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Open Fiber

Le pene di Open Fiber

Secondo il quotidiano Repubblica, Open Fiber ha chiesto ai soci 400 milioni per coprire il rosso della società e rispettare i paletti delle banche. Sulla società di Cdp e Macquarie continuano a pesare i ritardi nel piano Banda Ultralarga con potenziale perdita dei fondi del Pnrr

Open Fiber batterà cassa con Cdp e Macquarie.

L’operatore wholesale di infrastrutture di rete ha chiesto ai “soci 400 milioni di nuovi capitali per ottemperare agli impegni con le banche e cablare le cosiddette aree grigie (a parziale fallimento di mercato), oggetto dei bandi del Pnrr”, ha scritto Repubblica.

L’anno scorso la società di Cdp (60%) e Macquarie (40%) aveva chiesto nuove linee di credito dalle banche per oltre sette miliardi “con cui rifinanziare i vecchi debiti e completare la posa della rete in fibra”, spiega il quotidiano diretto da Maurizio Molinari.

Ma Open Fiber è in ritardo con la cablatura delle case nelle aree bianche (tre bandi vinti dalla società per la cablatura delle aree a fallimento di mercato). Nello specifico l’operatore ha cablato solo poco più di 2,3 milioni di Unità Immobiliari, su 6,4 milioni da realizzarsi. Tanto che Infratel (incaricata di redigere i bandi di gara) ha multato per 45 milioni la società guidata da Mario Rossetti (contro cui però Open Fiber ha fatto ricorso).

E sui ritardi di Open Fiber sulle aree bianche si è già lamentato il governo Meloni: attraverso le parole sia del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione Tecnologica, Alessio Butti, sia del ministro delle imprese e del made in Italy, Adolfo Urso.

Nel frattempo, i conti e la solidità patrimoniale del gruppo tornano alla ribalta dal momento che all’attenzione del governo c’è il dossier della possibile integrazione di Open Fiber con la rete Tim.

LE LINEE DI CREDITO CHIESTE ALLE BANCHE

Dunque, come ricostruisce Repubblica, “a settembre del 2021 il gruppo aveva elaborato un piano industriale che a inizio del 2022 ha permesso alla società di ricevere dalle banche (Bnp Paribas, SocGen, Unicredit come global coordinator, insieme ad altre 12 banche tra cui Imi, Banco Bpm, Crédit Agricole) nuove linee di credito per 7.175 milioni di euro, con cui rifinanziare i vecchi debiti e completare la posa della rete in fibra: tuttavia sia lo sviluppo dell’infrastruttura sia il numero dei clienti a fine 2022 sono inferiori rispetto al piano originale, e potrebbero mettere a rischio i target di medio termine”.

NUOVE RISORSE DAGLI AZIONISTI CDP E MACQUARIE?

Inoltre, “nell’ambito dell’accordo Open Fiber si era impegnata a finanziare il 30% delle opere con capitale proprio e il 70% ricorrendo al maxi project financing”. Ma secondo Repubblica, a giugno, dopo l’aggiudicazione delle gare del Pnrr, si è stabilito che 900 milioni, dei 7,1 miliardi del maxi finanziamento, fossero dedicati per l’implementazione delle aree grigie.

“Pertanto a breve gli azionisti di Open Fiber, e quindi Cdp (al 60%) e Macquarie (40%), dovranno iniettare nuove risorse per circa 390 milioni (ma le banche potrebbero chiedere di più)” sottolinea il quotidiano.

ROSSETTI FIDUCIOSO DI RISPETTARE I PIANI A GIUGNO

Il piano aree bianche è il piano pubblico, parte della Strategia nazionale per la banda ultralarga, con l’obiettivo di coprire le zone dette a “fallimento di mercato”, ovvero le aree dove gli operatori non hanno in previsione di portare la banda ultralarga ad almeno 30 Mbps.

Secondo quanto previsto dalla concessione, Open Fiber deve rendere attivabili 6.411.150 unità immobiliari entro il mese di giugno del 2023.

«Abbiamo ereditato una situazione di ritardo oggettivo – replicava lo scorso dicembre l’ad Rossetti ripreso dal Sole 24 Ore – ma abbiamo accelerato». Per la fine del 2022, aveva aggiunto, «avremo steso 57mila chilometri di rete, cioè oltre il 60% del totale. Significa che nel corso del 2022 è stato fatto oltre il 50% in più di quanto fatto dall’inizio delle attività di Open Fiber a fine 2021. Questo significa che la macchina sta girando a una produttività che ci consentirà di rispettare i piani condivisi con il Mise e Infratel a giugno».

I DUBBI DI FRATELLI D’ITALIA

Ma riguardo il ritardo di Open Fiber sull’attuazione del piano per le aree bianche, hanno già espresso preoccupazione esponenti del governo a guida Fratelli d’Italia.

Ma sul piano per le aree bianche “preoccupa il grave ritardo del progetto da parte del concessionario Open Fiber”, aveva rimarcato il ministro delle Imprese e del made in Italy Urso (FdI), rispondendo alle domande nel corso dell’audizione in commissione Trasporti della Camera a inizio gennaio.

E ieri sempre il partito Fratelli d’Italia è tornato all’attacco di Open Fiber dopo il rapporto di Repubblica.

“La richiesta, al momento non smentita, di 400 milioni di euro necessari per riequilibrare i bilanci di Open Fiber, riportata dalla stampa di questa mattina, conferma le nostre forti preoccupazioni, più volte espresse in questi ultimi mesi, sulla performance operativa di Open Fiber”, ha dichiarato Fabio Raimondo, capogruppo Fd’I commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera.

I RITARDI NELLO STATO DI AVANZAMENTO DEL PIANO BUL

“Al 31 dicembre 2022 le unità immobiliari Ftth collaudate e con servizio attivabile erano solo 2,3 milioni, sui 6,4 milioni previsti dalla concessione, e anche a voler considerare la scadenza di fine lavori fissata al giugno 2023 si intuisce ugualmente il risultato finale. Vale la pena ricordare che la realizzazione delle opere avrebbe dovuto essere ultimata entro 3 anni dal rilascio delle concessioni e quindi al più tardi, considerato quando è stata rilasciata l’ultima, entro il 2022”, ha aggiunto Raimodo.

“Se poi si guarda al numero dei clienti attivati ed in particolare al fenomeno della Sardegna, dove a fronte di richieste di attivazione arrivate a marzo 2022 non è stata attivata neanche una linea, sorge più che un dubbio sulla qualità realizzativa della rete e sulla sua effettiva utilizzabilità”, osserva ancora. “Anche la qualità della rete Fwa realizzata da Open Fiber, sempre nelle aree bianche, lascia a dir poco a desiderare. A fronte di 1,5 milioni di unità immobiliari sulle quali il servizio è dichiarato da Open Fiber come ‘attivabile’, sono stati attivati solo poco più di 300 clienti” ha puntualizzato l’esponente di Fratelli d’Italia.

“Forse, prima di procedere con un qualsiasi aumento di capitale di Open Fiber si dovrebbero valutare con attenzione i numeri deludenti – ripeto, pubblici – e le motivazioni di tale richiesta. Il sistema paese, negli anni scorsi, ha accumulato ritardi molto pesanti che ne rallentano notevolmente il tratto competitivo”, ha concluso Raimondo.

IL COMMENTO DEGLI ESPERTI RIGUARDO L’OPERAZIONE “RETE UNICA”

Infine, riguardo al progetto del governo di rete unica (o meglio nazionale) di Tim, la cui rete è oggetto di un’offerta da parte del fondo Kkr, si sono espressi Franco Debenedetti, manager, imprenditore, già senatore e ora presidente dell’Istituto Bruno Leoni e Francesco Vatalaro, professore ordinario di Telecomunicazioni, Università di Roma Tor Vergata, in un lungo articolo sul Foglio a inizio anno.

“Nel caso di un consolidamento delle Telco europee, essendo a ogni evidenza improbabile che Tim, e tanto meno Open Fiber, possano essere gli integratori, è necessario che Tim si presenti tutta intera e rafforzata ai possibili partner: quindi, come loro, con la propria rete integrata”, hanno evidenziato i due esperti.

Inoltre, “in nessun posto in Europa lo stato ha il controllo e solo in pochi casi ha una partecipazione di minoranza: il controllo dello stato renderebbe Tim esclusa dalle future partnership europee” sostengono Debenedetti e Vatalaro, attaccando quindi il progetto di rete nazionale a controllo statale su cui si sta focalizzando l’esecutivo.

Dopodiché per i due esperti “La separazione della rete, renderebbe ancora più critica la già ridotta redditività dei servizi di Tim; perderne il controllo renderebbe impossibili le nuove attività da cui dipende il suo miglioramento”.

PERCHÉ VA EVITATA LA FUSIONE TIM-OPEN FIBER

Infine, Debenedetti e Vatalaro hanno bocciato anche il progetto di rete unica: “la fusione di Tim e Open Fiber peggiorerebbe la redditività sia della Netco sia della Servco. Open Fiber apporterebbe i propri debiti e, quanto alla rete, nelle aree urbane è un doppione di quella di Tim, mentre nelle aree bianche è in ritardo, incompleta e realizzata con standard incompatibile. Tim bisogna che migliori prioritariamente i suoi parametri economici sul versante dei ricavi. Open Fiber, se necessario con l’aiuto temporaneo dello stato che l’ha voluta, deve diventare una Telco a pieno titolo in grado di vendere al cliente finale i suoi servizi, per poi essere ceduta al mercato. Solo così si può pensare di salvare entrambe”.

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