM E L’ASSENZA DEL MEF

Resta invece ancora incerta la posizione di Banco Bpm, titolare di circa il 3,7% del capitale. L’istituto non ha ancora sciolto le riserve e secondo alcune fonti di stampa potrebbe oscillare tra l’astensione e un eventuale voto a favore della lista principale. Una scelta che, in un contesto così equilibrato, potrebbe risultare decisiva.

Sul fondo si staglia anche l’assenza del Ministero dell’Economia, che con circa il 4,6% non parteciperà all’assemblea. Una decisione coerente con la linea del governo di non intervenire nella governance del Monte, e che di fatto aumenta il peso relativo degli investitori privati.

LE LISTE E LO SCONTRO SU LOVAGLIO

La sfida si gioca tra la lista del cda, che candida Nicola Maione alla presidenza e Fabrizio Palermo come amministratore delegato, e quella di Plt Holding, che propone Cesare Bisoni e il ritorno di Luigi Lovaglio. A queste si aggiunge la lista di minoranza di Assogestioni.

Proprio attorno a Lovaglio si è concentrato uno degli scontri più duri delle ultime settimane. L’ex amministratore delegato, dopo essere stato escluso dalla lista del consiglio, è stato anche licenziato dal ruolo di direttore generale. Una decisione che Plt Holding ha definito apertamente “abnorme”, accusando il board di voler ostacolare la lista alternativa. Nonostante il clamore, però, la vicenda ha avuto un impatto limitato sui mercati: secondo le ricostruzioni, il titolo ha registrato solo effetti marginali, segno che gli investitori guardano soprattutto agli equilibri complessivi.

UNA PARTITA APERTISSIMA

Alla vigilia dell’assemblea, i numeri restano in movimento. Le azioni finora depositate rappresentano poco più del 10% del capitale, ma alla record date dovrebbero essere state registrate partecipazioni per oltre il 60%, con un’affluenza finale attesa intorno al 70%.

La lista del cda parte da una base stimata tra il 20% e il 22%, con margini di crescita che potrebbero portarla fino al 30-35, soprattutto grazie al contributo dei fondi internazionali. Ed è proprio qui che si gioca la partita decisiva: i grandi investitori globali, che detengono oltre metà del capitale, potrebbero orientarsi in modo compatto, trasformando le indicazioni dei proxy advisor in un risultato concreto.

Eppure, nulla è ancora scritto. A Siena si profila un’assemblea sul filo di lana

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