Altro che normalizzazione. A Siena la nuova governance del Monte dei Paschi prende forma, ma lo fa tra tensioni sotterranee, compromessi negoziati e un equilibrio ancora tutto da verificare. Le nomine dei comitati endoconsiliari, passaggio chiave dopo l’assemblea del 15 aprile che ha visto il trionfo di Luigi Lovaglio, raccontano bene lo stato dei rapporti interni al board: una maggioranza saldamente in mano a Plt Holding, una minoranza che ottiene spazi limitati ma visibili, e sullo sfondo una partita strategica – quella con Mediobanca – che il rinnovato ad intende chiudere rapidamente.
UNA TREGUA SOLO APPARENTE
Il clima resta sospeso. Gli spazi concessi alla minoranza restano limitati – poco più che “briciole”, secondo la Stampa – mentre il controllo dei comitati è saldamente nelle mani della maggioranza. Il nuovo assetto, del resto, appare ancora “in salita”, come scrive il Corriere della Sera, a conferma di una convivenza tutt’altro che semplice dentro il board.
E tuttavia, dopo settimane di tensioni, qualcosa si è ricomposto: più che un chiarimento, una pausa operativa. O forse una vera e propria “aria di tregua”, funzionale soprattutto a far partire la macchina della governance.
LA GEOGRAFIA DEL POTERE NEI COMITATI
È nella composizione dei comitati che si misura davvero il peso delle diverse componenti del cda. Il cuore del sistema è il comitato rischi e sostenibilità, considerato il più rilevante per la gestione della banca: qui la presidenza è affidata a Carlo Corradini, espressione della maggioranza e vicino alla famiglia Tortora, azionista di riferimento della lista Plt che ha riportato Lovaglio alla guida del Monte. Con lui siedono Livia Amidani Aliberti, Antonella Centra, Paola De Martini e Massimo Di Carlo: una composizione in cui la maggioranza resta nettamente prevalente, pur con la presenza di De Martini, della lista del cda uscente, ex Cdp ed Essilorluxottica.
Nel comitato remunerazione, guidato da Livia Amidani Aliberti (maggioranza), siedono Antonella Centra, espressione della lista del cda uscente, e Paola Leoni Borali, in quota Plt: anche qui l’impronta della maggioranza resta dominante, con due componenti su tre. Nel comitato per le operazioni con parti correlate, presieduto da Flavia Mazzarella (maggioranza), entrano Patrizia Albano e Fabrizio Palermo, quest’ultimo designato ad nella lista del cda uscente e figura vicina all’area Caltagirone.
Il comitato It e digitalizzazione rappresenta l’unica vera concessione alla minoranza: la presidenza va infatti a Paolo Boccardelli, espressione della lista del board, affiancato però da Carlo Corradini e Paola Leoni Borali.
Più articolata la vicenda del comitato nomine: inizialmente composto solo da esponenti della maggioranza – con la presidente Patrizia Albano, Massimo Di Carlo, Paola Leoni Borali e Flavia Mazzarella – è stato successivamente integrato, dopo le tensioni in consiglio, con l’ingresso di Corrado Passera, espressione della lista del cda uscente.
IL NODO DEI DUE TERZI E LE PROSSIME SCADENZE
A rendere ancora più delicato l’equilibrio è il tema delle maggioranze qualificate. In base alle regole interne, alcune decisioni strategiche richiedono il voto favorevole dei due terzi del consiglio. È su questo terreno che la minoranza, pur ridimensionata, può ancora giocare un ruolo non marginale.
Il prossimo banco di prova sarà l’approvazione della trimestrale, attesa per l’11 maggio (posticipata dal calendario iniziale): un passaggio che richiederà coesione almeno formale all’interno del board. Subito dopo, la vera partita: quella sull’operazione Mediobanca, destinata a passare dal vaglio delle assemblee.
IL CASO VIVALDI
Il momento di maggiore tensione si è registrato però sul caso di Carlo Vivaldi. Più che un detonatore, è stato un elemento di forte conflittualità interna, come evidenziato anche dal Corriere.
Vivaldi siede infatti anche nel consiglio di amministrazione di Banca Mediolanum, dove è membro del comitato rischi: una posizione che, alla luce della normativa rafforzata dalla recente legge capitali, configura un’incompatibilità con incarichi analoghi in una banca concorrente, rendendo il conflitto non più tollerabile secondo lo statuto aggiornato di Mps.
Manager con oltre trent’anni di carriera in Unicredit, con ruoli apicali anche a livello internazionale, Vivaldi rappresentava uno dei profili più solidi della lista del cda uscente. Non a caso era stato inizialmente indicato tra i tre possibili candidati alla carica di amministratore delegato insieme a Corrado Passera e Fabrizio Palermo.
La sua uscita ridisegna inevitabilmente gli equilibri interni, privando la minoranza di una figura di peso e aprendo una nuova partita sulla sua sostituzione.
BRANCADORO E LA RETE DI RELAZIONI
Il primo nome in ordine di lista è quello di Gianluca Brancadoro, giurista e avvocato cassazionista con una lunga esperienza nella consulenza a gruppi bancari, finanziari e industriali, oltre che in operazioni straordinarie e ristrutturazioni complesse.
Un profilo tecnico, con incarichi di rilievo anche su mandato di Bce, Consob e Banca d’Italia, e una carriera costruita tra accademia e pratica professionale. Tra le sue attività figura anche la consulenza legale per Acea, definendo così un perimetro di relazioni che tocca anche l’area Caltagirone.
L’IPOTESI ALESSANDRO CALTAGIRONE
Se Brancadoro dovesse rinunciare, la scelta ricadrebbe su Alessandro Caltagirone, figlio di Francesco Gaetano. Imprenditore attivo nel gruppo di famiglia, con un ruolo crescente nelle attività industriali e finanziarie, rappresenterebbe un ingresso dal forte valore simbolico oltre che strategico.
Già in passato aveva sfiorato la conferma nel board, salvo poi fare un passo indietro anche per ragioni legate agli equilibri complessivi e alla rappresentanza di genere. Un suo eventuale ingresso oggi cambierebbe sensibilmente la percezione degli equilibri interni.
La presenza diretta o indiretta di uomini riconducibili all’area Caltagirone nei comitati – da Palermo nelle parti correlate a Passera nelle nomine – potrebbe trasformarsi in una sorta di recupero di influenza, seppur parziale.
LOVAGLIO ACCELERA SU MEDIOBANCA
Nel frattempo Lovaglio guarda avanti. L’obiettivo è stringere i tempi sula fusione di Mediobanca, arrivando a convocare entro l’estate le assemblee delle due banche. Per il delisting si dovrà invece attendere qualche mese in più.
Un’accelerazione che punta a chiudere rapidamente una partita industriale e finanziaria complessa, ma che inevitabilmente si intreccia con gli equilibri interni al cda e con le diverse visioni strategiche presenti nel board, a partire proprio da quelle emerse nei rapporti con Caltagirone.
Su Siena, intanto, restano accesi, i fari della Consob, che dalle tensioni di marzo ha avviato un monitoraggio serrato acquisendo anche i verbali delle riunioni del cda. Segno che, al di là degli equilibri appena definiti, la partita resta aperta.
Né si ferma l’indagine della Procura sull’operazione Mps-Mediobanca: i magistrati milanesi hanno infatti scritto ai presidenti di Camera e Senato per chiedere l’autorizzazione a una visione delle chat contenute nel telefonino dell’ex direttore generale del Mef Marcello Sala e i nove parlamentari con cui Sala ha riferito di aver scambiato messaggi. E cioè i ministri Giorgetti e Salvini, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Fazzolari, il viceministro Leo, il sottosegretario Freni e i parlamentari Rixi, Romeo, Centemero e Misiani.







