Economia

Ecco come la Lega aiuterà la Popolare di Bari (e altre banche del sud)

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La Lega è pronta a dare una mano alla barcollante Popolare di Bari. E non solo alla Popolare di Bari, ma a molti piccoli istituti di credito cooperativo per spingerli ad aggregarli.

Le intenzioni della maggioranza giallo-verde – e iin particolare del Carroccio – sono contenute in due emendamenti targati appunto Lega che con tutta probabilità andranno al voto decisivo subito dopo le elezioni europee.

La prima novità alza da 8 a 30 miliardi di euro la soglia dell’attivo sotto la quale le Popolari possono evitare la trasformazione in società per azioni.

È questo il correttivo tagliato su misura in particolare per la Popolare di Bari, che non ha portato a termine la trasformazione in Spa imposta dalla contrastata riforma Renzi-Boschi in un tira e molla alla base della proroga al 2020 già scritta nel testo originario del decreto crescita.

A Bari guarda anche la seconda misura, che però può estendersi anche oltre al recinto delle popolari, sottolinea oggi il Sole 24 Ore: “Si tratta della traduzione in norma del piano di incentivi fiscali a cui sta lavorando da tempo il ministero dell’Economia per spingere le aggregazioni delle piccole banche”.

L’obiettivo è quello di premiare le «aggregazioni bancarie realizzate entro il 2020», con la trasformazione in crediti d’imposta delle «attività fiscali differite», a patto che l’istituto frutto dell’aggregazione non superi i 30 miliardi di euro in termini di attivo di bilancio.

Lo sfruttamento di questo premio – scrive il Sole 24 Ore – sarebbe subordinato al pagamento di un canone annuo, da versare nell’esercizio in cui avviene l’aggregazione e nei dieci successivi: il canone, prevede l’emendamento, sarà pari all’1,5% della differenza fra «l’ammontare delle attività per imposte anticipate e le imposte versate come risultante alla data di chiusura dell’esercizio precedente».

Il tema è ad alto tasso tecnico, ma la sostanza è facile da individuare, sottolinea il Sole: “Le attività fiscali differite oggi sono fuori dal patrimonio di vigilanza, perché il loro recupero dipende dalla capacità della banca di produrre negli anni successivi un imponibile sufficiente per utilizzarle. Il credito d’imposta invece è un risparmio secco, utilizzabile direttamente in compensazione dei debiti fiscali”.

Questo vantaggio ha però il problema di entrare in conflitto con le norme Ue che vietano gli aiuti di Stato. Da qui l’introduzione del canone annuo, che nell’ottica dei proponenti «rende la disposizione compatibile con la disciplina europea», perché l’effetto pratico si tradurrebbe in una «mera anticipazione dell’utilizzabilità» delle imposte differite.

A sostenere questa tesi interviene una norma analoga adottata dalla Spagna, ma anche il precedente tutto italiano del 2016 (Dl n. 59) che a suo tempo aveva ottenuto il via libera dell’Antitrust europeo.

La proposta di modifica, presentata dalla Lega, agisce in sostanza sulle attività degli istituti per imposte anticipate (dta), trasformabili in crediti d’imposta validi ai fini patrimoniali.

Il Carroccio aveva già provato a intervenire in materia all’interno del decreto per attenuare gli effetti sul sistema finanziario italiano di una Brexit senza accordo tra Gran Bretagna e Unione europea.

La norma, si legge nella relazione illustrativa, muove dalla consapevolezza che negli attivi di molte banche, anche a causa della crisi sono iscritte o potrebbero essere iscritte attività fiscali differite il cui valore non può essere computato nel patrimonio di vigilanza, perché non è certo il loro completo recupero, in quanto legato alla capacità stessa della banca di produrre redditi imponibili sufficienti per il loro utilizzo.

Gli istituti di piccole e medie dimensioni che procederanno però a un aggregazione, dando vita a realtà del credito «con non oltre 30 miliardi di euro di attivo», potranno trasformare le dta non emerse in crediti di imposta. Il loro utilizzo a compensazione di debiti fiscali, secondo la norma, diventerebbe immediato.

Dall’anno di aggregazione e per i successivi dieci gli istituti dovranno corrispondere un canone, deducibile ai fini Irap e dell’imposta sui redditi, secondo quanto si legge nella versione del testo che MF-Milano Finanza ha potuto leggere. Un accorgimento, già utilizzato in passato, per permettere di non incorrere in un’infrazione per aiuti di Stato, ha aggiunto Mf.

L’emendamento chiarisce inoltre che per accedere all’incentivo sarà indifferente la modalità giuridica e societaria con la quale avverrà l’aggregazione. Se approvato il provvedimento potrebbe avere un valore in particolare nelle concentrazioni delle popolari del Centro-Sud.

Ma le mire del legislatore non riguardano soltanto attese e auspici della Popolare di Bari alle prese con un’ardua ristrutturazione, come si può arguire anche dai conti comunicati pochi giorni fa dall’istituto ora guidato dall’amministratore Vincenzo De Bustis.

+Da mesi è sui tavoli di analisti e operatori un progetto di fusione che intorno a Bari punterebbe ad aggregare fino a 20 piccoli istituti, come si evince da questo studio di Kpmg commissionato dalla Luigi Luzzatti spa, la società nata sotto gli auspici di Assopopolari, che ha destato dibattito anche all’interno della stessa associazione.

Lo studio della società di consulenza intravvede strade che sono gradite anche dalla Banca d’Italia, secondo la ricostruzione di Start Magazine.

Non a caso per una sorta di Super Popolare del Sud si spende l’editorialista Angelo De Mattia, già alto dirigente nella Banca d’Italia governata da Antonio Fazio e sempre in sintonia anche ora con i vertici di Palazzo Koch.

La maggior parte delle banche coinvolte nel dossier sono al Sud. Si tratta delle Popolari di Torre del Greco, Mediterraneo, Fondi, Ragusa, Puglia e Basilicata, Cassinate, Frusinate, Pugliese e Lajatico.

In verità non solo al centrosud si guarda a questa norma in fieri ma anche al Nord, dove sono in attesa Popolare Cividale, Alto Adige, Marostica, San Felice sul Panaro e Valconca.

“Il tutto senza però superare la soglia dei 30 miliardi di attivo, quella che traccia la linea di confine oltre la quale le banche diventano «significant» ai fini della vigilanza, sottolinea oggi il Sole.

A rappresentare alle istituzioni speranze, attese e auspici del mondo delle Popolari, a partire dalla Bari fondata dalla famiglia Jacobini, è Assopopolari, l’associazione di settore guidata dal segretario generale Giuseppe De Lucia Lumeno che come il presidente Corrado Sforza Fogliani, non ha lesinato in passato critiche alla gestione Renzi-Boschi-Padoan della riforma delle Popolari.

Significativo questo intervento del luglio 2017 di De Lucia Lumeno su Formiche.net (edito da Paolo Messa) quando era diretto da Michele Arnese:

Già da tempo, dato il gran battage pubblicitario, fra anticipazioni e annunci, si aspettava l’uscita del libro di Matteo Renzi: chi scrive lo attendeva con grande premura, in particolare per quanto riguarda il tema delle Banche popolari, con la speranza di poter finalmente trovare le risposte alle molte domande che da anni si attendono dall’ex premier sull’argomento.

Purtroppo, così non è stato.

Anzi, invece di fornire i chiarimenti che da più parti e reiteratamente sono stati posti, il libro si preoccupa solo di ripetere per l’ennesima volta la “bufala”, ogni volta puntualmente smentita, di un fantomatico, inesistente decreto Draghi-Ciampi di riforma delle Popolari.

Che il Presidente Ciampi abbia sempre guardato con favore ed attenzione al mondo delle Banche popolari, essendo peraltro anche stato promotore, realizzandola, della legge del 1992 che ne consentì la quotazione dei titoli, non è un mistero per nessuno e io stesso l’ho più volte evidenziato e scritto all’ex premier.

Dispiace, dunque, non trovare le risposte alle richieste di chiarimenti circa gli aspetti ancora oscuri di una Riforma – forse anche necessaria ma sicuramente sbagliata nel metodo e negli strumenti utilizzati – che provengono non solo dal mondo delle Popolari ma anche dalla stampa e da diversi parlamentari.

Basta consultare gli atti di Camera e Senato, oltre ad una mole impressionante di articoli comparsi in questi anni sulla stampa, per avere un’idea anche solo di alcune delle domande rimaste ad oggi inevase:

Il provvedimento riguardante le Popolari è stato o no “caldeggiato” dal Fondo monetario internazionale e inserito nel pacchetto delle misure che lo stesso premier Renzi avrebbe garantito alla Troika?

La riforma delle Popolari è stata “resa necessaria” anche per salvare MPS con Ubi “alleato naturale”?

E’ stato dato corso e con quale esito alle rogatorie internazionali richieste dalla Procura di Roma?

Quali sono i motivi che hanno reso necessario secretare il verbale dell’interrogatorio dell’allora Presidente del Consiglio?

C’è stato un collegamento o no fra l’acquisto delle azioni di Banca Etruria e il fallimento della società Eutelia?

E’ stata fatta la necessaria chiarezza sul ruolo svolto nella vicenda da alcuni finanzieri italiani operanti sul mercato londinese?

Quali sono i 25 fondi e con quali strumenti finanziari hanno posto in essere le operazioni speculative?

L’Autorità di vigilanza ha ampliato la propria indagine alle operazioni in derivati? Qual è stata l’entità di queste operazioni? In quale periodo sono state poste in essere?

La lista potrebbe continuare ma su queste e altre domande il silenzio continua ad essere assordante.

Mi auguro che questi quesiti possano trovare una risposta nel prossimo libro di “memorie” dell’ex premier. È tradizione della politica, specialmente internazionale, che gli ex politici che hanno svolto ruoli di rilievo nel loro paese, una volta libera da impegni, occupino il proprio tempo con libri di memorialistica che servono loro, non tanto per raccontare storie inedite, ma per dare un senso e una giustificazione delle loro sconfitte.

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