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Mps, perché Delfin ha detto sì a Lovaglio (e no a Caltagirone)

Dietro il voto di Delfin dei Del Vecchio che ribalta Siena c’è la strategia su Mediobanca e Generali. Con Banco Bpm decisiva e il governo tra adattamento e nuove crepe. Commenti e interpretazioni sulle posizioni di Delfin, Banco Bpm e governo

La scena finale è quella di Siena, con l’assemblea di Mps che esplode in un applauso e scandisce il nome del vincitore: Luigi Lovaglio. Ma il risultato si è deciso altrove, tra Milano, Trieste e Roma, lungo l’asse che tiene insieme Delfin, Banco Bpm, Mediobanca e Generali.

La lista Plt della famiglia Tortora si impone a sorpresa (ma non troppo) con il 49,95% dei voti contro il 38,79% della lista del cda uscente. Un risultato costruito pezzo per pezzo, ma deciso da due mosse chiave: il voto di Delfin (17,5%) e quello di Banco Bpm (3,7%), che insieme valgono oltre il 21% del capitale e spostano definitivamente gli equilibri.

IL RUOLO DECISIVO DI DELFIN: INVESTITORE, NON ALLEATO

Il primo tassello della vittoria di Lovaglio si chiama Delfin. La holding della famiglia Del Vecchio, guidata da Francesco Milleri (nella foto), ha scelto di schierarsi apertamente, rompendo l’ambiguità delle settimane precedenti.

Una scelta che, secondo quanto ricostruito, non nasce da logiche di alleanza ma da una valutazione fredda e tipicamente finanziaria: “Non è una vittoria, ma una toppa su quello che stava diventando un problema enorme per il paese”, avrebbe confidato Milleri.

Dietro questa frase c’è una doppia chiave di lettura. Da un lato, la volontà di evitare che le tensioni su Generali e Mediobanca finissero per compromettere un’operazione industriale considerata valida, come l’integrazione tra Mps e Piazzetta Cuccia. Dall’altro, una logica puramente finanziaria: sostenere il manager che ha prodotto risultati e può valorizzare al meglio l’asset.

Come osserva anche il Corriere della Sera, Delfin “ha sempre ragionato come puro investitore finanziario che scommette sul manager che ha ottenuto il miglior risultato sul campo”. In questa chiave, Lovaglio diventa il garante della continuità del piano Mediobanca.

LA ROTTURA CON CALTAGIRONE: MAI UN MATRIMONIO

È qui che si consuma la vera frattura. Per mesi si è parlato di asse Delfin-Caltagirone, soprattutto nelle partite su Generali. Ma la votazione su Mps certifica una divergenza.

“Non c’era un matrimonio, non c’è stato un divorzio”, scrive il Corriere, fotografando un rapporto che non è mai stato organico. Eppure, la rottura è evidente: da un lato Delfin che vota Lovaglio, dall’altro Francesco Gaetano Caltagirone che sostiene la lista del cda e la candidatura di Fabrizio Palermo.

Le ragioni della divergenza sono diverse. Sul piano industriale, il nodo è Generali: Caltagirone continua a leggere il dossier in chiave di equilibri e governance del Leone, mentre Delfin fa un passo di lato ed evita di intrecciare troppo la partita di Trieste con quella di Siena e Mediobanca, prendendo le distanze da quelle “lotte di potere” che – secondo il Sole 24 Ore – rischiavano di compromettere l’operazione. Sullo sfondo pesano anche le ombre dell’inchiesta milanese, che secondo alcune letture hanno contribuito a raffreddare i rapporti.

Il risultato è uno strappo che cambia gli equilibri: Delfin prende le distanze e si riposiziona come investitore autonomo, lasciando Caltagirone isolato.

BANCO BPM: VOTO TECNICO O MOSSA POLITICA?

Il secondo pilastro della vittoria è Banco Bpm. Il gruppo guidato da Giuseppe Castagna ha scelto di votare Lovaglio con il suo 3,7%, risultando decisivo nell’assemblea.

Una lettura è quella della continuità industriale: difendere gli accordi commerciali con Mps, in particolare sul risparmio gestito attraverso Anima Holding, e sostenere un progetto che ha già prodotto risultati.

Ma sotto traccia emergono altri elementi. Banco Bpm è stato recentemente al centro del tentativo di scalata da parte di UniCredit, fermato dal golden power del governo. Un episodio che ha rafforzato i legami con una parte dell’esecutivo e ha consolidato una linea più autonoma rispetto ai grandi gruppi.

In questo contesto, il voto su Mps assume anche una valenza strategica: rafforzare un polo alternativo e mantenere aperta la partita su possibili aggregazioni future. Non a caso, tra le ipotesi che circolano torna quella di una fusione tra Siena e Banco Bpm.

MEDIOBANCA, GENERALI E LA “JPMORGAN ITALIANA”

Dietro la battaglia assembleare di Siena si muove in ogni caso la partita più ampia di Mediobanca e, a cascata, di Generali.

È qui che si capisce fino in fondo, appunto, la scelta di Delfin e la rottura con Francesco Gaetano Caltagirone. La holding di Del Vecchio ha continuato a comportarsi da investitore puro, scegliendo di volta in volta il progetto ritenuto più solido. In questo caso, quel progetto ha un nome preciso: Luigi Lovaglio.

Non solo per il risanamento di Mps – che pure pesa – ma per ciò che viene dopo. Perché l’offerta su Mediobanca, voluta e costruita dal manager, “ha aperto la prospettiva della nascita di una JPMorgan tutta italiana”, come aveva detto qualche settimana fa Pierluigi Tortora. Un riferimento non casuale, anche alla luce del ruolo di Vittorio Grilli, oggi presidente proprio di Mediobanca ed ex dirigente di JP .

Qui sta il passaggio chiave: Delfin non ha semplicemente votato un amministratore delegato, ha scelto una strategia. Una strategia che prevede l’integrazione tra Mps e Mediobanca e, successivamente, una riorganizzazione con possibili scorpori e sinergie stimate in almeno 700 milioni di euro. In questo schema, Lovaglio è considerato “il soggetto più indicato per portarlo avanti”, mentre la sua estromissione veniva vista come un rischio concreto per l’intero progetto.

Da qui la decisione: sostenere la lista Plt e blindare la continuità. Il riflesso si vede subito su Generali. Con Mps che, attraverso Mediobanca, controlla il 13,2% del Leone, la partita si sposta inevitabilmente su Trieste, ma con un’impostazione diversa: meno scontro sulla governance e più attenzione alla valorizzazione finanziaria dell’asset. È questo che segna la distanza con Caltagirone, per il quale Generali è una partita di controllo prima ancora che di mercato.

In altre parole, Siena non chiude il risiko. Lo rilancia. Ma con una logica diversa.

IL GOVERNO TRA REGIA, ADATTAMENTO E CREPE INTERNE

Sullo sfondo, inevitabile, la politica. Ma ridurre la partita di Mps a uno “schiaffo” al governo rischia di semplificare troppo.

Alcune ricostruzioni parlano di un esecutivo spiazzato: Repubblica descrive un “fronte di Palazzo Chigi rotto” e un clima da “liberi tutti”  mentre il Fatto Quotidiano evoca lo “schiaffo a Meloni” e l’asse “Bpm-Giorgetti”.

Altre letture sono però meno tranchant e restituiscono un quadro più sfumato.

Più che una sconfitta, quella di Siena appare come una partita in cui il governo ha scelto – o accettato – di non forzare fino in fondo. Non a caso, nei giorni precedenti, Palazzo Chigi aveva già mostrato segnali di riposizionamento, prendendo progressivamente le distanze da uno scontro troppo polarizzato su Caltagirone, anche alla luce delle inchieste milanesi. Tanto che Domani quotidiano azzarda: Meloni ha mollato Caltagirone.

In questa chiave, la vittoria di Lovaglio può essere letta anche come un esito compatibile con una linea più “di sistema”: continuità gestionale, stabilità dell’operazione Mediobanca e minore esposizione a tensioni sulla governance di Generali.

Resta però un elemento politico non secondario: le diverse sensibilità dentro la maggioranza. Da un lato l’area più vicina alla premier, dall’altro quella economica legata al Tesoro e alla Lega di Giancarlo Giorgetti, storicamente più attenta agli equilibri bancari e industriali. Una divergenza che non esplode, ma affiora tra le righe.

Il risultato è un equilibrio mobile, in cui non si escludono nuove geometrie, a partire dalla convergenza Mps-Bpm benedetta da Giorgetti.

UN NUOVO EQUILIBRIO (INSTABILE)

Alla fine, Lovaglio torna al vertice con otto consiglieri su quindici e una legittimazione rafforzata dal voto assembleare. Ma la sua vittoria è solo l’inizio di una nuova fase.

Delfin ha dimostrato di poter decidere le partite senza legarsi stabilmente a nessuno. Banco Bpm si conferma ago della bilancia e possibile protagonista di futuri consolidamenti. Caltagirone resta un attore centrale ma ridimensionato. E soprattutto, il vero scontro si sposta altrove: su Mediobanca e Generali, dove gli equilibri sono tutt’altro che definiti.

La partita di Siena, insomma, non era il punto di arrivo. Era solo l’inizio del secondo tempo del risiko bancario italiano.

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