Economia

Manovra approvata, chi vince e chi perde

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Luci e ombre della manovra approvata ieri definitivamente dal Parlamento. Il commento di Daniele Capezzone per il quotidiano La Verità diretto da Maurizio Belpietro

(Estratto di un articolo ampio pubblicato su La Verità; qui l’articolo completo)

Chi vince? Chi perde? Vince certamente la capacità di Lega e M5S di condurre in porto i provvedimenti-bandiera su cui i due partiti avevano imperniato le loro campagne elettorali in vista del 4 marzo: sia pure con qualche sforbiciata, ci sono infatti stanziamenti capienti per “quota 100” e reddito di cittadinanza.

Resta il dubbio – questo sì – se la manovra abbia la forza di produrre uno shock positivo, una frustata pro-crescita e pro-sviluppo in una situazione che presenta molti inquietanti segnali di rallentamento, quasi pre-recessivi.

In questo, inutile girarci intorno, il lungo e spossante negoziato con Bruxelles non ha aiutato. A trattativa conclusa, il braccio di ferro con Bruxelles ci ha restituito una legge di bilancio per molti aspetti peggiorata.

Come? Con più tasse (la webtax), meno investimenti (4 miliardi di sforbiciata) e soprattutto più clausole di salvaguardia, cioè bombe pronte a esplodere, o comunque a complicare il cammino delle prossime leggi di bilancio, sotto forma di minacce di aumenti dell’Iva.

Va infatti ricordato che la prima stesura della manovra sterilizzava le clausole lasciate dai governi Pd per il 2019, e prevedeva 13,7 miliardi di clausole nel 2020 e 15,6 miliardi nel 2021.

L’ultima stesura, successiva all’accordo con Bruxelles, prevede ben 23,1 miliardi nel 2020 (con l’Iva che balzerebbe al 25,2%) e 28,8 miliardi nel 2021 (Iva al 26,5%).

Come si vede, un aumento di ulteriori 9,4 miliardi nel 2020 e di ulteriori 13,2 nel 2021: un vero e proprio macigno del quale dobbiamo “ringraziare” la Commissione, che si è ben guardata dal chiedere qualcosa di simile alla Francia di Emmanuel Macron, che sforerà clamorosamente i parametri (deficit al 3,5%) per il decimo anno degli ultimi undici. Un inaccettabile doppio standard ai danni dell’Italia, nel gran silenzio delle massime istituzioni della Repubblica.

A proposito di deficit, l’asticella finale si è fermata al 2,04%, e gli avversari del governo gialloblù hanno presentato la cosa come un cedimento a Bruxelles. A noi pare il contrario, se si considera che il punto di partenza era uno striminzito 0,8%.

Resta un’incognita di fondo, che riguarda l’intera Europa. Il rallentamento economico è evidente ovunque nel continente: la Francia è in fiamme per proteste sociali tutt’altro che sedate, la stessa Germania esce da un trimestre negativo, ovunque i consumi sono rattrappiti. Servirebbe una politica espansiva, di incoraggiamento alla domanda interna, in una fase in cui le stesse esportazioni tirano meno di prima.

Per capirci, Donald Trump ha applicato una ricetta-shock, con un mega taglio di tasse (1500 miliardi di dollari in meno) e un mega piano di investimenti (1500 miliardi di dollari in più), e oggi raccoglie una crescita spettacolare: Pil in salita oltre il 3%, disoccupazione praticamente annullata (appena il 3,7%, ai minimi da cinquant’anni).

Invece l’Ue dice no a tutto: è masochisticamente contraria a forti tagli di tasse (ricetta liberista) e a forti piani di investimenti (ricetta keynesiana): preferisce una trattativa sparagnina e incattivita sugli “zero virgola”. Con figli (francesi) e figliastri (italiani).

(Estratto di un articolo ampio pubblicato su La Verità; qui l’articolo completo)

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