Economia

La Cina comprerà il debito italiano? Ecco potenzialità, sfide e rischi

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Il possibile finanziamento cinese del debito pubblico italiano? Si tratterebbe di accordi fuori mercato. Altrimenti non avrebbe senso. A meno che, da parte del Mef, non si temi una vera e propria prossima fuga degli investitori istituzionali. Ipotesi che non sembrano plausibili. Se invece i timori americani fossero fondati, il condizionamento sulla realtà finanziaria italiana diverrebbe stringente. Come mostra l’esperienza cinese in molti Paesi africani. L’analisi di Gianfranco Polillo

 

Non c’è pace nel governo giallo-verde. Accantonato un problema (la Tav) ecco montare la polemica su un altro fronte: i rapporti con la Cina. E mentre si discute del come e del quando, tornano in discussione argomenti delicati, come il pagamento degli F35, già acquistati e gli ordini futuri, che i 5 stelle vorrebbero cancellare. Intanto a soffiare sul fuoco sono gli altri attori di una vicenda sempre più ingarbugliata. Scende direttamente in campo, secondo quanto riportano alcuni quotidiani, l’ambasciatore americano a Roma. Attenti – questo l’avvertimento – a non chiedere aiuto a Pechino, per il finanziamento del vostro debito pubblico. Sarebbe un piccolo suicidio.

Timori ingigantiti? Forse. Carota e bastone per garantire un minimo di disciplina sul fronte occidentale? Può darsi. Ma il fatto è che questa storia del memorandum of understanding (Mou) non convince. Hanno voglia Giuseppe Conte e Luigi Di Maio a minimizzare. Vogliamo solo difendere il Made in Italy e fare il nostro mestiere di onesti mercanti, per riequilibrare la bilancia commerciale con la Cina. Non ci crede nessuno. O meglio: ci si può anche credere, ma questa è solo la posta più piccola di una ben diversa partita. Che forse i due esponenti del governo non hanno ben capito. Ma che è ben chiara nella testa dei dirigenti cinesi.

Non si scomoda Xi Jinping, il capo politico della Cina, che giungerà in Italia, in pompa magna, nelle prossime settimane alla testa di una nutritissima delegazione di dignitari, solo per firmare una piccola intesa commerciale. Che, per lo più, dovrebbe andare a vantaggio quasi esclusivo dell’Italia. Chi ragiona in questo modo conosce ben poco della cultura e dei rituali cinesi. Dove ogni particolare ha un suo preciso significato nella liturgia del potere e nella logica dei rapporti internazionali. Che in Cina sono considerati come elementi solo accessori del suo baricentro nazionale.

Ci fosse solo questo. Ma la vera ambiguità è nel significato stesso del Mou. Gli altri grandi Paesi europei, come la Germania o la Gran Bretagna, solo per citarne due, hanno realizzato accordi con la Cina per un valore che è pari a tre volte le intese italiane. Gli investimenti diretti dell’Impero di mezzo sono stati pari al 3 per cento del Pil, secondo i calcoli di accreditati organismi internazionali. Obiettivi conseguiti operando senza alcun clamore o dichiarazioni solenni, ma secondo le normali regole del business. Che non richiedono gli onori della cronaca.

Dove invece il memorandum è stato firmato, le cose hanno avuto una piega diversa. Quei 12 + 1 Paesi comprendono soprattutto lo schieramento balcanico: dalla Grecia in su. Si spingono nell’Europa centrale, con alla testa l’Ungheria. Hanno un’appendice in Portogallo. Ebbene, sarà pure una coincidenza, ma in tutti questi casi, Grecia, Portogallo ed Ungheria, non sono riusciti a mantenere separati il business dalla politica. Ogni qual volta che si é trattato di prendere posizione su argomenti che potevano infastidire i potenti partner (dai diritti civili ai “campioni europei”) la defezione é stata immediata. Soprattutto notata da tutte le cancellerie occidentali.

Del resto che un qualche barlume di consapevolezza sia anche nella mente, per la verità poco attrezzata, di qualche politico italiano, è dimostrata dalla sollecitazione con cui ci si appresta a rafforzare le misure inerenti la golden share. Vale a dire quelle decisioni di carattere amministrativo che consentiranno al governo di intervenire nel momento in cui dovesse sorgere una qualche minaccia per gli interessi nazionali. Se fino ad adesso questo bisogno non è stato avvertito, vi sarà un qualche motivo. Che scopre il fianco di chi parla di ordinaria amministrazione nei rapporti tra la piccola Italia ed il gigante asiatico.

Gigante che presenta credenziali poco rassicuranti. Non market economy, come ci ricorda il WTO (l’organizzazione del commercio mondiale), la violazione delle regole di mercato è stata una costante di quella politica. Che si è manifestata in un dumping permanete a favore della propria produzione. Dumping che le ha permesso quella penetrazione commerciale alla quale, solo oggi, Donald Trump cerca di porre rimedio, imponendo dazi che rischiano, tuttavia, di essere peggiori del male che intende curare.

Luigi Di Maio sembra oggi rapito da quella prospettiva. “Italia first”: ha dichiarato, per dire che farà quello che gli pare. E se gli americani continueranno a protestare, peggio per loro. Ma questo è solo naïf. Il muscoloso Donald Trump, prima di incontrarsi con Kim Jong-il, il leader della Corea del Nord, si era premunito. Ne aveva parlato con tutti gli attori di quel teatro: Cina, Russia, Giappone e Corea del sud. Di Maio, invece, si é limitato a consultarsi con Michele Geraci. Il suo sottosegretario allo Sviluppo economico, che è stato il vero artefice di questo complicato progetto. Leghista della prima ora, oggi le sue posizioni sono tutt’altro che coincidenti con quelle di Matteo Salvini. Piccolo mistero nel mistero.

Ma torniamo all’ultimo avvertimento: il possibile finanziamento del debito pubblico italiano. Si tratterebbe, evidentemente, di accordi fuori mercato. Altrimenti non avrebbe senso. A meno che, da parte del Mef, non si temi una vera e propria prossima fuga degli investitori istituzionali. Ipotesi che, stando ai risultati delle ultime aste, non sembrano plausibili. Se invece i timori americani fossero fondati, il condizionamento sulla realtà finanziaria italiana diverrebbe stringente. Come mostra l’esperienza cinese in molti Paesi africani. Hanno finanziato il loro debito. Per poi acquisire direttamente gli asset sottostanti, nel momento in cui si manifestava un qualche problema di insolvenza.

Questo, quindi, lo stato dell’arte. Ed i mille dubbi che ne sono derivati. E che naturalmente non troveranno soluzione nei pochi giorni che dividono la marcia trionfale di Xi Jinping in Italia, il cui successo diplomatico è indubbio. Senza colpo ferire realizzerà un accordo, dai contorni indefiniti, con uno dei Paesi del G7. Dopo aver introdotto un cuneo nel sistema di alleanze dell’Occidente e diviso l’Unione europea, con la quale si appresta a negoziare, ma partendo da una posizione di maggior forza. Complimenti al governo italiano. Quisling non avrebbe potuto fare meglio.

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