Dazi fino al 100%, pressioni sui prezzi e un baricentro industriale che si sposta sempre più verso gli Stati Uniti: l’industria farmaceutica globale è messa con le spalle al muro dal presidente Usa Donald Trump.
Mentre Washington prepara nuove misure per forzare produzione interna e ridurre i costi dei farmaci, Bayer e altri gruppi avvertono che l’Europa dovrà aumentare i prezzi se vuole restare un mercato attrattivo, con alcune aziende che posticipano i lanci di nuovi medicinali nel Vecchio Continente per proteggere i margini statunitensi.
NUOVI DAZI IN ARRIVO?
Stando a Bloomberg, l’amministrazione Trump si prepara ad annunciare dazi fino al 100% sui produttori di farmaci che non hanno raggiunto accordi per garantire prezzi più bassi negli Stati Uniti. Le misure colpirebbero in particolare le aziende che non hanno avviato negoziati con la Casa Bianca, mentre sono previste esenzioni o limiti tariffari per i gruppi che hanno siglato intese specifiche.
L’iniziativa dà seguito alle minacce avanzate nei mesi scorsi da Trump, che aveva ipotizzato dazi tra il 100 e il 200% su farmaci importati, in particolare quelli di marca o coperti da brevetto, con l’obiettivo di incentivare la produzione domestica e ridurre i costi per i pazienti americani.
I nuovi dazi derivano da un’indagine avviata ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962 e potrebbero includere eccezioni per alcune categorie terapeutiche.
GLI ESONERATI
Diversi gruppi farmaceutici hanno già raggiunto accordi con la Casa Bianca per evitare l’impatto di nuovi dazi. Pfizer, AstraZeneca e Novo Nordisk figurano tra le aziende che hanno ottenuto esenzioni pluriennali in cambio di impegni su prezzi e investimenti negli Stati Uniti. Altri, tra cui Eli Lilly, Johnson & Johnson e Merck, hanno promesso miliardi di dollari per espandere la produzione sul territorio americano.
Queste intese prevedono anche limiti ai dazi per i Paesi che hanno concluso accordi commerciali con Washington. Nel caso dell’Unione europea, per esempio, è stato fissato un tetto del 15% nell’ambito dell’intesa raggiunta a Turnberry, mentre il Regno Unito ha negoziato una riduzione temporanea delle tariffe in cambio di un aumento della spesa del National Health Service (NHS) per i medicinali.
I CEO DELLE BIG PHARMA TRUMPEGGIANO
Alla base delle tensioni c’è il modello di prezzo globale dei farmaci. Stefan Oelrich, responsabile della divisione farmaceutica di Bayer – concordando con Trump -, ha sottolineato che il sistema attuale non è più sostenibile: “Il governo americano ha chiarito di non vedere perché gli Stati Uniti debbano finanziare da soli la ricerca e sviluppo globale”. Ecco perché secondo Oelrich, l’Europa dovrà “riorientarsi” verso livelli di prezzo più elevati nel tempo.
Anche altri dirigenti del settore, tra cui quelli di Pfizer e Novartis, hanno evidenziato il rischio che il contesto europeo – caratterizzato da prezzi più bassi e sistemi di rimborso complessi – possa ridurre l’attrattività della regione per nuovi investimenti e innovazione.
BAYER PUNTA SUGLI USA
Il mercato statunitense si conferma sempre più centrale nelle strategie delle aziende farmaceutiche. Bayer prevede infatti che gli Usa diventino il suo principale mercato, con una crescita dei ricavi della divisione farmaceutica superiore al 10% annuo nel Paese, più elevata rispetto ad altre aree. Il gruppo sta rafforzando le proprie attività commerciali e di marketing negli Stati Uniti, mentre punta su una nuova pipeline di farmaci per sostenere la crescita nei prossimi anni.
Tra i prodotti su cui Bayer sta investendo figurano il farmaco oncologico Nubeqa e il trattamento per patologie renali e cardiovascolari Kerendia, destinati a compensare l’impatto delle scadenze brevettuali che hanno colpito medicinali chiave come Xarelto ed Eylea.
SISTEMI SANITARI SOTTO PRESSIONE E RALLENTAMENTI
Le richieste di un riequilibrio dei prezzi, osserva il Ft, arrivano in un contesto di crescente pressione sui sistemi sanitari europei. Paesi come la Germania stanno valutando misure per contenere la spesa pubblica, mentre il Regno Unito ha già legato gli accordi commerciali con gli Stati Uniti a un aumento degli investimenti in farmaci.
Intanto, però, le politiche di prezzo statunitensi stanno già influenzando direttamente le strategie di lancio dei farmaci in Europa, con le aziende che posticipano alcune introduzioni per proteggere i margini nel mercato americano. “Stiamo vedendo i primi segnali di introduzioni ritardate in Europa”, ha dichiarato Oelrich, che è anche presidente della European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations. La preoccupazione principale riguarda l’incertezza sull’impatto delle politiche statunitensi sui prezzi.
LE RICADUTE SUL MERCATO EUROPEO
Secondo un’analisi di GlobalData citata da Reuters, i nuovi lanci in Europa sono calati di circa il 35% nei dieci mesi successivi all’ordine esecutivo di Trump, rispetto ai dieci mesi precedenti, con aziende come Insmed che hanno posticipato il lancio del farmaco anti-infiammatorio Brinsupri in Germania fino a chiarimenti sulle politiche statunitensi.
Lionel Collet, direttore dell’autorità sanitaria francese HAS, ha confermato che l’arrivo di Trump ha modificato le strategie delle aziende sul mercato europeo, con un netto calo delle decisioni per l’accesso anticipato ai farmaci in Francia, passate da 25 a 10 nell’ultimo anno.
Aziende come Roche, Novartis e AstraZeneca hanno criticato le modalità di determinazione dei prezzi e gli incentivi all’innovazione in Europa, sottolineando che il continente rischia di restare indietro rispetto a Stati Uniti e Cina. Altre, tra cui Amgen e Indivior, hanno persino ritirato farmaci dai mercati europei citando l’ambiente dei prezzi modificato, mentre per altri ancora il lancio è percepito come “giocare a scacchi bendati”, secondo l’avvocato sanitario statunitense Ron Lanton, a causa dell’incertezza sugli standard di prezzo e sull’applicazione delle regole negli Stati Uniti.







